La parabola di Ilya Remeslo è una di quelle storie che, più di tante analisi, raccontano la natura profonda di un sistema di potere. Avvocato, volto noto dell’apparato mediatico-giudiziario russo, per anni impegnato a colpire gli oppositori e in particolare il team di Alexei Navalny, Remeslo non è mai stato un dissidente. Al contrario, è stato parte integrante di quel meccanismo che ha contribuito a delegittimare, perseguitare e isolare ogni forma di opposizione. Proprio per questo, la sua improvvisa presa di distanza da Vladimir Putin assume un significato politico che va ben oltre il singolo caso. Nel manifesto intitolato Cinque motivi per cui ho smesso di sostenere Putin, Remeslo rompe il fronte con parole durissime: denuncia la guerra in Ucraina come un disastro umano e strategico, accusa il potere di sacrificare i cittadini per interessi personali, descrive un Paese impoverito, privato delle libertà fondamentali e governato da un leader sempre più distante dalla realtà. Non è il linguaggio dell’opposizione tradizionale, ma quello di chi ha creduto nel sistema e ora lo accusa dall’interno. Ed è proprio questa origine a rendere la sua voce particolarmente pericolosa. La reazione è stata rapida e prevedibile.
Non una risposta nel merito, non un confronto politico, ma una delegittimazione personale costruita attraverso il solito schema: trasformare il dissenso in patologia. I canali della propaganda, amplificati da figure come Vladimir Solovyov, hanno iniziato a diffondere l’idea di un Remeslo affetto da disturbi mentali. Parallelamente, è arrivata la notizia del suo ricovero in un ospedale psichiatrico di San Pietroburgo. In un contesto diverso, si potrebbe parlare di coincidenza o di una vicenda privata. Nella Russia di oggi, è difficile non leggere questo passaggio come un atto politico, una forma di neutralizzazione che non si limita a silenziare una voce, ma punta a svuotarla di credibilità, a renderla irrilevante agli occhi dell’opinione pubblica. È qui che il caso individuale si salda con una storia più lunga e inquietante. La psichiatria punitiva non è un residuo del passato, né una pratica che riaffiora improvvisamente: è un filo che attraversa la storia russa recente senza soluzione di continuità. Nell’Unione Sovietica, il dissenso veniva sistematicamente medicalizzato. Criticare il sistema significava essere irrazionali, e l’irrazionalità era una malattia da curare. Diagnosi come la “schizofrenia lenta” venivano utilizzate per internare oppositori politici, evitando processi pubblici e trasformando la repressione in una presunta necessità sanitaria. Era un meccanismo raffinato, capace di eliminare il dissenso senza produrre martiri, di isolare l’individuo e al tempo stesso delegittimarne le idee.
Quella logica non è mai scomparsa. Si è adattata, ha cambiato linguaggio, ha assunto forme meno codificate, ma è rimasta parte integrante del funzionamento del potere. Nella Russia di Putin, la repressione si è articolata su più livelli: giudiziario, mediatico, amministrativo. Arresti, leggi restrittive, etichette come “agente straniero”, campagne di diffamazione. In questo quadro, l’uso della psichiatria come strumento di delegittimazione non è un’eccezione, ma una risorsa ulteriore, particolarmente efficace quando si tratta di colpire figure che provengono dall’interno del sistema. Dichiarare qualcuno instabile mentalmente significa sottrarlo al terreno del confronto politico: non è più un interlocutore, ma un caso clinico; non esprime un’opinione, manifesta un sintomo. Il caso Remeslo mostra con chiarezza questo meccanismo. La sua biografia lo rende difficilmente classificabile come oppositore “di professione”, e proprio per questo le sue parole rischiano di incrinare la narrazione ufficiale più di tante denunce provenienti dall’esterno. È la testimonianza di una crepa interna, di un possibile cedimento del consenso costruito negli anni.
E le crepe, in sistemi di questo tipo, non vengono riparate con il dialogo, ma sigillate con la forza o con la delegittimazione. C’è poi un elemento che rende questa vicenda ancora più significativa: il messaggio implicito che trasmette. Non esiste spazio per il dissenso, neppure per quello che nasce all’interno del campo del potere. Non esiste una zona grigia in cui sia possibile cambiare posizione senza pagarne il prezzo. La lealtà non è mai definitiva, ma sempre condizionata. Chi smette di essere utile diventa un problema, e i problemi vanno rimossi. Se necessario, anche attraverso strumenti che negano la natura politica del conflitto e lo trasformano in una questione personale, psichiatrica, privata. In questo senso, la storia di Remeslo è più di un episodio: è uno specchio. Riflette un sistema che non tollera deviazioni e che, per difendersi, è disposto a riattivare logiche che affondano le radici nel passato sovietico senza mai essersene davvero distaccato. Cambiano i contesti, cambiano le forme, ma il principio resta lo stesso: chi mette in discussione il potere deve essere ridotto al silenzio. E se non basta la repressione visibile, si ricorre a quella più sottile, quella che non punisce soltanto, ma discredita, isola, cancella. In questo quadro, il ricovero di un uomo che fino a ieri era parte del sistema assume un significato che va ben oltre la sua vicenda personale. Diventa il segnale di un meccanismo che continua a funzionare, con la stessa logica di sempre, sotto una veste solo apparentemente diversa.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 20 marzo 2026 alle ore 10:35
