Per non dimenticare: il silenzio è complicità

“Il silenzio di fronte al male è esso stesso malvagio; Dio non ci terrà senza colpa. Non parlare significa parlare. Non agire è agire”. Le parole di Dietrich Bonhoeffer non appartengono soltanto alla storia tragica del Novecento europeo, ma continuano a interrogare con forza il nostro presente. Sono parole che non permettono neutralità, che non concedono rifugi comodi nell’indifferenza. Di fronte al male, dice Bonhoeffer, non esiste una posizione esterna: anche il silenzio è una scelta, e quella scelta ha un peso morale. Oggi queste parole risuonano con inquietante attualità mentre, a distanza di anni dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, continuiamo ad assistere a nuovi attacchi che colpiscono civili inermi. Missili e droni russi continuano a cadere su città come Kyiv, Kharkiv, Odesa, Dnipro, Zaporizhzhia, seminando morte, distruzione e paura. Le cronache parlano di edifici residenziali colpiti nella notte, di famiglie spezzate, di bambini feriti o uccisi, di vite quotidiane improvvisamente interrotte. Eppure, proprio mentre la violenza prosegue, cresce il rischio più subdolo: quello dell’assuefazione. La guerra, quando si prolunga nel tempo, tende a scivolare ai margini dell’attenzione pubblica. Le immagini che un tempo scioccavano iniziano a sembrare ripetitive, i numeri delle vittime diventano statistiche, le notizie perdono la capacità di indignare. Si insinua una stanchezza collettiva che porta a distogliere lo sguardo, a cambiare canale, a relegare il conflitto a un rumore di fondo.

Ma è proprio in questo momento che il monito di Bonhoeffer diventa più urgente: tacere, abituarsi, dimenticare non è una posizione neutrale. È una forma di complicità. Non si tratta di equiparare contesti storici diversi, ma di riconoscere un principio etico universale: quando il male si manifesta in modo evidente – quando civili vengono deliberatamente colpiti, quando il diritto internazionale viene violato, quando la violenza diventa strumento sistematico – l’indifferenza non è innocente. Non reagire significa, in qualche misura, permettere che tutto questo continui senza ostacoli. Non indignarsi equivale a normalizzare. Non ricordare significa lasciare che le vittime scompaiano due volte: prima nella realtà, poi nella memoria. La distanza geografica non attenua la responsabilità morale. Che gli attacchi avvengano a centinaia o migliaia di chilometri da noi non cambia la natura di ciò che accade. Le città ucraine non sono nomi lontani su una mappa, ma luoghi abitati da persone reali, con vite, relazioni, sogni non diversi dai nostri. Ogni missile che colpisce Kyiv o Kharkiv non distrugge solo edifici, ma anche la fiducia in un ordine internazionale basato su regole condivise. Ogni attacco contro civili mette in discussione principi fondamentali che riguardano tutti. Eppure, il rischio più grande non è solo la violenza in sé, ma la sua progressiva banalizzazione. Quando la guerra diventa routine mediatica, quando smettiamo di provare indignazione, quando accettiamo implicitamente che certe cose “accadano”, stiamo già cedendo qualcosa di essenziale. Stiamo rinunciando alla capacità di distinguere con chiarezza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. E in quel momento, anche senza volerlo, diventiamo parte del problema. Ricordare, parlare, informarsi non sono gesti inutili o puramente simbolici. Sono il primo livello di resistenza morale.

Mantenere viva l’attenzione significa rifiutare la normalizzazione della violenza. Significa riconoscere che ogni vittima conta, che ogni attacco contro civili è inaccettabile, che ogni silenzio rischia di rafforzare chi agisce nell’ombra dell’indifferenza. Non si tratta solo di prendere posizione politica, ma di affermare un principio umano fondamentale: la sofferenza degli altri non può lasciarci indifferenti. Bonhoeffer, pagando con la vita la sua opposizione al nazismo, ci ricorda che la responsabilità individuale non può essere delegata. Non basta dire che altri agiranno, che altri parleranno, che altri si occuperanno di denunciare. Il silenzio personale, moltiplicato per milioni di persone, diventa un silenzio collettivo assordante. E quel silenzio crea lo spazio in cui il male può continuare ad agire indisturbato. Oggi, di fronte agli attacchi che continuano a colpire civili ucraini, la sfida non è solo politica o militare, ma profondamente etica. È la sfida di non abituarsi, di non voltarsi dall’altra parte, di non lasciar scivolare tutto nell’oblio. Perché, come ci ricorda Bonhoeffer, non esiste una neutralità innocente: non parlare significa parlare, non agire è agire. E scegliere di non vedere, di non ricordare, di non reagire significa, in ultima analisi, accettare.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 09 aprile 2026 alle ore 10:27