Brexit ed equilibri geopolitici

Nelle prime giornate successive al voto che ha portato la Gran Bretagna fuori della Unione europea, l’attenzione si è concentrata essenzialmente sulle possibili ricadute economiche, anche per l’inevitabile e prevedibile tempesta speculativa che ha messo in affanno le Borse di tutto il mondo.

Poco o nulla, invece, si è discusso degli effetti geopolitici della Brexit, che, pure, rischiano di rivelarsi, nel tempo, ben più pesanti di quelli meramente economici. Infatti Londra fuori dall’Unione europea implica un ridisegno degli equilibri strategici internazionali la cui portata potrà venire pienamente apprezzata solo con il tempo. In primo luogo perché, ovviamente, nella pericolante Unione del Vecchio Continente verrà a mancare un importante contrappeso all’egemonia di Berlino, che si trova ormai praticamente sola a dover guidare non solo la cosiddetta “area Euro”, ma tutto il difficile tessuto di Paesi associati che le fa da corona. Una rete cui Berlino – la cui strategia si è rivelata, ad oggi, meramente economica e monetaristica – ben difficilmente riuscirà a dare una politica comune, anche per la cronica carenza di visione a lungo termine che caratterizza la guida della Cancelliera Angela Merkel e dei suoi collaboratori. Carenza che fa della Germania un gigante economico ed un nano geopolitico.

Inoltre, senza Londra perde ogni possibile sostanza la prospettiva – fino ad oggi solo teorica – di dare all’Europa un effettivo peso anche sotto il profilo militare. Infatti, con la Brexit se ne va non solo una delle due potenze dotate di armamento nucleare, ma anche la più rilevante forza militare a disposizione di un Paese della Ue. Quelle britanniche sono le Forze armate meglio organizzate ed addestrate dell’Europa Occidentale – con buona pace delle mai sopite ambizioni di grandeur di Parigi – e soprattutto la sua flotta resta una delle migliori al mondo. Tant’è vero che pur essendo notevolmente più piccola per dimensioni di quelle di altre grandi potenze marittime – dagli Usa alla Russia, alla crescente potenza cinese – viene considerata da molti esperti come quella più competitiva per qualità dei mezzi e addestramento.

Impensabile, dunque, ormai, anche solo sognare di dare alla Ue un maggiore peso in una situazione internazionale caratterizzata da continue crisi che rendono necessario il possesso, e sovente l’esercizio, di una effettiva potenza militare. Il nanismo politico e militare di Berlino è, ormai, una tara per tutta l’Unione. Con la Brexit, poi, viene a mancare, all’interno della Ue, il più stretto alleato europeo degli Stati Uniti. L’unico nel quale, per tradizione, Washington ha sempre riposto piena fiducia. E questo costituirà un problema di non poco conto per il prossimo inquilino della Casa Bianca. Infatti, la strategia statunitense sta da tempo puntando principalmente sulla complessa area formata dagli Oceani Pacifico ed Indiano, dove Washington deve affrontare quello che considera il suo unico, vero, “competitor” globale: Pechino. Per far questo, però, gli States devono necessariamente delegare la sicurezza del tormentato Mediterraneo e della stessa Europa Orientale ai suoi alleati occidentali, possibilmente ad una coalizione che, facendo perno sui Paesi della Ue, riuscisse da un lato a mettere in sicurezza Maghreb e Medio Oriente, dall’altro a tenere sotto controllo le rinnovate ambizioni “imperiali” della Russia di Putin. Ma con Londra fuori dall’Unione europea tutto potrebbe diventare più difficile. Soprattutto difficile sarà condizionare dall’interno un complesso mosaico di Stati tutti, più o meno, riottosi ad assumersi oneri geopolitici ed a sopportarne i costi economici ed umani. Tanto più che il Paese- guida, la Germania, è, come dicevamo, il più fermamente contrario – come classe dirigente ed opinione pubblica – a farsi carico di tali responsabilità.

Ovviamente, al di là delle dichiarazioni diplomatiche di facciata, a festeggiare è il Cremlino, che vede nella Brexit una possibilità di scardinare il combinato fra Ue e Nato che tiene imprigionata la Russia dietro una sorta di cintura di contenzione sin dalla fine della Guerra Fredda. Per altro Mosca non può non preferire il trattare direttamente con i singoli Stati dell’Europa Occidentale, piuttosto che con un’Unione presidiata, dall’interno, da uno stretto alleato di Washington quale è Londra.

E, infine, la Brexit potrebbe segnare la fine di quel processo di continuo allargamento dei confini della Ue che è servito, dagli anni Novanta ad oggi, ad applicare nei confronti della Russia la più classica “politica del carciofo”. Spogliandola, un po’ alla volta, di tutti i satelliti, e venendo, infine, ad intaccare il suo stesso “giardino di casa”, come dimostrano l’Ucraina, la Georgia e la Moldavia. Ed un segnale di questo si è già intravisto nelle ore immediatamente successive al referendum britannico. Turchia, Serbia e persino la piccola Macedonia – che da tempo bussano con insistenza alle porte della Ue – hanno improvvisamente imposto una frenata al processo di associazione. Musica per le orecchie di Vladimir Putin. E l’improvviso aprirsi di nuovi orizzonti per la sua Unione Economica Eurasiatica.

(*) Think tank “Il Nodo di Gordio”