La vera lezione degli attentati di Parigi

Quando la verità viene a galla, può essere non solo sgradevole ma spesso viene fuori in modo accidentale. Ci sono stati diversi esempi eclatanti di questo dopo il massacro di Parigi compiuto all’inizio di questo mese. Nei giorni immediatamente successivi agli attacchi, il Times di Londra ha intervistato i parigini. Facendo riferimento a quanto accaduto, una donna di 46 anni ha parlato dei precedenti attentati di gennaio al giornale Charlie Hebdo e al supermercato ebraico. “Ogni parigino è stato toccato da questi attacchi”, ella ha detto riferendosi ai fatti di questo novembre. “Prima a essere colpiti erano solo gli ebrei, gli scrittori o i vignettisti”.

Se dire che “solo gli ebrei [erano prima colpiti]” è un modo inopportuno di descrivere la situazione, fuori luogo è stata anche la reazione avuta da un alto diplomatico americano. Qualche giorno dopo l’ultima strage di Parigi, il segretario di Stato americano John Kerry ha asserito: “È qualcosa di diverso da quello che è accaduto a Charlie Hebdo e credo che lo pensino tutti. Allora, c’è stata una sorta di focalizzazione particolare e forse anche una legittimità in termini di... non una legittimità, ma una logica da poter accettare e dire, va bene, sono davvero arrabbiato per questo e quello. Questo venerdì non è stata veramente fatta alcuna discriminazione”.

Ove questi commenti siano stati notati, sono stati ridicolizzati. Ma è quello che si nasconde sotto questa dichiarazione che dovrebbe meritare tutta la nostra attenzione. Il vero problema della frase che [prima degli ultimi attentati di Parigi] erano stati toccati “solo gli ebrei, gli scrittori o i vignettisti” non è che è offensiva o poco elegante – anche se lo potrebbe essere. Il problema risiede nel fatto che questa frase lascia intendere che le persone non hanno prestato attenzione negli attacchi precedenti. La frase denota la convinzione che le azioni terroristiche di gennaio fossero diverse – si è parlato di “terrorismo prevedibile” – anziché considerarle parte di un continuum che ora ha raggiunto la sua logica conclusione che è “impossibile prevedere il terrorismo”, perché “gli ebrei, gli scrittori e i vignettisti” non sono stati l’obiettivo di quegli attentati. E se i terroristi avessero preso di mira “solo gli americani” o “solo i diplomatici”, John Kerry avrebbe pensato che si era trattato di “terrorismo prevedibile”? Il fatto che prima venissero colpiti “gli ebrei, gli scrittori e i vignettisti” è esattamente quello che ha reso inevitabili gli attentati diretti contro chiunque altro. L’unica sorpresa dovrebbe essere la nostra stessa sorpresa.

Dopo gli attacchi di gennaio a Parigi, sono state organizzate grandi marce di solidarietà nel centro della città, e per un istante lo slogan “Je suis Charlie” sembrava essere l’hashtag o l’immagine del profilo di qualunque persona sui social media. Ma ovviamente quasi nessuno era Charlie, perché oltre alle numerose persone presenti su Twitter e Facebook con vari nomi di battaglia, pochissime di loro intendevano ripubblicare le vignette su Maometto o di realizzarne di nuove. Purtroppo, pochi mesi dopo le stragi, i superstiti della redazione di Charlie Hebdo hanno annunciato che non avrebbero più disegnato caricature di Maometto. Nessuno potrebbe biasimarli, oltre ad aver perso la maggior parte dei loro colleghi, deve essere stato estenuante per loro essere tra le sole persone che ancora esercitavano un diritto che tutti gli altri fingevano di difendere su Twitter. Nonostante tutti scandissero lo slogan “Io sono Charlie Hebdo”, è emerso che solo in pochissimi lo erano. E alla fine anche Charlie non era Charlie.

Invece, lo slogan “Io sono ebreo” non ha mai fatto tanti proseliti quanto “Io sono Charlie”. In tutte le strade di Parigi sono state indossate kippah o stelle di David? No. Ne sono state viste meno delle riproduzioni della vignetta del disegnatore Kurt Westergaard che ritraeva Maometto con una bomba al posto del turbante. Molte persone hanno detto di essere “ebree”, ma non erano disposte a finire nel mirino come gli ebrei – proprio come molte persone hanno affermato di essere “Charlie”, mentre in realtà non erano affatto interessate a finire nella stessa lista nera stilata dagli islamisti in cui è finito Charlie Hebdo.

Gli ultimi attacchi di Parigi hanno invece preso di mira tutti. E da questo dovremmo trarre la lezione che in una società libera nessuno può essere sicuro di schivare i proiettili di questi particolari fanatici. Nel conflitto che dobbiamo ora affrontare non vi è alcuna immunità se vi capita di essere abbastanza “fortunati” da non essere ebrei. Non la farete franca se vi capita di pensare che la gente non dovrebbe disegnare o pubblicare opinioni che sono tutt’altro che totalmente condivise dal 100 per cento delle persone, sempre e comunque. Un giorno sarete presi di mira perché siete in un ristorante o a un concerto o per aver il coraggio ormai “in declino” di assistere a una partita di calcio. Il fatto che questo pensiero non si sia ancora insinuato nell’immaginario collettivo è una cosa, e che non sia ancora balenato nella mente dei leader dell’unica superpotenza mondiale è un’altra. Un mese dopo gli attacchi di Parigi di gennaio, negli Stati Uniti c’è stato un attentato terroristico meno strombazzato contro un convegno sulla libertà di parola e poi ce ne è stato un altro contro la sinagoga di Copenaghen. Ho chiesto a una delle organizzatrici dell’evento cosa avrebbe detto alla gente che asseriva che “Potreste esservela cercata. Non dovete continuare a pubblicare vignette o a difendere il diritto di altre persone a pubblicare le caricature, perché sapete quanto gli islamisti detestino questo”. La risposta della donna è stata particolarmente laconica: “Se dovessimo smettere di disegnare vignette satiriche, dovremmo anche smettere di avere le sinagoghe? Le dovremmo convertire in qualche altra cosa? Dovremmo chiedere agli ebrei di andarsene?”.

Il problema è che troppe poche persone hanno prestato attenzione a tali voci o che troppe poche persone hanno compreso appieno l’importanza di quanto asserito da questi voci. Esse hanno detto ciò che sostenevano anche i giornalisti e i vignettisti morti nella redazione di Charlie Hebdo: se si rinuncia a questo diritto, poi, si perderà ogni altro diritto. Gran parte del mondo può anche essersi emozionato o vantato per aver detto a gennaio “Io sono Charlie” o “Io sono ebreo”. Ma tutto questo non ha importanza perché i terroristi dell’Isis pensano che siamo tutti vignettisti ed ebrei.

Così eccoci qui, alla fine di quella che dovrebbe essere una delle curve di apprendimento più brusche e dolorose della recente storia mondiale. E alla fine di questa curva dovremo convivere con la consapevolezza che avremmo potuto acquisire in precedenza, ossia che non potendo vivere con l’Isis e con gruppi simili, faremmo meglio a vivere senza di loro.

(*) Gatestone Institute

Traduzione a cura di Angelita La Spada