L’approccio svedese  per i jihadisti: il lavoro!

Mentre la Danimarca vaglia la possibilità di perseguire i jihadisti per tradimento e la Gran Bretagna sta pensando di togliere loro la cittadinanza, la Svezia punta al dialogo e alla comprensione. La socialdemocratica Mona Sahlin, coordinatrice nazionale della lotta contro gli estremisti violenti, ritiene che sarebbe positivo se le amministrazioni locali li aiutassero dando loro un’istruzione e trovandogli un lavoro.

La Sahlin è tutt’altro che una figura marginale nella politica svedese. Dopo l’assassinio del premier socialdemocratico Olof Palme, nel 1987, il suo successore Ingvar Carlsson scelse subito Mona Sahlin come principessa ereditaria. Ma nel 1995, proprio quando Carlsson annunciò il suo ritiro, scoppiò uno scandalo che travolse la Sahlin. I media rivelarono che la donna aveva utilizzato per uso personale le carte di credito in dotazione ai ministri e riservate a spese di servizio e così fu costretta a prendersi una pausa dalla politica. Un po’ di concussione non può essere un grosso problema nei paesi dove ci si aspetta che i politici non siano perfettamente puliti e le 25.229 corone (circa 3000 dollari) dei contribuenti che la Sahlin ha ammesso di avere speso non sono in fondo una grossa somma. Ma in Scandinavia, è il pensiero che conta. Nel 1992, un promettente parlamentare socialdemocratico danese dovette abbandonare la politica perché aveva rubato in una gelateria. Tuttavia, Mona Sahlin trova sempre un modo per risalire.

Quando l’ex premier Göran Persson si dimise da leader del Partito socialdemocratico nel 2007, la Sahlin fu l’unico candidato designato a succedergli. Molti socialdemocratici volevano che una donna ricoprisse quell’incarico e le vecchie mancanze della Sahlin sembravano perdonate e dimenticate. Ma con lei alla guida del partito, i socialdemocratici subirono la peggiore sconfitta mai registrata. Nel 2010, il partito ottenne il 30,7 per cento dei voti – la cifra più bassa da quando fu introdotto nel 1921 il suffragio universale. Ancora una volta, Mona Sahlin fu costretta a dimettersi. La cultura è per gli stranieri Il fatto che la Sahlin sembra avere una bassa opinione degli svedesi e della cultura svedese ha senza dubbio contribuito al declino del Partito socialdemocratico. Il 22 ottobre 2000, in un’intervista al quotidiano Göteborgs-Posten, ella spiegava che se due persone sono ugualmente qualificate per ottenere un lavoro in un’impresa con pochi immigrati, “dovrebbe essere assunto quello che si chiama Muhammad. Dovrebbe essere considerato un merito avere un background diverso da quello svedese”.

La Sahlin non ha mai nascosto il desiderio che la Svezia sia meno svedese e più multiculturale. Nel 2001, in un’intervista alla radio, ella disse che “gli svedesi devono essere integrati nella nuova Svezia perché la vecchia Svezia non ritornerà mai più”. L’anno dopo, le fu chiesto dal quotidiano Euroturk cosa fosse la cultura svedese. E lei rispose: “Mi hanno fatto spesso questa domanda, ma non riesco a capire che cultura sia quella svedese. Credo che sia ciò che rende molti svedesi così invidiosi dei gruppi di immigrati. Abbiamo una cultura, un’identità, una storia, qualcosa che ci unisce. Cosa abbiamo? La festa di Mezza Estate e queste cose banali.” Inutile dire che a molti svedesi non è piaciuta questa teoria. Coordinatrice nazionale Lo scorso anno, un governo conservatore ha assegnato alla socialista Mona Sahlin un incarico importante: essere la coordinatrice nazionale della lotta contro l’estremismo violento.

È suo compito tenere d’occhio gli estremisti e proporre delle linee d’azione per impedire loro di compiere attentati terroristici e altre atrocità. La Sahlin è sembrata subito più interessata al benessere dei jihadisti che a quello della maggioranza pacifica del paese. Parlando alla Norwegian Broadcasting Company (NRK) ella ha detto che si rivolgeva troppa attenzione a coloro che si erano recati in Iraq e in Siria e ora lei voleva prevenire il reclutamento iniziale. Non dando un giro di vite – come si potrebbe pensare – agli imam radicali e ad altri che si occupano del reclutamento, ma identificando “chi è a rischio di diventare vittima degli estremisti”. Interessante scelta di parole. Se chi va a combattere per lo Stato islamico in Siria e in Iraq potrebbe essere “vittima degli estremisti”, allora lei come definirebbe tutti quegli uomini, quelle donne e quei bambini che queste “vittime” hanno ucciso? Basta con la Sahlin? La settimana scorsa, un politico locale della città di Örebro ha proposto di sottoporre a trattamento psicologico i jihadisti di ritorno dai vari fronti di guerra, e di aiutarli a trovare un lavoro. Mona Sahlin si è affrettata a dire che questo era un “buon esempio” di ciò che si potrebbe fare. Innanzitutto, ella ha detto, “non tutti quelli che fanno ritorno hanno commesso delle azioni abominevoli.

Chi lo ha fatto, ovviamente deve essere punito, ma chi è andato laggiù (in Siria) può essere stato convinto a fare qualcosa che non poteva immaginare in anticipo. Essi tornano il prima possibile”. Questo è stato troppo per un esperto di terrorismo come Magnus Norell che ha espresso questo commento al quotidiano Aftonbladet: “Se si vuole aumentare il numero dei reclutati per lo Stato islamico, questa è una fantastica idea. Il messaggio è che va bene comportarsi così, e quando tornerai ti procureranno un lavoro, una casa e ti manderanno a fare terapia”. Una voce dall’Afghanistan Un altro uomo sconcertato è il soldato svedese Frederick Brandberg, che è alla sua terza missione in Afghanistan. La sua reazione alle parole della Sahlin e di altri politici svedesi alla tiepida preoccupazione per il ritorno dei combattenti islamici, è stata dapprima postata su Facebook e poi i suoi commenti sono stati pubblicati sulla stampa. “Nel giro di pochi mesi,” ha scritto Brandberg, “sono tornato in Svezia dopo essere stato inviato in Afghanistan a combattere contro i talebani e contro altri che stanno realmente mettendo in pericolo lo sviluppo di questo paese molto infastidito… Non ho un lavoro fisso ad aspettarmi quando farò ritorno a casa.”

E Brandberg continua: “Ho letto che Mona Sahlin insieme ad altri leader politici svedesi è ansiosa di prendersi cura dei combattenti svedesi dello Stato islamico che tonano a casa dopo aver combattuto in Siria, proponendogli dei progetti lavorativi, e non solo, studiati appositamente per loro, che li farebbero rigare dritto nella nostra società. “Sarebbe meraviglioso se anch’io potessi usufruire di un programma analogo dopo il mio ritorno a casa, dopodiché mi sentirei al sicuro avendo un lavoro fisso, con uno stipendio mensile e una posizione stabile nella società, in cui non dovrei chiedere se io sia necessario o no.” Un portavoce delle forze armate svedesi ha commentato: “Ci prendiamo cura dei soldati mentre sono lì a fare il loro dovere. Una volta tornati a casa, non sono più fatti nostri”. Queste voci solitarie sono fioche in un paese che si vanta di uniformità riguardo l’Islam, il jihad e l’immigrazione, ma il fatto che una figura di spicco a livello nazionale come Magnus Norell sia disposto a parlare apertamente può essere un segnale che dietro la facciata politica le fratture stanno aumentando.

“Sahlinismo” Un altro segnale che alcuni svedesi ne hanno abbastanza della Shalin e di ciò che lei rappresenta proviene dal blogger socialdemocratico Johan Westerholm. Egli ha anche coniato un termine per il genere di politica che lei fa, e questo termine è “Sahlinismo”. Questa locuzione significa accusare di “razzismo”, “fascismo” e “xenofobia” chiunque voglia parlare di immigrazione e dei problemi che l’accompagnano; e significa anche un totale rifiuto di discutere di questi temi. Secondo Westerholm, il Sahlinismo è il motivo per cui i Democratici svedesi (Sd), critici verso l’immigrazione, continuano a crescere in ogni sondaggio. Se chiunque desideri discutere di immigrazione è accusato di “assomigliare a un Democratico svedese”, non c’è da meravigliarsi, egli dice, che sempre più svedesi diventino sostenitori dei Democratici svedesi. I Democratici sono l’unico partito a chiedere la riduzione dell’immigrazione nel paese. Un colpo inaspettato Forse il colpo più duro sferrato contro la Shalin arriva da una fonte inaspettata.

Secondo quanto detto al quotidiano Expressen da Yekbun Alp, una donna curda attiva nella lotta per i diritti dei curdi in Turchia, la Sahlin è accusata di aver tradito i curdi svedesi i cui familiari sono stati uccisi dallo Stato islamico: “Se molti pensano che il carcere a vita e l’estradizione sarebbero delle misure ragionevoli, Mona Shalin (…) pensa che i terroristi dovrebbero essere trattati in modo diverso. (…) Che altro escogiterà: risarcire i terroristi del reddito perduto? Mona Shalin vuole premiare i terroristi che sono andati in Kurdistan, Iraq e in Siria a violentare donne e bambini e a venderli come schiavi sessuali – oltre a decapitare la gente (…), spingendosi centinaia di miglia lontano da casa e compiendo omicidi di massa, genocidi, torture e rapimento.” Se Mona Sahlin fosse stata responsabile dei tribunali per i crimini di guerra dopo la Seconda guerra mondiale, scrive la Alp, probabilmente avrebbe assolto i criminali nazisti e gli avrebbe dato un sostegno finanziario. “La Sahlin ha scelto di voltare le spalle ai curdi, agli armeni, ai siriaci e agli assiri”, scrive la Alp. “Questo è uno schiaffo in faccia a tutti coloro che hanno perso un familiare, un amico, un conoscente o un parente combattendo contro lo Stato islamico, e anche alla democrazia in Svezia e altrove”.

Cattive notizie La condanna di Yekbun Alp è una cattiva notizia per la Sahlin, per il suo Partito socialdemocratico e per i sostenitori conservatori. In Svezia, ci sono probabilmente oltre 100mila curdi e un gran numero di essi potrebbe essere arrabbiato come la Alp. A quanto pare, è una sorpresa per l’establishment politico svedese che non tutti gli immigrati provenienti da paesi del terzo mondo formano una massa indistinguibile e che non tutti gli immigrati mediorientali si amano a vicenda o hanno gli stessi interessi politici. Questo significa che schierandosi con un gruppo si rischia di inimicarsene un altro. Mona Sahlin e i suoi amici potrebbero dover affrontare delle scelte difficili.

(*) Gatestone Institute

Traduzione a cura di Angelita La Spada