ll “silenzio stampa”   sul Nagorno Karabakh

Della visita del presidente Aliyev, conclusasi il 15 luglio, si è parlato molto nei media italiani in questi giorni. La questione della Trans Adriatic Pipeline e la donazione che l’Azerbaigian ha voluto devolvere al Comune di Roma a supporto dell’opera di restauro dei Fori Imperiali sono stati gli argomenti maggiormente trattati. E certamente, la definitiva approvazione del Governo italiano alla realizzazione della parte finale del gasdotto che dovrebbe portare in Italia e in Europa il gas azerbaigiano – liberandoci così dalla dipendenza da paesi come Russia, Algeria e Libia – non è cosa di poco conto.

Così come non si può non apprezzare il virtuoso gesto compiuto dal ministro della Cultura della Repubblica dell’Azerbaigian, Abulfaz Garayev, che sottoscrivendo una donazione di un milione di euro ribadisce il rispetto che l’Azerbaigian e il suo popolo nutrono nei confronti della cultura e nella tutela di patrimoni che non appartengono solo al Paese che li ospita, ma che sono patrimoni dell’umanità intera. Ed è apprezzabile che questi importanti traguardi vengano raccontati e pubblicizzati.

Al contrario, non è apprezzabile che argomenti meno “glamour”, ma con una priorità che dovrebbe essere massima rispetto a tutto il resto, vengano raccontati a bassa voce, se non del tutto omessi, soprattutto in queste importanti occasioni.

Sì, perché parlare di Nagorno Karabakh è ancora un tabù in Italia, come in molti altri Paesi europei. Probabilmente la maggior parte della popolazione italiana non sa neanche cosa sia il Nagorno Karabakh. E se forse può percepire che si tratta di un luogo, probabilmente non lo saprebbe collocare.

Parlare di occupazioni, di conflitti, di genocidi non è certamente “glamour”, ne tanto meno “conveniente”. Ma la gente vuole sapere, la gente deve sapere. Spesso ho sentito parlare del conflitto del Nagorno Karabakh come di un “conflitto dimenticato”, ma la verità è un’altra; la verità è che questo è un conflitto “censurato”, che solo a parlarne bisogna avere paura perché potresti esser definito una persona non obiettiva o ancor peggio manipolata.

Il fatto agghiacciante è che oggi in Azerbaigian vivono quasi un milione di persone tra rifugiati e sfollati interni, come risultato del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. E questo è sicuramente un dato certo.

Così come è un dato certo che il 26 febbraio 1992 le bande armate e l’esercito armeno hanno sterminato quasi interamente la popolazione della città di Khojaly, facendo strage di civili con un pesantissimo bilancio: 613 vittime, tra cui 106 donne e 83 bambini. Questi sono tutti dati certi, ma di cui non si può parlare.

La questione del Nagorno Karabakh è molto più ampia, e certo non si può raccontare in queste poche righe. Ma parlarne non dovrebbe far paura. Dovrebbe far più paura il silenzio che si cela dietro questa enorme tragedia della nostra storia contemporanea. Il silenzio è l’arma più pericolosa, dietro il quale ci si nasconde per cercare di lasciare tutto immutato fino a che arrivi l’oblio. Ma come si può pensare che un popolo, una nazione possano dimenticare questa ferita aperta nella loro storia, nella vita dei loro fratelli che in un attimo hanno perso tutto: i propri cari, la propria casa, la propria dignità.

Nelle scorse settimane il presidente Aliyev, parlando alle comunità internazionali in due importanti occasioni – l’assemblea del Consiglio d’Europa a Strasburgo e l’assemblea parlamentare dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) tenutasi a Baku – ha voluto ricordare la sofferenza del suo popolo e il dramma dei profughi del Nagorno Karabakh; ma soprattutto ha voluto ricordare che nonostante le quattro risoluzioni Onu, le decisioni dell’Osce, del Parlamento europeo, dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione islamica per la cooperazione e perfino del gruppo di Minsk – copresieduto da Francia, Russia e Stati Uniti – gli armeni continuano a violare le leggi internazionali, infliggendo ancor più dolore di quanto ne abbiano già inflitto dall’inizio del conflitto del Nagorno Karabakh.

E vorrei aggiungere che il “silenzio stampa” posto sull’argomento, diventa anch’esso involontariamente complice di questa grande ingiustizia.