Pastetta Quirinale 2029

Nel libro della Genesi vi è un dettaglio di cui per millenni si è taciuto: i giorni che Domineddio dedicò alla creazione del mondo e di tutte le cose non furono sette ma otto. Sì, ci fu un giorno in più, uno sforzo supplementare per concedere al pittore l’ultima pennellata, il tocco di classe che suggella la grande opera. Fu così che Domineddio creò i retroscenisti, consapevole che qualcuno, per i tempi futuri, si sarebbe dovuto fare carico di riempire, anche di idiozie, pagine quotidiane che altrimenti sarebbero rimaste desolatamente intonse.

È grazie a loro, ai retroscenisti, se riusciamo a occupare buona parte del tempo disponibile rincorrendo farfalle di carta lungo i fangosi sentieri della realtà; se, scambiando lucciole per lanterne, ci convinciamo che la politica sia luce, salvo a scoprire che invece sia proprio lucciola, in senso figurato. Ci sta di condire la grigia monotonia della concretezza insaporendola con le suggestioni che stuzzicano la fantasia, vellicano il palato, seducono l’olfatto.

Ma non bisogna esagerare, perché il troppo stroppia, disgusta, disturba, nausea. Capita allora di leggere La Stampa di ieri e di cascare letteralmente dal pero. C’è un’operazione “Colle 2029” in corso d’opera?

A leggere il valente retroscenista Ilario Lombardo, erede morale a La Stampa del mitico ciambellano delle segrete stanze del potere Augusto Minzolini, parrebbe di sì. Il mandato dell’attuale presidente della Repubblica termina nel 2029, ragione per la quale è bene prepararsi in tempo per giungere alla scadenza con una soluzione confezionata a misura del favore della gente che conta. Accade così che la cavaliera (del lavoro) Marina Berlusconi spedisca il fidato consigliere di famiglia, Gianni Letta, a sondare il terreno con i benpensanti di sinistra per tirare fuori dal cilindro dei giochi di palazzo il personaggio da elevare al soglio quirinalizio nel 2029. E il nome non pronunciato ma solo sussurrato ci sarebbe ed è quello di Pierferdinando Casini, il politico incolore che piace a tutti e non scontenta nessuno.

Domanda: tutta la storia che la destra sarebbe pronta a qualsiasi sacrificio pur di vincere le prossime elezioni che le consentirebbero di disporre di una maggioranza parlamentare tale da avere finalmente i numeri per votare, dopo trenta anni di vana attesa, un presidente della Repubblica che venga da una storia diversa e alternativa a quella della sinistra? Chissenefrega di ciò che pensa, e vota, la gente. E poi, da quando il giudizio dell’opinione pubblica conta qualcosa in politica?

La democrazia dei grandi interessi convergenti non può lasciarsi condizionare dalla vox populi. Allora la locuzione Vox populi, vox Dei? Una fregnaccia populista. Che se fosse vero il retroscena pubblicato su La Stampa, il supremo esercizio della sovranità popolare attraverso il voto sarebbe ancora una volta una finzione, un momento dei ludi cartacei grazie ai quali il potere tiene buono e tranquillo il popolo bue; attraverso cui lo spacciatore di illusioni democratiche vende ai deboli il suo veleno incantatorio.

La prosa del retroscena ci catapulta, pur senza volerlo, tra le taglienti lame dell’ironia poetica trilussiana:

Fa la ninna, cocco bello, finchè dura sto macello: fa la ninna, chè domani rivedremo li sovrani che se scambieno la stima boni amichi come prima. So cuggini e fra parenti nun se fanno comprimenti: torneranno più cordiali li rapporti personali.

Se è così che stanno le cose; se impegnarsi perché la destra vinca e sia conseguente col grande atto di fiducia che gli italiani potrebbero concederle non serve a niente ‒ tanto è già tutto deciso altrove, in un “altrove” che è luogo inibito alla gente comune, quella che conta solo per sé stessa, che non muove i milioni di euro, che non accede ai salotti buoni e che fa fatica anche solo a pensare di cambiare il salotto di casa ‒ verrebbe da pensare che il prossimo anno, nel giorno fissato per celebrare la grande messinscena della democrazia, sia più salutare andarsene al mare. D’altro canto, sempre meglio prendere aria buona che essere presi per i fondelli.

Vogliamo essere chiari: il cognome Berlusconi ci è caro e ci richiama alla mente momenti belli, di lotta appassionata e di fede politica che si mescolava con l’ideale; la speranza di un mondo migliore, più giusto, più libero, più ricco. Tuttavia, non accettammo al tempo l’idea che dovesse valere il principio, attribuito a Gianni Agnelli, che suonava pressappoco così: “Ciò che va bene alla Fiat, va bene all’Italia”, non ci piegheremo certo oggi alla malsana idea che “ciò che va bene a Mediaset, va bene all’Italia”.

Con tutto il rispetto per i famigliari del caro estinto Silvio, se a loro piace Pierferdinando Casini se lo portino a casa e lo facciano presidente di qualche holding del loro impero industriale, ma non brighino con la sinistra per sterilizzare con un’indigesta pastetta quirinalizia un eventuale voto positivo per la destra. E non si illudano gli eredi di Berlusconi che il solo fatto di possedere la proprietà di un partito (Forza Italia) si traduca in automatico nel possesso del voto degli italiani.

Ricordino gli eredi Berlusconi di ciò che accadde quando il loro illustre capostipite si lasciò convincere dai consiglieri fraudolenti che gli ronzavano intorno che accordarsi con la sinistra sarebbe stata una scelta intelligente. Fu un disastro. Nel 2013, il Popolo delle Libertà ‒ nonostante il trauma del “golpe bianco” dell’autunno del 2011, che portò alla caduta del Governo Berlusconi, e la comparsa della lista di disturbo “Con Monti per l’Italia”, inventata da Mario Monti con il supporto di Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini per sottrarre voti all’area moderata di destra ‒ riuscì a ottenere un dignitoso 21,56 per cento alla Camera dei deputati.

Nel 2018, dopo gli anni della liaison con Matteo Renzi coronata nel famigerato Patto del Nazareno, puntualmente finito a schifio, Forza Italia prese il 14,00 per cento dei consensi con un trend in discesa da capogiro. Il fatto di non condividere le posizioni assertive della destra tradizionale non fa dell’elettore moderato conservatore un fan in nuce dei progressisti del campo largo. Se costui non dovesse riconoscersi nell’offerta programmatica di Forza Italia, che all’improvviso diventa liberal, non vota per Fratelli d’Italia e neppure Lega, figurarsi se sceglie il pirotecnico Roberto Vannacci, ma di sicuro non si sposta a sinistra né concede la sua preferenza a un partito che, in futuro, potrebbe facilitare il ritorno al potere della sinistra. Quell’elettore, al più, resta a casa il giorno delle elezioni.

Si torna a parlare di “svolta liberale” per Forza Italia. Ma chi si vuole prendere in giro? Se il compianto Silvio, pur avendo il consenso maggioritario degli italiani, non riuscì a compiere l’agognata rivoluzione liberale fu perché l’establishment, sistematosi stabilmente, nel post- discesa in campo del leader, ai vertici del partito azzurro a difesa degli interessi industriali del fondatore, non glielo permise. I consiglieri, che nel frattempo erano diventati strabici a furia di tenere un occhio alla padella (il Governo) e uno al gatto (il fatturato Mediaset), si prodigarono per una soluzione gattopardesca del centrodestra di governo: tutto andava mosso, perché nulla cambiasse.

Oggi siamo al ritorno di vecchi cliché, di consunti stilemi neo-libertari e dei soliti noti che ricominciano a circolare nelle stanze del potere con un’unica missione che sa di intrallazzo puteolente: tutto pur di impedire alla destra di avere un proprio uomo (o donna) al Quirinale.

Stiano molto attenti gli eredi Berlusconi (tra i beneficiati dal de cuius è tornata a parlare anche l’improbabile – politicamente parlando - Francesca Pascale) nel riposizionare Forza Italia sullo scacchiere politico, perché potrebbero ricevere in risposta una sgradevole sportellata in pieno volto dall’elettorato tradizionale forzista (ciò che accaduto al referendum sulla giustizia ne è stato l’antipasto).

A differenza di come la vedesse l’Oscar Wilde de L’importanza di chiamarsi Ernesto qui non basta fare di cognome Berlusconi per essere considerati veri statisti. C’è qualcosa di più per l’uomo della strada, che i potenti non capiranno mai fino in fondo: si chiama appartenenza a un’idea. Pensate, che buffo!

C’è gente che ancora ci crede alla differenza tra essere di destra ed essere di sinistra. È auspicabile – per il bene della coalizione di centrodestra – che gli eredi Berlusconi non lo scoprano quando sia troppo tardi.

Aggiornato il 13 maggio 2026 alle ore 11:06