La minaccia jihadista in Belgio arriva dai minorenni

Le visage à changé. Il jihadista della porta accanto è ancora più isolato e più difficile da individuare. E soprattutto, è molto giovane, molto più giovane. A dieci anni dagli attentati di Bruxelles, all’aeroporto di Zaventem e alla stazione metro di Maelbeek, la procuratrice federale Ann Fransen invita a tenere alto il livello d’allerta. In Belgio, quella jihadista rimane la minaccia più significativa, “ma ha cambiato profilo”. Dieci anni fa, ha detto parlando al canale televisivo pubblico La Première, “avevamo a che fare con individui che spesso venivano addestrati in Siria, si univano a gruppi terroristici locali e venivano inviati all’estero per compiere attentati come parte di unità di commando ben organizzate”. Oggi, invece, “abbiamo a che fare più con individui isolati che si radicalizzano all’interno di gruppi online”. È quanto emerge dalle indagini in corso su diversi casi di giovani che cercano, vogliono, entrare in contatto “con altri che a volte aderiscono alla stessa ideologia, che condividono la stessa propaganda, spesso proveniente dallo Stato islamico, e che discutono di come compiere attentati e identificare obiettivi specifici”. Il dato singolare è che il reclutamento e la radicalizzazione coinvolge ragazzi che non hanno ancora compiuto 18 anni. “Ciò che ci preoccupa di più è il crescente numero di minori coinvolti. Un terzo degli autori di reati su cui stiamo lavorando sono minorenni e, ovviamente, quando si parla di radicalizzazione online e contatti online, questo complica le indagini”.

Dei nuovi 94 procedimenti aperti per terrorismo nel 2025, informa la procura, 90 sono legati al jihadismo. Che in Belgio resta, dunque, “la minaccia più significativa”. Fransen parla di “diversi attentati” sventati. Una recente sentenza della Corte d’Appello di Gand del novembre 2025, fa sapere la procuratrice, ha condannato alcuni membri di un gruppo terroristico a 15 e 8 anni di reclusione “per aver pianificato e tentato di eseguire un attentato”. L’esplosione nei pressi della sinagoga di Liegi, che non ha causato feriti, può essere l’avvertimento che si sta preparando qualche gesto eclatante, in cui certi Stati sono considerati attori ibridi nella necessità di sostenere il jihadismo con le tecniche tipiche dei servizi segreti per aumentare la pressione sulle forze di sicurezza e il senso di precarietà e insicurezza sulla cittadinanza. “Abbiamo deferito il caso a un giudice istruttore nell’ambito dell’inchiesta sull’attentato alla sinagoga. Considero preoccupante – dice Fransen – che pochi giorni dopo sia stato diffuso un video di rivendicazione, che menziona la creazione di un nuovo gruppo. Siamo inoltre preoccupati dal fatto che eventi simili si stiano verificando in altri Paesi, per questo stiamo attualmente esplorando tutte le piste”. La procura, però, non vuole trarre conclusioni affrettate sull’ipotesi che ci sia un movimento filo-iraniano dietro la rivendicazione degli ultimi attentati in Belgio e Olanda.

“Non sarò così esplicita, fa parte dell’indagine, ma nel contesto attuale in cui stiamo lavorando – rileva Fransen – dobbiamo comunque tenere conto della possibilità, è una pista aperta, del coinvolgimento di un attore statale ibrido che utilizza strumenti e tecniche ibride per destabilizzare e influenzare”. Questi Stati, ammette, “possono agire tramite servizi per procura, utilizzano sempre più spesso nuovi metodi, avvicinando organizzazioni criminali per commettere atti e agenti indipendenti per cercare di mantenere la massima distanza possibile dagli attentati stessi”. Un esempio recente illustra questo intreccio tra terrorismo e geopolitica: il caso Assadi, il diplomatico iraniano condannato per aver pianificato un attentato contro l’opposizione iraniana in Francia.

Aggiornato il 19 marzo 2026 alle ore 10:34