Putin abbraccia Assad: “La guerra all’Isis è quasi finita”

Una visita a sorpresa, l’abbraccio immortalato dai fotografi nel portico del palazzo presidenziale a Sochi, la cittadina balneare del Mar Nero ormai candidata a Yalta della crisi siriana, e l’incontro a quattr’occhi per tre ore filate. Vladimir Putin ha tenuto nascosto al mondo il bilaterale con Bashar al Assad sino a che il presidente siriano non è tornato in patria. Poi l’annuncio. E le dichiarazioni a impatto: “La guerra in Siria - ha detto lo zar - è quasi finita”, ora serve trovare la quadra sulla “soluzione politica”. Detta così, può sembrare aria fritta: sono anni infatti che ci si accapiglia sul ginepraio delle alleanze. Intanto la gente scappa. Però sono diversi gli indizi che fanno pensare a un possibile sblocco della crisi. Oggi sempre a Sochi si terrà il trilaterale fra Putin, Erdogan e Rohani. Russia, Turchia e Iran sono le “nazioni garanti” del processo negoziale di Astana nonché le uniche, con ruoli (e interessi) diversi, ad avere gli scarponi sul terreno. Il Cremlino ha sottolineato che l’incontro fra Putin e Assad è frutto di una “promessa” fatta ai colleghi della “triplice alleanza” perché le intese eventualmente raggiunte a Sochi possano essere “realizzabili”.

L’approccio è pragmatico e Putin ne ha discusso nella giornata di ieri anche con Donald Trump - la Casa Bianca ha confermato la telefonata e fra i temi discussi c’era ovviamente la Siria - e re Salman dell’Arabia Saudita. Ovvero gli altri due grandi “azionisti” del processo di pace. Il Cremlino ha sottolineato che Putin ad Assad ha ribadito la necessità di un “dialogo inclusivo” e di “concessioni reciproche” come unica via per voltare pagina una volta per tutte. Mosca ha ripetuto che “il futuro” di Assad deve essere deciso dal popolo siriano. Risposta standard che non tiene conto delle posizioni contrastanti sulla questione. La proposta di Putin è quella di andare avanti con il Congresso dei Popoli della Siria, la grande conferenza che dovrebbe far emergere gli assetti futuri della nazione, magari in senso più ‘federale’. Poi il boccino passerebbe nelle mani dell’Onu. La strada è stretta ma ormai è davvero l’unica. Gli Stati Maggiori dei tre alleati hanno concordato le azioni da compiere per l’assalto militare finale e Mosca punta a riportare in patria il grosso delle truppe a dicembre, in tempo per l’apertura della campagna elettorale presidenziale, e dichiarare così - una volta per tutte - “missione compiuta”. Certo, resta il nodo dei curdi (nervo scoperto per Ankara) e la posizione dominante alawita (garanzia di continuità per Teheran). Oggi a Sochi forse si vedrà qualche passo avanti in tal senso. Il presidente iraniano, dal canto suo, proprio ieri ha dichiarato che le “fondamenta dello Stato Islamico sono state annientate”. Tattica per lasciar aperta la porta alle concessioni reciproche? Presto si vedrà se siamo di fronte all’ennesimo tanto rumore per nulla: non si può dire però, dopo la mossa di oggi, che Putin non ci abbia messo la faccia.