Tra guerra e soft power

In queste settimane si teme che tra Russia e Cina vi sia un’alleanza non solo finanziaria o energetica, ma anche militare. In queste vicende della più brutta acqua, in cui – come scrive Antonio Polito – abbiamo a che fare con una dittatura che ha prodotto il Covid e un’altra che ha prodotto guerra, è bene seguire con attenzione i diversi rami in cui si dirama il flusso del “soft power” finanziario cinese, che non è sottoposto a sanzioni ed è attento a non turbare il suo export verso Europa, Nordamerica e Australia.

Negli anni zero, la contrapposizione est-ovest era basata soprattutto sulla Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Ocs) una struttura che aveva già ben chiara – più che l’idea di un mondo multipolare – la costruzione di un sistema monetario alternativo al dollaro, e la riconquista delle nazioni dell’ex Sovietistan da parte di una triade che vedeva, oltre ai despoti di Mosca e Pechino, anche quelli di Teheran, per quanto nascosti nell’ombra. La Ocs trovò un forte aggregatore nella peste del millennio di vent’anni fa: la jihad islamica armata e terrorista che ha scoperchiato il vaso di Pandora con una serie di disastri degni delle dieci piaghe d’Egitto. La jihad sembrava avanzare a vista d’occhio nell’Asia centrale e Pechino non aveva ancora massacrato la voglia di secessione della sua “colonia” musulmana, ovvero la provincia dello Xinjiang. La Russia – dopo il fallimento della Prima guerra cecena – aveva dimostrato al mondo che il problema si poteva risolvere coventrizzando la Cecenia, con gli stessi metodi applicati in Ucraina oggi.

La Ocs aveva anche l’obiettivo di “coordinare” le politiche energetiche tra Medio Oriente, Repubbliche centroasiatiche e Cina. Si formò una specie di “cartello del gas” che ebbe ricadute positive sulle relazioni sino-russe, fino allora infelici, quasi come ai tempi di Mao Zedong. Un altro obiettivo fu la richiesta agli Stati membri di chiedere la chiusura delle basi americane allora presenti in Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan. L’Uzbekistan eseguì la richiesta e passò a un legame stretto con la Russia di Vladimir Putin. Negli anni successivi Pechino ha capitalizzato altre grandi quantità di euro e dollari, con la vendita di prodotti all’Occidente, mentre la Russia si concentrava sulla vendita di gas all’Europa e a parte dell’Asia. Il soft power cinese si è concentrato allora sulla realizzazione di infrastrutture in diversi continenti. Da un lato, ha partorito piani titanici come la Via della Seta, dall’altro ha avviato un sistema finanziario utile ad attirare nazioni in via di sviluppo, finanziando le loro infrastrutture con capitali cinesi e internazionali, mentre i lavori venivano eseguiti sempre da aziende cinesi. Un sistema geniale di vasi comunicanti che si è proposto (con risultati finora limitati) di diventare l’alternativa alla World Bank, che a Pechino come a Mosca e persino (sic) a Roma è considerata (nei circoli della destra e della sinistra neonazi-fasciste-leniniste-staliniste) come una emanazione del “complotto giudeo-massone-pluto-anglosassone”.

Ruolo e storia dell’Asian infrastructure investment bank

La Aiib è nata nel 2016 ma fu presentata dal Governo cinese già tre anni prima. Essendo un progetto di soft power, si tratta di una banca multilateralee chissà cosa questa parola significa in anni di pandemico bipolarismo (nel senso clinico, più che geopolitico). La missione aziendale è investire risorse per infrastrutture che portino al miglioramento dei Paesi beneficiari. La sua sede è a Pechino. Attualmente, la Aiib include 102 nazioni (di cui 26 in corso di ratifica). Tra i membri non figurano Giappone e Stati Uniti (Washington aveva fatto invano richiesta di partecipazione). L’Italia è entrata a far parte della Banca nel luglio 2016 sottoscrivendo 2,57 miliardi di dollari di capitale (circa il 2,66 per cento del totale: undicesima posizione tra i sottoscrittori), e ha lo status di membro fondatore. La Germania ha sottoscritto oltre il 4 per cento dei circa 100 miliardi capitalizzati da Aiib. Aiib gode di un rating Aaa da parte di S&P, Moody’s, Fitch e altre agenzie.

I finanziamenti sono volti soprattutto ai Paesi emergenti. La Russia ha beneficiato di finanziamenti relativamente piccoli, come quello di 300 milioni per l’ampliamento della sua rete ferroviaria elettrica. In realtà, le relazioni economiche tra Mosca e Pechino sono concentrate sulla fornitura del gas indispensabile alla produzione cinese di manifattura, settore in cui la partnership va veloce, come si può leggere in questo articolo su Seetao (Via della Seta).

Inoltre, la Cina ha revocato le restrizioni all’import di grano e orzo dalla Russia, che è il più grande esportatore di grano del mondo. I Paesi più colpiti dall’accordo agricolo russo-cinese, siglato poco prima della guerra contro l’Ucraina, sono stati Francia, Canada e Australia, che ora hanno un motivo in più per non amare i due regimi orientali. Nelle stesse settimane la Russia si è espansa anche in altri mercati, tra cui Arabia Saudita e Algeria.

Ogni conflitto è anche economico: l’Ucraina è un competitore efficace della Russia in questa battaglia del grano”. È pur vero che, per non perdere una buona parte di sottoscrittori e in ossequio alla sua multilateralità, Aiib ha sospeso tutte le sue attività in Russia e Bielorussia, condividendo le sanzioni contro l’invasione neohitleriana dell’Ucraina. Nel frattempo, l’Ungheria ha ottenuto un finanziamento di 183 milioni di euro dalla Asian infrastructure investment bank per migliorare il suo settore sanitario. Hanno beneficiato dei 21,4 miliardi di prestiti, al 20 novembre 2020, 27 Paesi, con al primo posto l’India (corteggiata da tutti) con il 23,5 per cento del totale (5,05 miliardi), seguita dall’Indonesia con il 9,7 per cento (2,09 miliardi), dalla Turchia con il 9,5 per cento (2,04 miliardi), dal Bangladesh con l’8,5 per cento (1,83 miliardi), dal Pakistan con il 5,9 per cento (1,6 miliardi) e dalla stessa Cina con il 5,3 per cento (1,14 miliardi).

Aiib conta circa 200 dipendenti tra i quali tre funzionari italiani. L’Istituto per il commercio italiano all’estero (Ice) mette a disposizione una guida per le aziende che pensano di ricorrere ad Aiib. La Cina è il principale azionista di Aiib, con il 30,78 per cento di capitale sottoscritto ed il 26,6 per cento dei poteri di voto. La gran parte dei Paesi membri fa parte dell’Asia-Oceania. Anche se l’ipotetico tentativo di competere con Fondo monetario internazionale e World Bank è fallito, non per questo Aiib ha svolto un ruolo minore, anche grazia ad accordi di partenariato con la stessa World Bank, Asian development bank, Bers, Bei, African development bank, Islamic development bank, Inter-american development bank, New development bank.