La “Dottrina Carney” oltre la cortina dei dazi Usa

Il gennaio 2026 verrà ricordato come il momento in cui la faglia tettonica tra il vecchio ordine atlantico e il nuovo pragmatismo globale si è definitivamente aperta, non per mano di una superpotenza rivale, ma per iniziativa di quella nazione che per un secolo è stata l’ombra fedele di Washington. Dal podio del World Economic Forum di Davos, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha pronunciato quello che molti analisti definiscono già il “discorso d’indipendenza del XXI secolo”, lanciando una sfida frontale alla visione isolazionista di Donald Trump. Definendo la politica commerciale statunitense non solo aggressiva, ma patologicamente “schizofrenica”, Carney ha certificato l’impossibilità di fare affidamento su un partner che trasforma le catene di approvvigionamento in armi di ricatto politico. Nasce così la “Dottrina Carney”, un manifesto di “emancipazione dolorosa” che punta a trasformare il Canada da satellite economico degli Usa a perno centrale di un’alleanza globale di “potenze medie”. Al centro di questa visione non c’è il ritorno al globalismo ingenuo degli anni Novanta, ma un progetto di ingegneria diplomatica senza precedenti: la fusione normativa tra l’Unione europea e il blocco del Cptpp. L’obiettivo è tanto tecnico quanto rivoluzionario: armonizzare le “regole di origine” per creare un mercato integrato da 1,5 miliardi di persone, un ecosistema dove un componente prodotto a Tokyo, assemblato a Berlino e rifinito a Toronto possa circolare senza barriere, rendendo di fatto i dazi statunitensi un rumore di fondo irrilevante per la crescita di queste nazioni.

Questa manovra non è passata inosservata alla Casa Bianca, dove la reazione di Donald Trump è stata immediata e rabbiosa, con la minaccia di dazi punitivi del 100 per cento per colpire quello che viene percepito come un tradimento nordamericano. Tuttavia, la logica di Carney muove da una premessa di crudo realismo: negoziare bilateralmente con un’egemonia in preda a convulsioni protezioniste equivale a una resa incondizionata. La vera sovranità, secondo il leader canadese, non si difende chiudendo i confini, ma diversificando le dipendenze. Per sostenere questa ambizione, Ottawa ha varato un piano d’investimenti da centinaia di miliardi di dollari volto a blindare l’autonomia strategica nei settori della difesa e dei minerali critici, promuovendo la creazione di “club di acquirenti” all’interno del G7 per erodere i monopoli esistenti.

In questo scacchiere, l’Europa si ritrova nel ruolo di ago della bilancia, sospesa tra la tentazione di cercare accomodamenti parziali con Washington e la necessità di aderire al “bazooka commerciale” canadese. Unirsi a questa rete di potenze medie significherebbe per Bruxelles smettere di essere vittima delle guerre tariffarie altrui e diventare co-architetto di un nuovo ordine basato sulla legalità internazionale. La scommessa di Carney è altissima: dimostrare che il mondo può ancora prosperare oltre la cortina dei dazi americani, a patto di avere il coraggio di costruire ponti dove altri innalzano muri.

Aggiornato il 20 febbraio 2026 alle ore 13:15