4 novembre 1956: Budapest invasa dai carri armati, il Pci dalla parte di Mosca
Foto: rivoluzione ungherese del 1956 (Wikipedia)

Settant’anni fa, all’alba del 4 novembre 1956, i carri armati sovietici invasero per la seconda volta Budapest (erano già comparsi qualche settimana prima all’inizio delle proteste) con l’obiettivo, questa volta, di piegare definitivamente l’insurrezione ungherese, abbattere il governo di Imre Nagy e impedire che un Paese dell’Est potesse sottrarsi al controllo di Mosca. La resistenza fu tenace, il prezzo umano altissimo. Fra gli insorti si contarono oltre tremila caduti. I fatti di Budapest furono anche una prova decisiva per il comunismo europeo e in particolare per il Partito comunista italiano, il più grande dell’Europa occidentale.

La sollevazione cominciò il 23 ottobre, con una manifestazione studentesca che si trasformò rapidamente in una mobilitazione popolare contro il regime. Operai, studenti e intellettuali reclamavano libertà, riforme e indipendenza nazionale. Le giornate successive videro la formazione di nuovi organismi politici, il ritorno di Imre Nagy alla guida del governo e l’emergere di una domanda di cambiamento che attraversava l’intera società. Il Pci, fin da subito, bollò il movimento popolare ungherese come controrivoluzionario. Il 24 ottobre l’Unità (direttore Pietro Ingrao) scrisse che si trattava di “un attacco sferrato da gruppi reazionari per interrompere il processo di democratizzazione socialista”. Il 30 ottobre Palmiro Togliatti invocò l’intervento militare dell’Urss, per salvare le conquiste del socialismo. Nella notte fra il 3 e il 4 novembre, l’Unione Sovietica avviò la seconda e decisiva operazione militare contro l’Ungheria. Budapest venne invasa dai carri armati, il governo Nagy fu rovesciato e al suo posto si insediò un nuovo esecutivo con a capo János Kádár sostenuto da Mosca. Imre Nagy fu arrestato e nel 1958 venne condannato a morte per impiccagione.

La prima pagina de l’Unità del 4 novembre 1956 riportava questo titolo: “Sbarrata la strada alla controrivoluzione e alle provocazioni internazionali”. Il sottotitolo recitava: “Le truppe sovietiche intervengono in Ungheria per porre fine al terrore bianco”. Da notare che i carri armati stavano entrando a Budapest nelle ore in cui il giornale arrivava in edicola.

Il 6 novembre, sempre sul quotidiano del partito, interviene Palmiro Togliatti, il quale arriva a sostenere che una “protesta contro l’Unione Sovietica sarebbe stata necessaria se essa non fosse intervenuta con la forza per impedire la vittoria dell’anarchia. Kadar forma un governo per difendere le conquiste operaie e contadine”. La crisi ungherese provocò un dissenso che investì alcuni ambiti del partito. Già il 29 ottobre, un gruppo di intellettuali di area comunista firmò la “Lettera dei 101” con la quale si contestava la posizione assunta dal Pci, chiedendo una riflessione critica sulla democrazia e sull’autonomia del movimento comunista. L’Unità ne rifiutò la pubblicazione. Il testo venne diffuso dall’agenzia Ansa. Tra i firmatari vi erano intellettuali quali Lucio Colletti, Renzo De Felice, Piero Melograni, Natalino Sapegno, Carlo Muscetta. Molti si allontanarono dal partito nei mesi che seguirono. Fece molto discutere l’abbandono del Pci da parte di Antonio Giolitti nel luglio 1957. Egli fu tra gli ispiratori della “Lettera dei 101”. Alla fine, decise di non firmarla perché si convinse di potere portare avanti la propria battaglia politica dall’interno. Un’illusione trasformatasi presto in delusione.

 Particolarmente rilevante fu la posizione di Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil. La Confederazione condannò l’intervento militare sovietico e proclamò due ore di sciopero nazionale in solidarietà con le vittime della repressione. Ma le voci del dissenso furono poca cosa rispetto alle posizioni assunte dai massimi dirigenti, da Togliatti a Giorgio Amendola da Giancarlo Pajetta a Luigi Longo a Pietro Ingrao.

Nel dicembre 1956, l’VIII Congresso del Pci confermò la linea del gruppo dirigente. Dalla tribuna di quel congresso il futuro presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, pronunciò parole dure e nette. Egli disse che “l’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma contribuì alla pace nel mondo”.  Il Pci continuò per decenni a propugnare la possibilità di una via democratica al socialismo, mentre la difesa dell’Unione Sovietica rendeva palese il limite di quella prospettiva. Una doppiezza che peserà sulla storia politica italiana del secondo Novecento, rallentando il cammino verso una democrazia compiuta.

Aggiornato il 02 novembre 2026 alle ore 14:26