Allo sceicco del Qatar non piacciono le donne arbitro

Altro che lotta alle discriminazioni: quanto è andato in scena nel solito Qatar durante la cerimonia di premiazione del Mondiale per Club, è davvero un cattivo spot per la Fifa e il suo presidente, Gianni Infantino. L’ordine sussurrato all’orecchie delle malcapitate donne arbitro di non fermarsi a salutare lo “sceicco” Joaan bin Hamad Al Thani, presidente del Comitato olimpico del Qatar e cugino dell’emiro Tamim, svela tutta l’ipocrisia della macchina (da soldi) del calcio, o almeno di chi la gestisce.

L’immagine arcobaleno degli “eroi” con gli scarpini uniti all’insegna del “no al razzismo”, serve a nascondere interessi ben più profani. Nulla di cui stupirsi, è così che va il mondo, si potrebbe dire, e ciò vale anche per quello del “pallone”. Altrimenti, in considerazione degli scandali che hanno macchiato con largo anticipo la prossima Coppa del Mondo – prevista, guardo caso, sempre in Qatar nel 2022 − la Fifa avrebbe revocato senza indugi l’assegnazione a Doha della massima competizione calcistica, per individuare un altro paese ospitante, meno incline alla corruzione e allo sfruttamento schiavistico della manodopera straniera. Ma la pioggia di tangenti che il Qatar è accusato di aver versato, appunto, per ottenere l’assegnazione della Coppa, serve forse proprio a questo: ovvero, a far ignorare e digerire ogni violazione dei diritti umani di cui l’emirato si dimostra capace, vero Infantino?

Dell’umiliazione inferta a Edina Alves Batista e Neuza Back – le due donne arbitro protagoniste della vicenda – a colpire in particolare è la freddezza del presidente della Fifa al momento di comunicare alle due donne di uscire di scena. Colte di sorpresa e interdette di fronte a un ordine “superiore” inaspettato, hanno abbassato lo sguardo ed eseguito, camminando passo dopo passo oltre lo “sceicco”, fino a sparire dalla visuale delle telecamere: trenta secondi che offrono la cifra esatta della considerazione per l’altro sesso nutrita dagli emiri del Qatar e dal fondamentalismo regressivo dei Fratelli Musulmani, di cui Doha è lo sponsor principale. A Edina e Neuza non è stata concessa neppure la tradizionale mano sul cuore, che non equivale a una stretta di mano in termini di riconoscimento della pari dignità femminile, ma corrisponde almeno a un gesto ufficiale che della donna riconosce rispettosamente la presenza in un dato contesto. Edina e Neuza dovevano invece sparire. Tanta era la “fifa” in Infantino di causare imbarazzi al membro del clan Al Thani di turno.

C’è materiale, dunque, per il lancio di un nuovo movimento, #WomenRefereesMatters (#Le donne arbitro contano), ma sorge più di un dubbio che incontrerebbe il sostegno delle passionarie del femminismo nostrano, alla #MeToo per intenderci, o dei giornaloni mainstream come Washington Post e New York Times, che verso il Qatar hanno mostrato nel recente passato più di qualche simpatia. Tuttavia, non occorre che la vicenda assuma dimensioni di lotta ideologica e che venga, quindi, strumentalizzata per finalità di tipo politico: anzi, quanto accaduto può essere considerato un bene, se simili circostanze non si ripeteranno più. Troppo concentrato, insieme ai suoi collaboratori, sul funzionamento della macchina (da soldi), Infantino deve aver dimenticato che in Qatar le donne arbitro, simbolo di una svolta storica all’interno di un mondo ritenuto prettamente maschile, avrebbero potuto porre seri problemi di “protocollo”. Impreparato, ha così pensato di dirimere la questione nella maniera più semplice e immediata, ma anche più vile e ingiusta. Non vorrà però incorrere in nuove brutte figure, altamente lesive della reputazione sua e di tutta la Fifa. Infantino può riscattarsi. Ora sa che anche le donne arbitro contano e gli emiri del Qatar, in futuro, dovranno adattarsi. Il primo gol della Coppa del Mondo 2022 lo hanno già segnato le donne.

(*) Tratto dalla Nuova Bussola Quotidiana