Trump disegna la leadership Usa

Il nuovo ordine mondiale che si sta dispiegando ha, quali protagonisti, gli Stati Uniti di Donald Trump, la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping. Inesistente e ininfluente l’Europa. Eppure, quest’ultima, attraverso il Trattato di Maastricht è arrivata ben prima dell’uscita dal periodo sovietico della Russia, e del boom economico cinese.

Trump vuole collocare gli Stati Uniti in una posizione di leadership mondiale. Con il via libera del Senato alla riforma fiscale, il tycoon newyorkese ha tagliato le tasse per le imprese abbattendo le aliquote dal 35 al 20 per cento, ridotto le imposte per le persone fisiche in base a quattro scaglioni del 12, 25, 35 e 39 per cento, allo scopo di favorire la crescita economica degli States. Il beneficio sarà presto evidente. Inutile dire che l’Italia deve fare altrettanto. Già a cominciare dalle tasse, Trump ha dato al mondo una lezione di libertà. Dal riordino delle tasse discende infatti il sacrosanto principio liberale einaudiano del “tanto si incassa e tanto si può spendere”. Principio sconosciuto ed evitato come la peste in Italia dalla politica della sinistra arruffona e assistenzialista.

Donald Trump ha deciso anche di rompere con l’Onu sul tema dei migranti. Il presidente degli Usa ha cioè posto gli Stati Uniti fuori dal Global Compact delle Nazioni Unite scegliendo come controllare i propri confini. “La Dichiarazione di New York contiene numerose disposizioni incoerenti con le politiche Usa su immigrazione e rifugiati e con i principi dell’amministrazione Trump”, ha comunicato il governo guidato dal tycoon. Solo nel settembre del 2016, Barack Obama ha sostenuto il processo che con i Paesi membri dell’Onu avrebbe dovuto portare all’ennesimo e inutile Trattato avente ad oggetto la crisi migratoria e come affrontarla, senza che nel frattempo o in seguito si sia fatto alcunché di utile. Nessuno è ovviamente contrario a rendere coralmente sicura per tutti, e dignitosa, l’accoglienza dei migranti, o nel portare avanti le lotte contro lo sfruttamento, il razzismo e la xenofobia. Ma l’Onu si muove tanto inutilmente quanto fragorosamente; in pratica non combina un bel niente, e dunque gli Usa, a ragione, si smarcano.

Gli Stati Uniti hanno ricordato infatti e rivendicato la propria attività e anche la propria generosità, specificando che “le nostre decisioni sull’immigrazione devono sempre essere prese dagli americani e solo dagli americani”. Gli Stati Uniti cioè, a fronte delle frequenti astrusità e politiche falso buoniste prive di mezzi effettivi e senza controlli reali ad assecondare il processo, comprendono la falsa via percorsa, la denunciano e decidono di controllare i propri confini e gli autorizzati ad entrare negli Stati Uniti. Rendendo così effettive le vane parole meramente dichiarative dell’Onu e di Obama. La Dichiarazione di New York non è ritenuta compatibile con la sovranità americana. Dopo l’Unesco e l’accordo sul clima di Parigi, Trump disimpegna così formalmente il proprio Paese sui migranti.

Si prenda ad esempio l’intervento ultimo dell’Italia dei rappresentanti politici mai eletti all’Unione europea. Solo oggi viene associato il rischio della presenza di terroristi sui barconi dei migranti. Che tempismo! Il problema dei migranti richiede e avrebbe richiesto, sin dalle sue prime manifestazioni, decisioni valide ed efficaci. Trump sta dunque rivedendo e passando uno a uno al setaccio i problemi veri, reali, cui si trova a fare fronte. Il ruolo degli Usa è fondamentale.

Riguardo al controllo dei flussi migratori, così come all’american dream e alla land of opportunity, ai diritti e ai doveri degli immigrati a diventare o meno americani, nessuna autorità esterna e sovrana delle Nazioni Unite può interferire. Trump sa benissimo di non rappresentare un Paese come tutti gli altri e rivendica gli Stati Uniti e i tratti identitari del popolo americano quali fondamenta dell’essere primi al mondo e totalmente indipendenti da qualsivoglia autorità esterna. È da questa base, ripulita dai calcoli e dalle visioni sbagliate del predecessore Obama, che Trump fa ripartire il proprio Paese.

Sul fronte Mediorientale, si è in attesa della decisione sempre di Trump riguardo il riconoscimento ufficiale di Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele. L’unico accordo possibile in quell’area che coinvolge gli interessi, oltre che di Israele e della Palestina, di Egitto, Giordania, Arabia Saudita e Turchia, è il far confluire le diverse visioni e ambizioni su un compromesso che preveda il trasferimento allo Stato della Palestina di gran parte del territorio cisgiordano e la designazione di Abu Dis, a ovest di Gerusalemme, quale capitale palestinese. Tertium non datur.