E se... 50 anni dopo la guerra dei sei giorni

La vittoria riportata dall’esercito israeliano su tre Stati nemici nel giugno 1967 è il maggior successo bellico di tutti i tempi. La guerra dei Sei giorni ha avuto delle conseguenze importanti per il Medio Oriente perché ha stabilito la permanenza dello Stato ebraico, ha assestato un colpo letale al nazionalismo panarabo e (paradossalmente) ha peggiorato la posizione di Israele nel mondo a causa dell’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme.

Concentriamoci su quest’ultimo punto: come ha potuto una vittoria militare spettacolare comportare un serie di problemi che tormentano ancora oggi Israele? Perché questa vittoria ha conferito agli israeliani un ruolo non desiderato e al quale non potevano sottrarsi.

Innanzitutto, gli israeliani di sinistra e i buoni samaritani stranieri accusano a torto il governo israeliano di non essersi impegnato a sufficienza per lasciare la Cisgiordania, come se il fatto di moltiplicare gli sforzi avrebbe consentito di trovare un reale partner di pace. A tale proposito, i critici ignorano il negazionismo, ossia l’atteggiamento che consiste nel rifiutare di accettare qualunque cosa sionista e che domina la politica palestinese da un secolo. Il suo iniziatore, Amin al-Husseini, collaborò con Hitler ed ebbe anche un ruolo chiave nella formulazione della soluzione finale. Tra le manifestazioni recenti di questa politica spiccano il movimento “anti-normalizzazione” e quello per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds). Il negazionismo rende vane e perfino controproducenti le concessioni da parte di Israele, perché i palestinesi reagiscono ad esse con maggiore ostilità e violenza.

In secondo luogo, Israele si trova ad affrontare un dilemma geografico e demografico in Cisgiordania. Mentre i suoi strateghi vogliono controllare gli altopiani, i suoi nazionalisti mirano a costruire città e i suoi religiosi desiderano impossessarsi dei luoghi sacri ebraici, il controllo continuo di Israele su una popolazione cisgiordana di 1,7 milioni di abitanti, gran parte dei quali sono dei palestinesi musulmani arabofoni e ostili, pesa enormemente sia a livello interno sia sul piano internazionale. I vari piani messi a punto per conservare le terre e neutralizzare una popolazione nemica – integrandola, comprandola, dividendola, spingendola fuori o trovandole un altro leader – si sono rivelati vani.

In terzo luogo, gli israeliani nel 1967 presero tre misure unilaterali a Gerusalemme, che crearono vere e proprie bombe a orologeria: estendere notevolmente i confini della città, annetterla e offrire la cittadinanza israeliana ai nuovi residenti arabi della città. La combinazione di questi tre elementi ha portato a una competizione a lungo termine sul piano demografico e degli alloggi che i palestinesi stanno vincendo, compromettendo la natura ebraica della capitale storica degli ebrei. E peggio ancora, 300mila arabi potrebbero in qualsiasi momento scegliere di prendere la cittadinanza israeliana.

Questi problemi sollevano una domanda: i leader israeliani nel 1967 avrebbero potuto prevedere gli attuali problemi e agire diversamente in Cisgiordania e a Gerusalemme? Avrebbero potuto:

Fare della lotta contro il negazionismo la loro massima priorità censurando implacabilmente ogni aspetto della vita in Cisgiordania e a Gerusalemme, applicando sanzioni severe contro l’incitamento e compiendo intensi sforzi per inculcare un atteggiamento positivo nei confronti di Israele.

  • Invitare le autorità giordane, che governavano la Cisgiordania dal 1949, a gestire gli affari interni dell’area (ma non quelli di Gerusalemme) e lasciare alle Forze di difesa israeliane soltanto l’onere di proteggere i confini e le popolazioni ebraiche.
  • Estendere i confini di Gerusalemme solo alla Città Vecchia e alle aree disabitate.
  • Pensare bene alle conseguenze di costruire città ebraiche in Cisgiordania.

E oggi, cosa possono fare gli israeliani? La questione di Gerusalemme è relativamente facile da risolvere poiché la maggior parte dei residenti arabi della città non ha ancora ottenuto la cittadinanza israeliana, pertanto, il governo israeliano può ancora fermare questo processo riducendo la dimensione dei confini di Gerusalemme tracciati nel 1967 e non concedendo più la cittadinanza israeliana a tutti gli abitanti della città. Anche se questa scelta può provocare tensioni, è di fondamentale importanza porre fine all’attività edilizia abusiva.

La questione della Cisgiordania è più difficile. Finché prevarrà il negazionismo palestinese, Israele è costretto a sorvegliare una popolazione molto ostile di cui non oserà abbandonare il controllo. Questa situazione genera un dibattito vizioso e appassionato fra gli israeliani (si rammenti l’assassinio di Rabin) e danneggia la posizione internazionale del paese (si pensi alla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite). Ma tornare alle “linee di Auschwitz” del 1949 e abbandonare 400mila residenti israeliani della Cisgiordania alle tenere cure dei palestinesi non è ovviamente una soluzione.

Piuttosto, Israele deve fronteggiare e minare il negazionismo palestinese, convincendo i palestinesi che lo Stato ebraico è permanente, che il sogno di eliminarlo è vano e che si stanno sacrificando inutilmente. Israele può raggiungere questi obiettivi facendo della vittoria il suo scopo, mostrando ai palestinesi che l’incessante negazionismo porterà loro soltanto repressione e fallimento. Il governo americano può aiutare, con la sua approvazione, a spianare la strada verso una vittoria israeliana.

È solo con la vittoria che l’incredibile trionfo di quei sei giorni del 1967 si tradurrà in una soluzione duratura che consiste nell’accettazione da parte dei palestinesi della permanenza dello Stato ebraico.

(*) Traduzione a cura di Angelita La Spada