Israele, l’errore di Trump

È stato comprensibile, ma inopportuno, che il governo israeliano giovedì 15 agosto vietasse l’ingresso nel Paese a due delle sue più ostili e critiche deputate statunitensi, le democratiche Ilhan Omar (eletta in Minnesota) e Rashida Tlaib (eletta in Michigan). Venerdì 16, i motivi per cui non è stata una buona idea farlo sono diventati ancora più evidenti.

La decisione di bloccare la Omar e la Tlaib era comprensibile perché il primo ministro Benjamin Netanyahu non può permettersi di irritare un presidente americano emotivo e imprevedibile. Il mese scorso, l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Ron Dermer, aveva dichiarato che il suo Paese avrebbe consentito una visita alle due deputate, le quali nel 2018 furono le prime donne musulmane a essere elette al Congresso statunitense e sono ferventi sostenitrici del Bds, il movimento anti-israeliano per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Ma dopo che il presidente  Trump giovedì mattina aveva criticato la decisione israeliana, dicendo che era segno di “grande debolezza”, Netanyahu ha assecondato Trump e non ha autorizzato la visita.

Dopo un fiume di critiche da tutto lo spettro politico, il premier israeliano ha concesso alla Tlaib l’autorizzazione per motivi umanitari di visitare la nonna. La congressista ha però rifiutato immediatamente l’offerta, stigmatizzando la condizione posta da Israele di non “chiedere misure di boicottaggio contro Israele durante la sua visita”.

La decisione di bloccarle è stata inopportuna perché la retromarcia ha danneggiato Israele. Si, certo, il governo ha il diritto sovrano di fare entrare o meno nel Paese chiunque desideri. Ma come spesso accade, una mossa emotivamente soddisfacente non si rivela astuta o strategica. Qui di seguito i cinque motivi che lo dimostrano.

Innanzitutto, le due congressiste avrebbero potuto imparare qualcosa durante il loro viaggio per mitigare la loro ostilità nei confronti di Israele. È già successo. Jesse Helms, senatore repubblicano di lunga data del North Carolina, scomparso nel 2008 e famoso per la sua ostilità verso Israele, nel 1982 invocò, ad esempio, “un’interruzione” dei rapporti tra Stati Uniti e Israele. Ma poi Helms rimase folgorato da un viaggio da lui fatto in Terra Santa nel 1985 e divenne un convinto sostenitore di Israele. In un caso più recente, l’ex islamista Maajid Nawaz ha rammentato in un tweet pubblicato lo scorso giovedì 15 agosto che “un viaggio in Israele e il contatto con gli israeliani mi hanno cambiato profondamente”.

In secondo luogo, vietare l’ingresso alla Omar e alla Tlaib offre loro un nuovo motivo di rancore da utilizzare contro lo Stato ebraico: la sua intolleranza alle critiche. Ora, oltre ad accusare Israele di vessare i palestinesi, le due deputate americane possono strombazzare i maltrattamenti personali che hanno subìto da Netanyahu. Consentire alla Tlaib di visitare la nonna non cambia la realtà delle cose.

In terzo luogo, il mero criticismo non è una ragione accettabile per attuare delle ritorsioni; consentendo a coloro che lo criticano di visitarlo, Israele rafforza la propria immagine di Paese avanzato, forte e moderno che rispetta appieno la libertà di espressione. Bandire i detrattori mina questa percezione.

In quarto luogo, autorizzare la visita del duo avrebbe permesso al governo israeliano di assumere l’iniziativa e controllare la narrazione. Avrebbe potuto elargire loro ospitalità e benevolenza, facendo sembrare becera e gretta ogni dichiarazione ostile.

E per finire, escludere le persone a causa delle loro opinioni politiche, o toglierle il podio, è fatica sprecata per Israele. Visto che censurare gli oratori pro-Israele e gli oppositori del movimento Bds è una pratica comune nei campus universitari e altrove, Israele aggrava la sua posizione contro la censura quando fa lo stesso con i membri del Congresso americano.

Indubbiamente, Netanyahu ha valutato tali argomentazioni e ha concluso, non irragionevolmente, che stare dal lato buono di Donald Trump, il presidente americano che ha assunto una posizione univocamente favorevole a Israele, era la priorità più urgente.

La successiva “retromarcia della retromarcia” ha poi peggiorato le cose. Era ovvio che Gerusalemme avrebbe voluto autorizzare le due congressiste a entrare nel Paese, ma nella “grande debolezza” si è piegata a Trump. Il rabbioso rifiuto delle condizioni poste alla sua visita ha fatto sembrare Israele gretto. E Trump avrebbe ancora potuto rivolgere la sua rabbia contro Netanyahu per aver in parte sfidato la sua volontà.

Il dilemma di Netanyahu in merito a Trump è quello che gli alleati degli Stati Uniti vivono abitualmente: o perseguono liberamente i propri interessi nazionali, irritando così il presidente americano, oppure cedono a lui, nonostante tutto.

Un altro esempio eclatante di questo dilemma si è verificato poco più di due settimane fa, quando, sotto le tonanti minacce di Trump, il presidente del Guatemala, Jimmy Morales, si è sentito in dovere di firmare un accordo sull’immigrazione con Washington contro la sua volontà e quella dei suoi connazionali.

Non è la prima né l’ultima volta che Trump si fa male da solo e danneggia i suoi amici adottando misure precipitose, istintive e incaute. Se solo imparasse dai suoi errori.

(*) Dal "Washington Times" del 16 agosto 2019
Traduzione a cura di Angelita La Spada