La caduta dell’Iran potrebbe cambiare ogni cosa

Il cambio di regime trasformerebbe il Medio Oriente, ma non necessariamente in meglio

Mentre le proteste iraniane diventano sempre più violente, la Repubblica islamica si trova ad affrontare la più grande crisi dalla sua fondazione, avvenuta più di 46 anni fa. Se le proteste precedenti coinvolgevano le élite o segmenti più ristretti della società, gli attuali disordini si stanno diffondendo in tutta la società iraniana, compresi gli elementi tradizionalmente favorevoli al regime. Anche i veterani del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) subiscono le conseguenze dell’inflazione galoppante e del crollo del rial iraniano. La chiusura del Bazar di Teheran è spesso presagio del crollo del governo, se non addirittura della rivoluzione. È sempre più probabile che l’eredità della Guida suprema Ali Khamenei sarà la caduta della Repubblica islamica. Se il popolo iraniano avrà voce in capitolo, anche suo figlio Mojtaba verrà impiccato.

LA CADUTA DELL’IRAN: COSA SUCCEDERÀ ADESSO?

Le ripercussioni del crollo della Repubblica islamica ridisegneranno la regione. Le probabilità di una successione pacifica in Iran sono scarse. L’attuale movimento di protesta non ha una leadership centralizzata e, come ha dimostrato il fallimento della conferenza di Georgetown, i leader e i gruppi dell’opposizione in esilio sono più polarizzati che mai. Anziché costruire ponti, il team del principe ereditario Reza Pahlavi ha invece optato per tattiche distruttive ed esagerate rivendicazioni di merito preferite da gruppi come il Mojahedin-e Khalq. I 50mila disertori del regime registrati di cui Pahlavi aveva parlato solo sei mesi fa sembrano poco più che un sogno febbrile; gli iraniani sono scesi in piazza, ma non vi è alcuna indicazione che lo stiano facendo su direttiva di Pahlavi. Tuttavia, anche un caos simile a quello siriano neutralizzerebbe la capacità dell’Iran di minacciare la regione. Tradizionalmente, quando il regime iraniano è minacciato, le sue forze di sicurezza si ritirano dalla periferia verso Teheran; non attaccano la regione se ciò significa lasciare scoperti i propri interessi fondamentali.

CHI VINCE?

I principali beneficiari del crollo del regime saranno, nel breve termine, sia l’Iraq che gli Stati arabi del Golfo. La Repubblica islamica, sin dalla caduta del regime del presidente iracheno Saddam Hussein guidata dagli Stati Uniti, ha ripetutamente violato la sovranità irachena. Il dipartimento di Stato del segretario Colin Powell e il funzionario del Consiglio per la Sicurezza nazionale dell’era George W. Bush, Zalmay Khalilzad, hanno ingenuamente creduto alle promesse iraniane di adottare un approccio non interventista nei confronti dell’Iraq del dopoguerra, ma quando hanno finito per ammettere di essersi sbagliati, era ormai troppo tardi. Un approccio deliberatamente miope ha caratterizzato la successiva volontà del presidente Barack Obama di ritirarsi dall’Iraq e di avviare relazioni diplomatiche con l’Iran.

ALTRI VINCITORI E VINTI

Sebbene il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica rimarrà una forza potente basata semplicemente sulle risorse che ha rubato e accumulato, il crollo del regime renderà incerta la disponibilità degli iracheni ad ascoltarli. I perdenti immediati saranno il Corpo Badr guidato da Hadi al-Amiri, l’Asa’ib Ahl al-Haq di Qais al-Khazali e l’ambizione di Nouri al-Maliki di tornare a ricoprire la carica di primo ministro, così come l’influenza che i leader dell’Unione patriottica del Kurdistan Bafil e Qubad Talabani esercitano sulla Repubblica islamica contro i loro rivali curdi. Le voci sul coinvolgimento dell’Hashd al-Shaabi iracheno nella repressione dei manifestanti iraniani causeranno un antagonismo generazionale tra gli iraniani e i loro correligionari sciiti iracheni.

I Paesi arabi del Golfo potrebbero trarne beneficio nel breve termine, ma potrebbero rapidamente perdere parte della loro rilevanza. Nel 1981, fu istituito il Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) per coordinare la politica e la difesa tra gli emirati, i sultanati e le monarchie del Golfo in prima linea: Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman. Il Ccg ha costantemente ottenuto risultati inferiori alle aspettative. Anche 45 anni dopo, le loro forze armate mancano di interoperabilità. L’antagonismo interno nei confronti del Qatar per il suo sostegno a gruppi estremisti sunniti e, più recentemente, la rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno fatto sì che qualsiasi tentativo di assumere posizioni comuni fosse caratterizzato da disfunzioni piuttosto che da solidarietà.

Il crollo della Repubblica islamica potrebbe esacerbare le divisioni all’interno del Ccg, soprattutto se Riad e Abu Dhabi trasferissero la loro rivalità, già in atto in Sudan e Yemen, in Iran, con entrambi gli Stati del Golfo che finanziano e armano diversi proxy. Una volta eliminata la minaccia di “esportazione della rivoluzione” da parte della Repubblica Islamica, il Ccg non avrà più motivo di continuare a esistere. I suoi sei membri metteranno fine alla finzione di unità. Il Qatar consoliderà i suoi legami con la Turchia e la rivalità tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita potrebbe persino portare a scontri militari. In assenza della minaccia dell’irredentismo iraniano, il Bahrein prospererà: pur non disponendo di petrolio, sarà in una posizione ancora migliore per diventare la Singapore del Golfo persico.

Anche gli Emirati Arabi Uniti ne trarranno vantaggio nel breve termine. Da tempo fungono da deposito per investimenti senza remore. Tuttavia, se l’Iran dovesse crollare, potrebbero aspettarsi un afflusso di miliardi di dollari nel Paese, poiché i funzionari del regime cercheranno disperatamente di proteggere i beni rubati. Tali flussi finanziari attireranno probabilmente l’attenzione internazionale, il che potrebbe scatenare una crisi diplomatica a lungo termine tra Abu Dhabi e Washington.

Se dovesse scoppiare una guerra civile in Iran, e la probabilità è alta, anche gli Stati arabi del Golfo dovranno prepararsi ad accogliere centinaia di migliaia, se non milioni, di rifugiati iraniani. La prima ondata sarà costituita da iraniani dell’alta e media borghesia che possono permettersi appartamenti a Sharjah, se non addirittura hotel di lusso a Dubai. Col tempo, tuttavia, un numero sempre maggiore di iraniani della classe operaia e delle zone rurali inizierà a fuggire con dhow e motoscafi attraverso il Golfo persico, forse sommergendo gli Emirati e i Paesi vicini del Golfo. L’Oman è un caso tipico: piuttosto che prepararsi alla caduta dell’Iran, Muscat preferisce sperare che la diplomazia possa risolvere eventuali controversie interne prima che esploda la violenza.

A Washington potrebbe esserci un eccessivo ottimismo sul fatto che il crollo della Repubblica islamica risolverà il conflitto con gli Houthi. Una tale convinzione fraintende gli Houthi perché, pur avendo il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica cooptato il gruppo armato, di fatto, non lo ha fondato. In realtà, gli Houthi hanno radici intellettuali e politiche nell’imamato dello Yemen che risalgono a prima della Rivoluzione islamica iraniana del 1979. Sebbene lo Yemen del Sud disapprovi gli Houthi, questi ultimi hanno un elettorato nel nord dello Yemen il che è uno dei motivi per cui il Consiglio di leadership presidenziale sostenuto dagli Stati Uniti non è riuscito a porre fine al flagello degli Houthi. Anche Hezbollah potrebbe sopravvivere in qualche forma: Israele ne ha sconfitto l’esercito, ma è più difficile sradicare la sua ideologia. Un recente viaggio di studio in Libano ha confermato che Hezbollah non si è arreso, ma ha piuttosto interiorizzato la lezione che deve tornare alla sua struttura di cellule segrete antecedente al Duemila. Forse non utilizzerà più droni e missili, ma il plastico e gli Ak-47 possono essere altrettanto pericolosi nelle mani di utenti esperti.

Molti in Israele sperano di poter rinnovare i cordiali rapporti che intrattenevano con l’Iran prima della Rivoluzione islamica del 1979. Anche questa è una pia illusione. Molti iraniani serbano rancore nei confronti di Israele per i presunti legami avuti con i Mujahedin-e Khalq negli anni successivi, nonché per la tendenza di alcuni israeliani a sostenere i separatisti che anelano alla creazione di un “Azerbaigian meridionale”. Mentre la visita del principe ereditario Reza Pahlavi in Israele è stata accolta con entusiasmo a Washington, Gerusalemme e da alcuni iraniani della diaspora, la successiva campagna di bombardamenti di Israele contro l’Iran ha offeso molti nazionalisti iraniani. Anche decenni di propaganda hanno avuto il loro peso. Gli egiziani rimangono in stragrande maggioranza anti-israeliani decenni dopo gli accordi di Camp David, ma è irrealistico credere che generazioni di iraniani alimentati da cospirazioni anti-israeliane cambieranno schieramento dall’oggi al domani.

Forse il principale vincitore a lungo termine del crollo della Repubblica islamica sarà la Turchia. Proprio come il Qatar ha sostituito l’Arabia Saudita come finanziatore dell’estremismo islamico, la Turchia si è trasformata in un motore ideologico che cerca di esportare il proprio marchio di estremismo islamico con un’aggressività simile a quella dell’Iran degli anni Ottanta. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan vedrà il crollo di Khamenei non come un monito per il proprio futuro, ma piuttosto come un’opportunità per espandere l’esportazione rivoluzionaria e il sostegno al terrorismo della Turchia. Ciò che emergerà non sarà un Medio Oriente più pacifico, ma un mero cambiamento di forma dell’estremismo che sarà più minaccioso per la sicurezza regionale e gli interessi degli Stati Uniti.

UN PERIODO DI CAMBIAMENTI IN IRAN? CAOS O CRISI?

Un cambio di regime in Iran sarebbe ben accetto. Il male che conosciamo non è sempre meglio di quello che non conosciamo. Tuttavia, qualsiasi tendenza da parte della Casa Bianca e dei think tank di Washington a considerare il crollo dell’Iran un pass “Salam, Ya Mahdi” per la sicurezza e per un Medio Oriente pacifico sarebbe ingenua a livello tale da creare imbarazzo.

(*) Tratto dal Middle East Forum Online

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 09 gennaio 2026 alle ore 14:03