Tirannie di fede: ma Dio non c’entra

Quando mai nella Storia si sono visti simili tiranni in tonaca, per i quali teoricamente il Dio misericordioso dovrebbe essere il supremo valore da difendere e divulgare. Al contrario, nel caso iraniano si è assistito al capovolgimento radicale di questo principio sacro, prima con Ruhollah Khomeyni e poi con trentasette anni di regno di Ali Khamenei, i quali hanno obbedito e messo in atto quel crudelissimo comandamento del sacro testo del Corano, per cui tutto il mondo conosciuto deve essere convertito all’Islam (sciita, per di più, quindi settario) con la spada o con la sottomissione. Delle quali, però, la seconda non esclude la prima che, comunque, è una sentenza definitiva e non appellabile, emessa dalle autorità e dai tribunali islamici, in cui la Sharia prende il posto del diritto positivo. Tanto per capirci, questi “servi di Dio”, come si autodefiniscono mullah e ayatollah, sono innanzitutto dei militanti attivi del fondamentalismo musulmano, che si intestano la missione della rivoluzione armata per la realizzazione del Regno di Dio sulla terra, sentendosi quindi autorizzati in ragione della loro fede a individuare e combattere i Satana grandi e piccoli dell’Occidente. Come ha fatto il regime teocratico iraniano fin dal 1979 nei confronti di Usa e Israele, laddove quest’ultimo è addirittura da cancellare dalla carta geografica del Medio Oriente, in base alla fatwa della Guida suprema. E qui ci si chiede come sia stato possibile ammettere nel consesso delle Nazioni Unite un Paese come l’Iran, che individua come costituzionalmente illegittimo lo Stato ebraico, pur membro dell’Onu!

Per di più, dal 1979 il regime iraniano conduce una battaglia religiosa a tutto campo nei confronti dei credenti musulmani sunniti della regione, come dimostra la guerra civile siriana (mezzo milione di morti), voluta e condotta fino in fondo dagli alawiti sciiti degli Assad, padre e figlio, e vinta con l’aiuto dei guardiani della Rivoluzione iraniani. E la stessa cosa è accaduta per mano iraniana nell’annientamento dello Stato islamico, che però nessuna persona di buonsenso oserebbe rimpiangere. Oggi, però, l’Iran si trova al suo capolinea storico, in quanto la sua hubris antioccidentale e antisunnita l’ha fatta cadere nella trappola dell’attacco alle ricchissime monarchie del Golfo, finanziatrici storiche del fondamentalismo sunnita. E queste ultime sono sicuramente in grado di finanziare senza limiti la rivolta armata delle componenti minoritarie curdo-sunnite, molto attive all’interno delle divisioni interetniche dell’Iran. Ancora più controproducente è la strategia di Khamenei di imporre ai suoi di designare quattro livelli di successione per ogni alta carica dello Stato islamico: visto lo strapotere di Usa e Israele (che hanno dimostrato di colpire chi vogliono), questo significa favorire il degrado progressivo dell’intera leadership iraniana, fino a costringere qualche sopravvissuto a trattare alle condizioni americane! A questo punto vale la pena capire meglio come stanno le cose all’interno dell’Umma (l’insieme delle comunità islamiche), prendendo in esame la bella analisi di The Economist, che indaga il comportamento eterogeneo delle due più popolose nazioni musulmane asiatiche: Malesia e Indonesia.

Il tutto destinato a chiarire meglio le ragioni dell’attuale conflitto tra l’Iran, da un lato, e Usa Israele dall’altro, a partire dalla morte violenta della guida della Rivoluzione e di un ex impero persiano della fede, oggi stremato e diviso. Malesia e Indonesia sono particolarmente interessanti dal punto di vista della conciliazione tra Stato e Chiesa, dato che i due più grandi Paesi del Sud Est asiatico a maggioranza musulmana hanno dato vita a una diversa implementazione politico-sociale dei principi religiosi dell’Islam, andando così in tutt’altra direzione rispetto alla Rivoluzione khomeinista sciita del 1979. In quella regione asiatica, infatti, l’Islam si sta affermando non attraverso la violenza, ma in maniera pacifica, agendo su più piani, come quello politico e legislativo, e attraverso l’aumento in senso fondamentalista della pressione sociale. Sul piano normativo, ad esempio, l’Indonesia ha approvato a gennaio il suo nuovo Codice penale che, oltre a vietare i rapporti sessuali prematrimoniali, estende le fattispecie di blasfemia e apostasia, concedendo alle autorità locali la facoltà di riconoscere con proprio regolamento il così detto “diritto vivente”. Laddove quest’ultimo indica l’insieme delle norme giuridiche (islamiche) concretamente applicate nella realtà sociale e giurisprudenziale, contrapposte alle leggi formali scritte ma inapplicate. In altri termini, il principio fa riferimento al diritto “vivente”, che evolve nella prassi quotidiana e nelle sentenze, specchio delle esigenze sociali reali. La conseguenza è allo stesso tempo sconcertante e sconfortante per i canoni occidentali, dato che in tal modo i responsabili locali, politici e amministratori, sono autorizzati a implementare i dettami della Sharia negli ordinamenti locali, fatto quest’ultimo che crea discriminazioni tra i sessi e tra le minoranze residenti. Analogamente, ad agosto scorso, lo Stato malesiano ultraortodosso di Terengganu ha reso operativa quella disposizione della Sharia che, oltre a erogare all’inadempiente una sanzione pecuniaria (equivalente a 770 dollari, in questo caso), prevede la reclusione fino a due anni di prigione per quei fedeli musulmani che omettano, anche per una sola volta, di partecipare alla preghiera del venerdì. E qui The Economist non perde l’occasione di sottolineare come il progresso economico (che è davvero notevole per Malesia e Indonesia) e la modernità non ostacolino affatto l’ampliamento degli spazi religiosi per l’applicazione della Sharia: l’esatto contrario di quanto avviene in molti Stati del Sud Est Asia e in Europa, in cui prevale sempre più l’agnosticismo e il materialismo.

Tendenza quest’ultima che viene genericamente attribuita alle pratiche del liberalismo e della diffusione di Internet che, però caratterizzano allo stesso identico modo le regioni musulmane del Sud Est Asia, per cui non resta che rendere responsabile di questa radicale divergenza la religione musulmana. Perché ciò che conta in queste comunità non è l’educazione individuale ma ciò che la collettività ritiene prestigioso, come appunto il fatto di essere musulmano. Malesia e Indonesia, però, praticano un Islam molto diverso tra di loro: la prima lo riconosce come religione ufficiale ponendo però la giurisdizione dello Stato al disopra della Sharia, anche se le giurisdizioni locali applicano quest’ultima in modi differenti, ma sotto il coordinamento nazionale del Dipartimento federale per lo sviluppo islamico, organismo non contemplato in Indonesia che riconosce sei fedi religiose, di cui la maggioritaria è quella islamica con 100 milioni di fedeli. Qui, nella terza democrazia più popolosa del mondo, ogni gruppo religioso ha le sue scuole, università e ospedali, promuovendo tutti assieme il principio che valori islamici e democrazia si rafforzano a vicenda, per cui si celebrano allo stesso modo Ramadam e anno lunare! Al contrario, in Malesia l’Islam è oggetto di dispute politiche tra forze di maggioranza e di opposizione, per guadagnarsi i voti dei musulmani. Nell’arena nazionale si sono sovrapposti gli onnipresenti social (TikTok, in particolare) con la propaganda virale di brevi video religiosi islamici. Morale: se negli anni 80 le malesiane che indossavano l’hijab erano appena il 5percento, oggi sono non meno del 75 per cento!  

E questo significa, in pratica, che le autorità religiose hanno sempre più presa sulla società malese. Cosa che si capisce benissimo con un esempio illuminante: un convertito cristiano all’Islam, una volta divorziato dalla moglie musulmana (aveva cambiato religione per sposarla) ha chiesto a un tribunale civile di poter tornare alla sua originale fede cristiana. La Corte d’appello ha alzato le mani e lo ha rinviato per competenza a un Tribunale islamico. Morale: quale sarà (si spera) l’Iran post-teocratico? Malesiano o indonesiano?

Aggiornato il 04 marzo 2026 alle ore 10:29