Diritti umani in Armenia: la replica dell’Ambasciata

Riceviamo e pubblichiamo la seguente replica da parte dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia.

Egregio direttore Diaconale, vorremmo portare alla Sua attenzione alcune osservazioni in merito all’articolo “L’Armenia e la violazione dei diritti umani“ di Domenico Letizia, pubblicato sul sito de “L’Opinione delle Libertà” il 13 luglio scorso.

In effetti sono passati quattro anni da quando i cittadini dell’Azerbaijan Dilham Askerov, Shahbaz Guliyev e Hasan Hasanov, hanno attraversato illegalmente il confine, la linea di contatto, tra il Nagorno-Karabakh e l’Azerbaijan, come membri di un gruppo armato con finalità di spionaggio. I crimini d’odio per motivi etnici da loro commessi - tra cui anche il rapimento, la tortura e l’omicidio brutale di un ragazzo diciassettenne - sono stati indagati e comprovati da prove inconfutabili. Hasanov, giudicato colpevole di aver ucciso un uomo e di aver ferito una donna, al momento dell’arresto aveva opposto resistenza armata ed era stato ucciso. Nella telecamera in suo possesso sono state ritrovate delle riprese che mostrano Hakob Injighulyan, un cittadino armeno imprigionato in Azerbaijan dall’agosto 2013. Un ulteriore elemento a conferma della sua appartenenza, assieme ad Askerov e a Guliyev, ai servizi segreti dell’Azerbaijan.

La parte azera sta cercando di fuorviare la comunità internazionale con la palese intenzione di nascondere la verità sui propri cittadini e per questo li presenta come persone non armate che intendevano visitare le tombe dei propri parenti e denuncia un trattamento disumano nei loro confronti, dichiarando non legittime le procedure giuridiche per via dello status della Repubblica dell’Artsakh, cioè di uno stato non riconosciuto.

Invece, in realtà, secondo i Protocolli della Convenzione di Vienna, la persona che porta apertamente armi non può essere considerata un civile.

È da sottolineare comunque che, secondo la prassi giuridica internazionale (Cedu 10 maggio 2001, n. 25781/94) la sentenza emanata da parte della corte di uno stato non riconosciuto non può essere considerata illecita solo per via dello status del paese. Va inoltre osservato che le udienze giudiziarie per il caso di Askerov e Guliev sono state aperte al pubblico e sono state condotte in conformità alle norme giuridiche nazionali e internazionali. In ultimo, il trattamento nei loro confronti - nel rispetto della dignità della persona - è stato confermato dalla Croce Rossa.

La comunità internazionale però ha assistito solo alla glorificazione e agli onori riservati agli assassini in Azerbaijan, come era già accaduto nel caso del famigerato Ramil Safarov, l’ufficiale azero che nel 2004 aveva ucciso a colpi d’ascia l’ufficiale armeno, Gurgen Margaryan, mentre dormiva nella sua stanza, a Budapest, dove i due militari frequentavano un corso di addestramento della Nato.

Nel caso dell’Azerbaijan si può allora parlare di umanità? Sono stati numerosi i casi di civili armeni umiliati e maltrattati di fronte alle telecamere, in pure stile terroristico, e poi brutalmente uccisi. Durante la guerra dei quattro giorni dell’aprile 2016, da quale tipo di umanità si faceva guidare l’esercito dell’Azerbaijan quando lasciava al suo passaggio corpi mutilati e decapitati, bambini uccisi? Tutto questo dimostra soltanto che in Azerbaijan si ha una percezione particolare dell’umanità, utilizzata per la diffusione dell’odio e della xenofobia.

Le autorità dell’Azerbaijan speculano periodicamente sulle 4 Risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu adottate nel 1993 che sollecitavano, in via primaria e incondizionata, la cessazione delle ostilità e che non sono state attuate proprio dall’Azerbaijan. Con riferimento all’Armenia le Risoluzioni, attuate interamente dall’Armenia, chiedevano al Governo della Repubblica d’Armenia soltanto di “continuare a esercitare la sua influenza” sugli armeni del Nagorno-Karabakh al fine di cessare le ostilità. Fu grazie all’intervento dell’Armenia infine che fu reso possibile l’accordo di tregua trilaterale firmato tra l’Azerbaijan, il Nagorno-Karabakh e l’Armenia.

È ovvio pertanto che sono proprio le autorità azere a non aver attuato le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, tra le quali anche il non rispetto delle norme umanitarie.

L’Azerbaijan, famoso nel mondo per le violazioni dei diritti umani, nelle sue manipolazioni politiche non disdegna di utilizzare la sentenza di una delle istituzioni più prestigiose per la difesa dei diritti umani, quella relativa al caso Chiragov della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Siamo ancora una volta di fronte all’ennesimo tentativo di Baku di presentare questioni relative ai diritti umani, in particolare alla protezione dei diritti dei rifugiati, con interpretazioni arbitrarie distorcendone la vera essenza. La sentenza della Cedu riguarda il caso specifico e i diritti garantiti dalla Convenzione europea sui diritti umani e pertanto non può influenzare il processo negoziale del conflitto del Nagorno-Karabakh. Nell’articolo 236 del caso, la Corte sottolinea l’importanza dei negoziati nel formato dei co-presidenti del gruppo di Minsk dell’Osce e sottolinea che il diritto al ritorno di tutti i rifugiati e di tutti gli sfollati nei luoghi della loro residenza precedente fa parte dei principi fondamentali di Madrid, principi elaborati dal Gruppo di Minsk che sono la base dei negoziati di pace. Nello stesso giorno della sentenza per il caso Chiragov, la Cedu ha emanato un’altra sentenza a difesa dei diritti della famiglia Sargsyan, costretta dall’Azerbaijan a fuggire dal villaggio Gulistan della regione di Shahumyan.

L’Azerbaijan dichiara che il ritiro delle truppe armene creerebbe tutte le condizioni per il ritorno dei rifugiati. E anche in questo Baku si oppone alle proposte formulate nelle cinque ben note dichiarazioni dei leader dei paesi co-presidenti del gruppo di Minsk, in quanto dimentica che da parte dei co-presidenti questi elementi sono considerati nell’insieme e che nessuno dei singoli elementi può avere preferenza rispetto agli altri, cosa che renderebbe impossibile una soluzione equilibrata del conflitto.

Per quanto riguarda le considerazioni sui recenti sviluppi politici in Armenia, vorremmo notare come in una fase di transizione al sistema di governo parlamentare, il movimento civile si è trasformato in un movimento democratico a livello nazionale che ha portato a un cambiamento pacifico del potere. Gli sviluppi democratici in Armenia sono davvero impressionanti. Nella storia non sono moltissimi i casi in cui il cambio al potere avviene nel pieno rispetto della legalità e della costituzione.

Il conflitto del Nagorno-Karabakh non è affatto una rivendicazione territoriale tra l’Armenia e l’Azerbaigian, come lo rappresentano le autorità azere, ma è una questione di esistenza fisica, di sopravvivenza delle persone che ci vivono e del loro diritto a vivere in un paese libero e democratico. Il popolo dell’Artsakh ha pienamente dimostrato la sua capacità di assumersi la responsabilità per il proprio futuro e per il proprio diritto all’autodeterminazione.

Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia