Turchia e Israele:
la nuova alleanza?

di Paolo Dionisi

03 febbraio 2016ESTERI

 

Nuovi assetti nel panorama delle alleanze in Medio Oriente. Nelle settimane scorse, a pochi chilometri da Ginevra, dove l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, sta in questi giorni cercando faticosamente di mediare tra le diverse fazioni siriane in guerra, il nuovo capo del Mossad, il cinquantaquattrenne ex consigliere per la sicurezza nazionale di Netanyahu, Yossi Cohen, insieme a Joseph Ciechanover, ex direttore generale del ministero degli Esteri di Gerusalemme, hanno incontrato in gran segreto il Sottosegretario degli Affari Esteri turco Feridun Sinirlioglu. Le due delegazioni hanno raggiunto un accordo per chiudere il contenzioso sull’incidente della “Freedom Flottilla per Gaza” del 2010 e convenuto su una serie di iniziative per rilanciare l’intesa turco-israeliana.

Come si ricorderà, il 31 maggio del 2010, un commando dei reparti speciali israeliani attaccò in acque internazionali alcune navi civili turche, la “Freedom flottilla”, che stavano portando aiuti umanitari e attivisti internazionali a Gaza, cercando di forzare il blocco imposto dalle autorità israeliane. Nell’arrembaggio alla nave ammiraglia della flottiglia, la Mavi Marmara, scoppiarono degli scontri tra i soldati israeliani e l’equipaggio e dieci marinai turchi restarono uccisi, provocando una grave crisi diplomatica tra Israele e Turchia. Ankara lanciò pesantissime accuse ad Israele, pretese scuse ufficiali, il risarcimento alle vittime, la fine immediata del blocco della Striscia di Gaza ed espulse l’ambasciatore israeliano. Il governo Netanyahu replicò alle accuse turche, accusando i marinai a bordo di aver attaccato con armi i soldati israeliani.

Le Nazioni Unite condussero una inchiesta internazionale per stabilire i fatti che non portò a risultati concreti per i veti reciproci e i rapporti tra i due Paesi restarono molto freddi fino al 2013, quando, con il patrocinio del presidente americano Obama, Israele accettò di avviare con la Turchia le discussioni in materia di compensazione delle vittime e Netanyahu porse le scuse ufficiali per il comportamento “sproporzionato” dei suoi soldati. In Svizzera, Cohen, Ciechanover - che aveva rappresentato il suo Paese ai lavori della commissione di inchiesta delle Nazioni Unite - e Sinirlioglu hanno suggellato la fine del contenzioso. L’intesa è stata fortemente auspicata dallo stesso presidente Erdogan, con l’obiettivo di ricomporre velocemente i rapporti con Israele, forse l’unico paese vicino “non ostile” ad Ankara.

Negli ultimi tempi, infatti, l’aggravarsi della situazione in Siria e in Iraq, l’avanzata jihadista di Daesh e l’entrata pesante sul campo di “attori” ingombranti come la Russia, hanno isolato la Turchia nella regione. Il fallimento della strategia di Ankara in Siria, volta a rovesciare il presidente Bashar al-Assad a tutti i costi, anche concedendo spazio alle forze più estremiste, ha costretto la Turchia a ripensare le sue alleanze. Nel giro di pochi mesi Ankara si è vista accerchiata da tutti i lati; sui fronti siriano e iracheno dall’avanzata jihadista e dalla resistenza curda, sul fronte europeo dalla pressione di Bruxelles e delle altre capitali che rimproverano ad Ankara una politica “molle”, se non addirittura compiacente, nei confronti di Daesh e una fallimentare gestione del flusso dei migliaia di profughi dalle zone di guerra. E poi il disastro dei rapporti con la Russia, dopo l’abbattimento, lo scorso novembre, del Sukhoi 24 da parte degli F16 turchi. Le accuse di Putin, per la “pugnalata alla schiena di Erdogan” e le ritorsioni economiche verso Ankara non si sono fatte attendere. Per qualche ora convulsa, dopo l’abbattimento, si è perfino temuto lo scoppio di un conflitto armato tra i due Paesi.

Eppure, prima di un epilogo inimmaginabile da tutti, la sintonia tra Turchia e Russia, in particolare sui grandi temi economici, era totale; il 6 agosto del 2009, l’allora primo ministro Erdogan firmava trionfante con Putin, alla presenza del premier italiano Berlusconi, grande amico di entrambi, l’accordo che avrebbe portato il gasdotto South Stream - il mega progetto di far arrivare il gas russo fino al cuore dell’Europa continentale - lungo le acque territoriali turche del mar Nero. E quando, nel Maggio 2014, per le sanzioni legate all’invasione russa della Crimea, si sono fermati i lavori del South Stream e Putin, per ripicca, ha ordinato di sospendere a tempo indeterminato l’intero progetto, è proprio con Erdogan che lo zar di Mosca ha deciso, il 1 dicembre del 2014, di realizzare un nuovo gasdotto attraverso la Turchia. Anche il nuovo progetto, il Turkish stream, è naufragato sul mare agitato della crisi in Siria e dell’abbattimento del Sukhoi.

Ecco dunque l’esigenza di riabbracciare un vecchio amico, Israele, con cui i rapporti erano sempre stati cordiali prima dell’incidente della Mavi Marmara, a differenza di altri paesi a maggioranza musulmana nella regione. Erdogan ha velocemente dimenticato le accuse rivolte a Netanyahu di barbarie - era l’estate del 2014 - per gli abusi a Gaza. Ora dice sui giornali turchi che “Israele ha bisogno di un paese come la Turchia nella regione” e che la Turchia deve “accettare il fatto di aver bisogno di Israele”. Dietro la volontà di porre fine ad una lite di vicinato ci sono ovviamente anche fondate ragioni economiche; con le tensioni sorte con Mosca, il gas russo sul quale la Turchia contava diventa un serio problema e Ankara non ha altra scelta che rivolgersi ad Israele: la scoperta di grossi giacimenti di gas naturale al largo della Stato ebraico offre infatti la migliore alternativa a lungo termine.

Ma il rinnovato abbraccio ad Israele esige alcune concessioni, perché gli israeliani sanno di essere in una posizione forte, dal momento che la Turchia è quasi isolata. Ankara dovrà innanzi tutto rivedere il rapporto preferenziale che ha fin qui tenuto con i vertici di Hamas. Ne è una prima prova la recente espulsione dal suolo turco di Saleh al-Arouri, il capo delle Brigate Izz ad- Din al-Qassam, il braccio militare dell’organizzazione palestinese, responsabile per il rapimento e l’uccisione di tre ragazzi israeliani nell’estate del 2014. E anche per Khaled Meshaal, il capo in esilio di Hamas, che avrebbe lasciato Damasco per rifugiarsi in Turchia, i giorni sarebbero contati.

Israele potrebbe anche richiedere di utilizzare lo spazio aereo e marittimo turco per esercitazioni militari, come stabilisce l’accordo militare con la Turchia del 1996; fino ai fatti del 2010, gli aerei con la stella di Davide si addestravano ogni semestre sui cieli turchi. Ma i leader a Gerusalemme conoscono troppo bene la suscettibilità del popolo turco e difficilmente rivendicheranno questo diritto.