Ora siamo tutti “Charlie Hebdo”

Il massacro di mercoledì scorso perpetrato nella redazione parigina della rivista Charlie Hebdo non è stato solo un atto barbarico di violenza jihadista. È stato anche un test per l’Occidente e per la libertà di espressione nei paesi occidentali. È un test che ha dimostrato che noi tutti stiamo fallendo. Quelli di noi che hanno proposto che tutti i mezzi di comunicazione occidentali – e in particolare europei – dovrebbero pubblicare le vignette di Charlie Hebdo hanno ricevuto in cambio un atterrito silenzio terribilmente consapevole. I giornali e le emittenti televisive non vogliono farlo. L’ultima volta che si sono rifiutati di ripubblicare le vignette del quotidiano danese Jyllands Posten hanno detto di averlo fatto perché le caricature erano di un giornale “di destra”. Stavolta, essi si rifiutano di ripubblicare le vignette di un settimanale “di sinistra”. Poco importa la posizione politica, il problema riguarda le vignette caricaturali. Prima la stampa avrà il coraggio di ammetterlo e meglio sarà.

Ma c’è qualcosa di molto peggio della servile resa che questo rifiuto denota. Prendiamo in considerazione solo un paio dei peggiori esempi della copertura mediatica di questo atto barbarico, fatta dai principali mezzi di comunicazione. Mercoledì, nel Regno Unito, il quotidiano Daily Telegraph era già ai blocchi di partenza. Nel giro di un paio d’ore dall’attacco, quando non erano stati ancora identificati i corpi dei giornalisti, il giornale ha deciso di titolare un pezzo “La Francia affronta una crescente ondata di islamofobia”!

La stampa ha già incolpato le vittime. I commentatori della CNN hanno opinato che Charlie Hebdo da qualche tempo “provocava i musulmani”. Forse essi ritengono che sia più facile costringere al silenzio le brave persone, evitare che le redazioni giornalistiche siano attaccate, piuttosto che affrontare con determinazione il problema dell’estremismo islamico. È più facile accusare Geert Wilders, Ayaan Hirsi Ali, Lars Hedegaard, Suzanne Winters, Salman Rushdie o Charlie Hebdo – e anche mettere qualcuno di loro sotto processo – piuttosto che attaccare gli aggressori, che potrebbero anche attaccare di nuovo! La stampa e i media sembrano preferire una politica dell’autocensura forzata: è colpa vostra se vi siete fatti male; niente di tutto questo sarebbe successo se solo aveste tenuto la bocca chiusa. È più facile denigrare la gente che ci aveva avvertito del pericolo che affrontare il pericolo di cui ci avevano avvertito. Lo stesso dicasi per la politica dell’Europa verso Israele: è più facile vessare una democrazia aperta e pluralista piuttosto che prendersela con quei terroristi e i paesi che li appoggiano, e fare tutto ciò che è necessario per fermarli. Questo è ciò che ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel quando nel suo messaggio di fine anno ha messo in guardia contro le marce antislamiche organizzate in Germania dal movimento “Pegida”, asserendo che è nei cuori di coloro che partecipano a queste manifestazioni contro l’estremismo islamico che alberga la “freddezza”, e non in quelli dei propagatori dell’estremismo islamico.

E così la prima reazione del Telegraph ha evocato la terribile eventualità dell’ascesa delle forze di destra e non solo – come se l’attacco fosse la risposta all’Islam radicale, piuttosto che asserire che il colpevole potesse essere lo stesso Islam radicale. Ancora una volta, la “reazione negativa” contro i musulmani ha prevalso sull’uccisione di non musulmani per mano di fanatici islamici. Oltreoceano, a New York, il The New York Daily News non è certo un quotidiano che tende a usare mezzi termini. Basti pensare a cosa ha fatto mentre le vittime giacevano a terra nella redazione della rivista. Ha pubblicato un pezzo che mostrava le immagini di un poliziotto parigino nel momento in cui i terroristi – al grido di “Allahu Akbar!” (“Allah è Grande!”) – gli sparavano a sangue freddo. Il giornale ha inoltre pubblicato un’immagine del 2011 di Stéphane Charbonnier (in arte Charb), direttore ed editore di Charlie Hebdo, che lo ritrae all’esterno degli uffici della redazione distrutta da un attentato dinamitardo, mentre tiene in mano una copia del giornale con una vignetta di Maometto in prima pagina. Ma l’immagine è stata scomposta in pixel. Sì, proprio così. Il giornale ha mostrato la foto di un uomo che quella mattina stava per morire, ma ha preferito non pubblicare la caricatura di una figura storica vissuta 1400 anni fa.

Questo è il punto critico cui è giunta la stampa libera, anche in paesi come l’America, e anche in luoghi dove non c’è stato alcun attacco alla redazione di un giornale per “insulti” al profeta di qualcun altro. E allora, nel moto ondoso dello sconcerto, le stesse scuse hanno cominciato a moltiplicarsi: “Questo ha a che fare con la politica estera della Francia?” riflettono gli intervistatori e gli esperti. In questo caso particolare, la risposta a questa domanda è “non più del solito”. Ma il seguito della risposta dovrebbe essere ancor più facile a dirsi, e sarebbe: “E se fosse?” Mettiamo che non vi piace la politica estera della Francia. Pensate che un paese dovrebbe cambiare le sue politiche perché segmenti di una comunità potrebbero irrompere in una redazione di un quotidiano e uccidere i presenti se questo non verrà fatto?

Un’altra domanda è la seguente: “Quanto accaduto ha qualcosa a che fare con le situazioni in cui si trovano molti musulmani francesi – le banlieu (le periferie francesi meno abbienti) e così via dicendo?” L’unica risposta che finora sono riuscito a dare a questa domanda è che ci sono davvero delle persone là fuori che potrebbero non essere contente del posto dove vivono ma non irrompono nelle redazioni giornalistiche armate di kalashnikov e iniziano a sparare. Molte persone non amano i loro quartieri. Non è questo il punto. Altri media hanno optato per l’opzione accomodante. In Gran Bretagna, da destra a sinistra, la risposta è stata unanime: “Tutti i leader musulmani britannici condannano l’attacco sferrato contro la rivista parigina”. Come se scuotere il capo in segno di disapprovazione fosse qualche grande passo in avanti. Sembra esistere uno schema a lungo termine – non importa quante volte gli aggressori abbiano gridato “Allahu Akbar!” o annunciato, come ieri, che “il profeta Maometto è stato vendicato” – di condanna degli attacchi terroristici in generale, accompagnato dallo sconcerto al pensiero che quanto accaduto potrebbe non avere nulla a che fare con “l’Islam”.

Ci sono anche le condanne fumose e sonore del “terrorismo”, mai accompagnate dal nome degli uomini o dei gruppi coinvolti. E noi continueremo a dare la colpa alle vittime? Tutto ciò non fa affatto ben sperare. Charlie Hebdo era – ma spero di poter continuare a dire “è” – una rivista che satireggia qualunque idea. Tra i suoi obiettivi non c’è solo Maometto ma anche i cristiani, gli ebrei, lo scrittore francese Michel Houellebecq e la leader del Fronte Nazionale Marine Le Pen. In questo momento, i principali media e i politici dovrebbero fare in modo di comprendere le preoccupazioni delle loro platee piuttosto che trattarle come “razziste” e “islamofobe” radioattive. Se chi occupa posizioni di rilievo non affronterà ora questo problema, non vorremmo essere nei panni di quelli che vi porranno rimedio in un secondo momento.

(*) Gatestone Institute

Traduzione a cura di Angelita La Spada