La schiavitù in Mauritania: parla Biram Dah Abeid

Biram Dah Abeid ha un volto sorridente, uno sguardo deciso e una forza incrollabile. Con lui, in questo progetto di ricostruzione del suo Paese, la Mauritania, per sradicare l’analfabetismo, causa principale della schiavitù di un terzo della popolazione del Paese, la sua affettuosa moglie Leila, che contrariamente alle abitudini e alle usanze mauritane, lui porta con sé nelle occasioni pubbliche, nei viaggi, nei suoi incontri con la gente. Leila ha la fortuna di avere accanto a sé un marito che le consente di rappresentare le ingiustizie del suo Paese, pieno di privazioni e con un atteggiamento ben definito nei confronti della donna, parlando lei stessa con loro, con i bambini, ma anche con gli uomini, perché con il suo esempio il lavoro del marito sia più efficace. Una leggenda arabo-berbera del XII secolo ha raggirato il loro popolo e lo ha soggiogato con la paura di andare all’inferno se non avessero servito i loro padroni: “Nella notte dei tempi due musulmani andarono nel deserto portando con loro il Corano. Iniziò a piovere molto forte. Uno dei due strinse forte al petto il libro sacro per proteggerlo. L’altro, l’empio, prese il libro sacro e si protesse la testa con quello, ma la pioggia lo scolorì. Il libro sacro cominciò a perdere l’inchiostro e quell’uomo diventò nero. L’altro invece essendo più santo rimase bianco poiché aveva protetto il libro, nascondendolo dall’acqua, salvando la parola sacra”. Nasce così il mito che i neri per andare in paradiso devono servire i bianchi, altrimenti andranno all’inferno. Questa è la catena mentale che li attanaglia, figlia dell’ignoranza. La missione di Biram sin da quando era molto giovane è di rendere gli schiavi isolati dalla loro condizione di analfabetismo, povertà e mancanza di assistenza, consapevoli della possibilità di una vita libera dalla servitù. Suo avversario in questo durissimo percorso è Mohamed Ould Abdel Aziz, il generale che con un colpo di stato ha assunto la Presidenza del Paese dal 2008, che è appoggiato dalla l’élite arabo-berbera che schiavizza un terzo della popolazione mauritana. Biram Abeid viene da questi definito “colui che divide”, perché insegna con il suo operato ai mauritani un altro punto di vista che li separa dal loro padrone.

L’intervista che mi ha concesso Biram Abeid, si è tenuta a Roma nello studio dell’avvocato Alessandro Gioia, che si occupa di diritti umani e che segue la causa della Mauritania da molti anni. Si sono conosciuti durante un viaggio in Senegal, in occasione di una visita a Dakar, da allora l’avvocato Gioia è uno dei riferimenti italiani del presidente Abeid.

Sua nonna era una schiava, invece suo padre è nato libero. Come mai?

Sì. La religione dice che se la madre è schiava il figlio nasce schiavo, ma io non lo accetto. Il padrone della nonna paterna era molto malato, così chiese al Marabù, la figura religiosa musulmana più alta della comunità, cosa potesse fare per guarire. Lui gli consigliò di fare un’offerta a Dio, un sacrificio per riscattare la sua salute: doveva liberare uno schiavo se avesse voluto guarire. Avrebbe dovuto liberare mia nonna, invece il suo padrone ha deciso di rendere libero il bambino che aveva in grembo, mio padre, che quindi è nato libero. Mentre mia nonna è rimasta schiava fino alla sua morte. Mio padre a vent’anni ha sposato una schiava e da lei ha avuto due figli, un maschio e una femmina. Il padrone della prima moglie di mio padre ha venduto la prima moglie di mio padre e i suoi due primi figli, un maschio e una femmina. Per questo mio padre non si è mai dato pace e per questo più avanti ha deciso di non rifarsi una vita con una schiava ma con una donna libera. Così più avanti ha sposato mia madre, che è morta nel 2004. La prima moglie e il figlio maschio sono morti e la mia prima sorella l’abbiamo ritrovata. Mio padre è stato molto male per ciò che è successo.

Dove ha studiato presidente?

Le prime scuole le ho fatte nel villaggio dove sono cresciuto. Io non conosco con esattezza l’anno della mia nascita perché non sono nato in ospedale o in casa, eravamo nomadi.

Suo padre ha voluto che lei studiasse perché potesse combattere la schiavitù nel suo Paese con la cultura, con la conoscenza e non con atti di forza. Ma lei è stato l’unico fra i suoi fratelli e le sue sorelle ad avere questa opportunità. Come mai?

Mio padre ha avuto con mia madre altri dodici figli, io sono l’undicesimo. Quando avevo 8 anni mio padre mi ha mandato a scuola. I miei altri due fratelli maschi, più grandi di me, avevano una grave malattia agli occhi e non hanno potuto studiare. Alle figlie femmine non era concessa l’istruzione.

Quella è un’altra guerra da combattere.

Sì, nella nostra società, nella nostra epoca, una famiglia non esiste se solo composta da donne. Questo cinquant’anni fa, ma anche adesso.

Mi racconta il passaggio che ha fatto scattare in lei il bisogno di annientare la schiavitù in Mauritania?

Un fatto preciso ha lasciato un segno profondo dentro di me, è accaduto quando ero piccolo: uno schiavo che viveva col suo padrone vicino casa nostra è venuto a rifugiarsi da noi per un po’, per mangiare qualcosa e poi per riposarsi, aveva molta fame e mia madre lo ha accolto. Ad un certo punto è arrivato il suo padrone ed ha iniziato a bastonarlo perché aveva lasciato il lavoro. Ho chiesto a mia mamma come mai quell’uomo neppure provava a difendersi, lui era molto più alto e grosso dell’uomo che lo stava percuotendo. Mia madre mi disse che questa persona aveva le catene nella sua testa, che era bloccato psicologicamente e non conosceva un altro tipo di vita. Io dissi a mia madre che non le vedevo e lei mi fece segno indicandomi la sua testa. Erano lì dentro le sue catene.

Quindi è stato questo l’elemento scatenante per cui ha deciso di occuparsi del suo Paese e del grave problema che lo affligge, che lo mantiene in uno stato di arretratezza sociale e culturale?

Sì, quando ho saputo questa cosa da mia madre, ho capito che questa era anche la storia della nostra famiglia. Gli uomini religiosi da noi insegnano questo e se gli schiavi non assecondano questi insegnamenti sono convinti di andare all’inferno, per questo si sottomettono. Mio padre in seguito mi disse che mi aveva dato la possibilità di andare a scuola perché potessi essere una persona veramente libera e in grado di aiutare e combattere ogni tipo di ignoranza. Lui ha provato a combattere la schiavitù con la forza, non ha potuto con l’istruzione.

Chi sono i marabù?

Nella nostra religione musulmana abbiamo queste figure sacerdotali che chiamiamo marabù da cui è andata mia madre per sapere se avesse partorito un figlio maschio. Lui le diceva sempre di si, perché mia madre gli portava delle offerte, capretti, del grano, animali che avevamo. Ma mia madre partoriva sempre una o due figlie femmine gemelle. Io sono arrivato come penultimo figlio. E dopo di me un’altra femmina. Mia madre non mi chiama per nome, mi chiama “gli occhi dei miei figli” perché i miei altri due fratelli maggiori non vedono e io invece si e per questo potevo andare a scuola. Mandare a scuola le figlie femmine era impossibile, non era ben visto.

Dopo gli studi è divenuto attivo nell’associazione antischiavista Sos Esclaves, ma poi ha lasciato i suoi compagni per costituire l’Ira, Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista, nel 2008. Come mai?

Non sono rimasto in Sos Esclaves perché essendo una piccola organizzazione, il modo di comunicare era circoscritto ad una élite, come le azioni e i comunicati stampa sono elitari, e indirizzati solo al governo. Invece bisogna attaccare il potere religioso che ha legittimato e sacralizzato la schiavitù. Mohamed, lo schiavo che venne picchiato in casa mia dal suo padrone quando ero piccolo, aveva paura non del potere del governo ma dell’autorità religiosa che diceva che sarebbe andato all’inferno se non avesse servito a vita il suo padrone. Così al presidente di Sos Esclaves, Boubacar, ho proposto di non rimanere un movimento elitario ma civico, per affrontare il vero problema e per far conoscere questa situazione portando alla conoscenza del mondo i fatti come sono nella realtà. Boubacar non se l’è sentita perché troppo pericoloso, così ho lasciato quel movimento per costituirne un altro in grado di mettere a conoscenza il mondo di quanto succede veramente nel nostro Paese e perché. Così ho fondato l’Ira.

In occasione della vostra prima manifestazione come Ira lei viene arrestato per la prima volta.

La prima manifestazione popolare l’abbiamo fatta il 13 dicembre 2010, eravamo circa 80 persone. Ci hanno arrestati lo stesso giorno e torturati per una decina di giorni. Il sei gennaio mi hanno giudicato e condannato ad un anno di prigione. Un noto politico italiano, Marco Pannella, con i suoi compagni di partito, è venuto in Mauritania per sostenermi. È venuto a trovarmi in prigione e poi è andato dal Presidente Aziz per dire che non era giusto tenermi in prigione. Mentre ero agli arresti Pannella è venuto a trovarmi accompagnato dal Procuratore generale della Corte Suprema che rappresentava lo Stato, e io dissi a questo procuratore che era un bugiardo, che mi stavano accusando di cose false. Marco cercava di calmarci, ma io ero veramente arrabbiato. Gli ho detto che il presidente lo aveva mandato da me per dirmi che avevo commesso un crimine inesistente per il quale mi avevano incarcerato, ma loro avevano mentito a tutti, anche a Marco. Pannella era un uomo molto intelligente, ricevevo in carcere i suoi messaggi, sapevo che voleva che uscissi dal carcere prima possibile. Ho capito che Marco aveva discusso animatamente con il Presidente Aziz e che gli aveva chiesto la grazia per me. Ma io non volevo la grazia, l’ho scritto dalla prigione, perché non ero io il criminale ma lui, Aziz. La stampa ha riportato questa notizia, ma quando sono uscito mesi dopo hanno fatto passare questa mia liberazione come una grazia presidenziale. Il giorno dopo della mia liberazione ho ricevuto un biglietto aereo omaggio da parte di Marco che mi invitava al Congresso del suo partito.

Le accuse contro di lei non sono mai state circostanziate. Lei ha subìto molti momenti di tortura, sia fisica che psicologica. Ci racconta qualche particolare?

Sono stati tutti attentati del potere, che volevano fare desistere me e i miei compagni, per non dare valore al nostro operato, volevano assolutamente screditarci. Ho subìto torture sia fisiche che psicologiche. Per esempio, durante il mio primo arresto, sono stato tre giorni senza abiti, direttamente per terra, senza toilette, senza potermi lavare, con altri detenuti che facevano pipì e defecavano tutto intorno lì per terra. Avevo la testa incrostata di sangue per i colpi che avevo ricevuto, così pure le gambe, non riuscivo a stare seduto e per terra era freddo. È stata dura.

Le davano da mangiare?

Non era facile mangiare quel poco che davano, perché con quell’odore nauseabondo e con quel dolore non hai voglia di mangiare. C’era puzza di tutto, facevano pipì accanto a te perché la polizia non faceva uscire mai nessuno da quella stanza.

Poi cosa è successo?

Dopo sono stato spostato e isolato, ma non ricevevo informazioni sulla mia famiglia e sui miei amici. Il capo della polizia mi ha detto che tutti i miei compagni avevano firmato contro di me e che ero rimasto solo perché loro erano stato liberati. Quando hanno visto che stavo resistendo mi hanno detto che pure mia moglie aveva scritto contro di me, e che ormai tutto il mondo era contro di me. Sono rimasto così per sette giorni, con mille dubbi e ho pensato che avendo parlato con il capo della polizia, mi stesse dicendo la verità. Solo la faccenda di mia moglie non mi sembrava possibile, a questo non ho proprio creduto. Il settimo giorno, prima di andare in tribunale, che comincia a lavorare alle 8 di mattina e finisce alle 15, hanno aspettato fino alla chiusura per spostarmi e farmi entrare per processarmi. Così ho capito che le cose che mi avevano detto non erano vere, perché se il popolo non fosse stato con me mi avrebbero preso alle 8 di mattina per andare in tribunale. Invece mi hanno portato lì quando l’orario di apertura al pubblico era finito, cioè alle 15, mi hanno messo su una macchina. Ho capito che la gente era ancora con me, che non volevano farmi vedere da nessuno e che in realtà loro avevano paura di quanto poteva succedere per agire così. C’erano altre macchine oltre alla mia e una davanti alla mia era uguale a quella dove stavo io. Ho capito che su quella c’erano i miei compagni, che erano stati arrestati con me e che non mi avevano mai lasciato. In quel momento ho dimenticato tutte le sofferenze e le torture subìte, perché la gente era con me (fine prima parte).

@vanessaseffer