I droni “Tb2”: i muscoli della Turchia

La propaganda governativa del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in questi ultimi tempi, è focalizzata sulla esaltazione del ruolo dei propri droni sui vari scenari di guerra dove la Turchia, direttamente o indirettamente, è coinvolta. Per la politica di Erdogan, la sempre più sofisticata patriottica tecnologia dronica è diventata il simbolo per eccellenza del potere turco in ambito internazionale e la manifestazione della crescente indipendenza sulle decisioni interventiste. Il nuovo drone made in Turchia, il Tb2, è diventato l’arma decisiva sugli scenari di guerra. Infatti, uno dei fattori chiave del successo di Ankara sia in Libia, in appoggio al governo di Tripoli contro le truppe di Khalifa Haftar, che nel Caucaso, dove ha supportato in modo determinate le milizie dell’Azerbaigian contro l’esercito armeno-karabakho, è stato l’affidabile e poco costoso drone Tb2 utilizzato, senza risparmio, dall’esercito turco. Nella propaganda turca, il Tb2 ha assunto l’immagine del nuovo eroe nazionale e anche quella di neo-giannizzero volante, in ricordo delle milizie private del sultano ottomano. Proprio in autunno, sulle tv turche, venivano mandati i filmati del fronte caucasico meridionale dove un drone riprendeva soldati armeni che scaricavano da un camion probabilmente attrezzature belliche; le sequenze video mostrano immediatamente un bagliore sul mezzo armeno e oggetti e persone che vengono lanciati in aria; subito dopo, dissipati i fumi dell’esplosione, restano sul posto decine di morti e il mezzo semi disintegrato. Tale video fu trasmesso senza filtri dai media turchi e replicato spesso, anche di recete, come esempio di efficacia militare e “velatamente” come monito anche alla popolazione turca, ricordando che il micidiale drone può essere utilizzato sugli scenari di guerra, ma anche contro eventuali ribellioni o proteste interne.

Il “percorso turco” verso questa specializzazione militare sui “velivoli lenti” non è stato né semplice né privo di compromessi, ma va detto che ha portato importanti risultati. Infatti, dopo aver tentato negli anni 2000, senza successo, di acquisire droni da Israele e dagli Stati Uniti, Ankara ha impegnato forti risorse, sia umane che finanziarie, nell’ambito della progettazione dei droni. La società Bayraktar (denominazione non casuale) nasce da questi sforzi nel 2015 e diventa la produttrice principale di “velivoli lenti” tra cui il drone Tb2. Le caratteristiche tecniche del TB2 sono di interessante qualità: ha capacità visive notevolissime, può essere armato con quattro missili teleguidati e ad alta precisone, può volare in autonomia anche per ventotto ore, ma soprattutto è abbastanza semplice da utilizzare e costa molto meno di un drone israeliano o statunitense. È da tempo chiara la visione geopolitica di Erdogan che vede nella potenza militare del suo paese la “merce di scambio” per le più convenienti relazioni internazionali; a questo si aggiunge un apparente spirito revanscista, dal ricordo imperiale-ottomano, che stuzzica l’orgoglio dei turchi messo in discussione, secondo quanto detto dal presidente turco, dalle potenze imperialiste. Infatti, nei suoi discorsi di ispirazione nostalgico-sultaniale, trasmessi sui principali media nazionali all'inizio di ottobre, ha indugiato sul cambiamento dei rapporti con le nazioni dominati: “Quelli (le Nazioni potenti) abituati a parlarci in tono imperioso stanno ora negoziando con noi da pari a pari…abbiamo totalmente sventato le loro politiche di sottomissione a decisioni prese senza di noi su tutte le questioni regionali e globali.

In effetti i droni Tb2 sono stati anche determinanti nell’indebolimento dei guerrieri curdi del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) dopo il 2015; sono stati fondamentali dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016 dove i droni turchi hanno acquisito notorietà colmando il vuoto creato dalle purghe all’interno dell’aviazione turca; successivamente, all’inizio del 2020, hanno fronteggiato con successo le truppe del regime di Bashar al-Assad decimandone le fila. Va detto che il progettista del Tb2 non è il “primo venuto”, è sì un “cervello turco”, ma che si è perfezionato negli Stati Uniti, infatti l’ormai definito il Wernher Von Braun turco, Selçuk Bayraktar, dopo essersi laureato in Turchia, ha preso una borsa di studio per un Master sui velivoli senza pilota, tra il 2002 e il 2004, presso l’Università della Pennsylvania, ottenendo un secondo master, presso il Massachusetts institute of technology, sul controllo aggressivo delle manovre di veicoli aerei senza pilota. Selçuk Bayraktar, che ha sposato la seconda figlia di Erdogan, è ormai diventato un personaggio quasi beatificato in Turchia, come fosse l’autore dei massimi successi militari di Ankara, valutando anche che la parentela con “il capo” non guasta. Ricordo che il clamoroso successo dei Tb2 ha dato una forte spinta all’esportazione di armi turche; così nel 2019 la Turchia ha venduto attrezzature militari per 3 miliardi di dollari e se raffrontati con 10 miliardi della Francia e i 56 miliardi di dollari degli Stati Uniti, fa capire quale ascesa e sviluppi ha commercialmente questa produzione. Infine, i droni turchi sono entrati anche nel mercato del Pakistan, delle Filippine ma soprattutto dell’Ucraina e del Qatar; la strategia di Erdogan punta ad ottenere la totale indipendenza del fabbisogno delle armi nazionale proprio entro il 2023, a cento anni esatti dal Trattato di Losanna che ratificò la nascita della Repubblica di Turchia.