L’Oman, il Paese più
sorprendente del M.O.

di Daniel Pipes (*)

18 marzo 2017ESTERI

 

L’Oman, dove ho soggiornato la settimana scorsa, è un Paese arabo diverso da qualsiasi altro. Vediamone i motivi.

Nell’Islam si possono distinguere tre correnti principali: i sunniti (che costituiscono circa il 90 per cento di tutti i musulmani), gli sciiti (circa il 9 per cento) e gli ibaditi (circa lo 0,2 per centro). L’Oman è l’unico Paese al mondo in cui gli ibaditi sono la maggioranza. Essendo una piccola minoranza nel contesto musulmano più ampio, i governanti dell’Oman si sono sempre tenuti alla larga dai problemi del Medio Oriente. Se una parte del Paese è costituita da una zona desertica e montuosa isolata, l’altra parte ha volto lo sguardo verso i mari, soprattutto verso l’India e l’Africa orientale. Per due secoli, l’impero omanita è stato in competizione con gli europei per il controllo dell’Oceano Indiano; anzi, l’Oman ha governato l’isola di Zanzibar fino al 1964, divenendo così l’unico Paese non europeo a controllare il territorio africano.

Ancora oggi il sultanato si tiene lontano dai problemi mediorientali, che si tratti del conflitto arabo-israeliano o dell’espansionismo iraniano. Al momento, con una guerra civile che impazza nel vicino Yemen e l’Iran che crea problemi proprio nella penisola di Musandam, un’enclave omanita, che si protende nelle acque del super-strategico Stretto di Hormuz, l’Oman è un’oasi di tranquillità. Il jihadismo è stato finora inesistente: il Paese non ha subito atti di violenza e nessun omanita si è unito all’Isis.

Il paesaggio naturale omanita – tra mare e deserto – ha generato una tensione fra cosmopolitismo e insularità. Said bin Taimur, il sultano che regnò dal 1932 al 1970, aveva studiato in India e Iraq; nel 1938, si recò a Washington per incontrare il presidente Franklin D. Roosevelt. Egli inoltre mandò a studiare all’estero suo figlio, Qaboos bin Said Al Said. Nonostante questo, Said isolò i sudditi omaniti dal resto del mondo, tenne i proventi del petrolio tutti per sé, pensando in modo perverso che l’isolamento e l’arretratezza gli avrebbero permesso di restare al potere. Per capire quale fosse la situazione del Paese nel 1970 basta dire che c’erano solo due generatori di corrente, due ospedali, tre scuole private e sei miglia di strade asfaltate. La schiavitù era legale; era vietato fumare per la strada. Non esisteva alcun quotidiano o cinema. Per usare le parole di un visitatore: “L’orologio della storia si è fermato da qualche parte nel Medioevo”.

Ma a quanto pare la povertà e l’ignoranza non gli garantirono la continuità governativa. Nel luglio del 1970, il figlio trentenne Qaboos detronizzò il padre con un colpo di Stato. Dopo 47 anni, Qaboos continua ad essere il sovrano assoluto dell’Oman. Egli si è rivelato un modernizzatore implacabile che ha personalmente supervisionato lo sviluppo del Paese, dalle raffinerie di petrolio fino al teatro dell’opera. Circa un milione di barili di petrolio al giorno sostengono l’economia senza dominarla. Due milioni e mezzo di omaniti danno impiego a circa due milioni di stranieri, in gran parte dell’Asia meridionale.

Questo Paese un tempo chiuso è ora di facile accesso. Bastano 13 dollari per acquistare un visto turistico in aeroporto e la bellezza naturale dell’Oman ne ha fatto una meta per occidentali di fascia alta amanti del mare e dell’ecoturismo. Una destinazione diventata talmente chic che nel 2013 Lonely Planet ha collocato la capitale Muscat (o Mascate) al secondo posto tra le “migliori città del mondo da visitare”.

Di conseguenza, l’Oman ha ampiamente recuperato, vantando una rete di distribuzione elettrica che raggiunge i villaggi più remoti, una vasta rete di eccellenti autostrade, un tasso di alfabetizzazione del 91 per cento, una serie di università e la Royal Oman Symphony Orchestra. Dittatore benevolo, Qaboos domina il Paese con modi di fare insoliti per gli occidentali. Egli è al contempo primo ministro, ministro della Difesa, degli Affari esteri e della Finanza, così come comandante supremo delle forze armate e della polizia. E non è tutto. Come osserva l’Economist, un abitante di Muscat ogni giorno “può percorrere in macchina la Sultan Qaboos Road, passare davanti alla Sultan Qaboos Grand Mosque magari anche davanti al Port Sultan Qaboos. Potrebbe laurearsi alla Sultan Qaboos University e assistere a una partita di football nel complesso sportivo Sultan Qaboos prima di rincasare a Madinat Sultan Qaboos, un quartiere della città”.

La rivolta araba del 2011 ha raggiunto l’Oman, ma come nel caso delle maggior parte delle monarchie, è stata facilmente gestita con qualche spesa supplementare. Il 3 marzo, il Paese ha appreso la notizia più importante degli ultimi decenni: il 76enne Qaboos, malato, fragile e senza figli, ha nominato vice primo ministro un cugino, Asaad bin Tariq. Questa mossa è stata ampiamente interpretata come indicativa del fatto che l’abbia scelto come suo successore. Dopo anni di congetture, questa nomina, con un po’ di fortuna, metterà fine alle minacce di instabilità.

Da democratico, deploro le monarchie assolute. Ma, come analista del Medio Oriente, riconosco che le monarchie sono forme di governo di gran lunga migliori degli altri regimi della regione, soprattutto degli ideologi e degli ufficiali dell’esercito. Pertanto, mi associo ai numerosi omaniti nell’auspicare una transizione agevole che tenga abilmente il Paese lontano dal pericolo.

(*) Traduzione a cura di Angelita La Spada