Come la propaganda sostiene l’aggressione russa in Ucraina

C’è un errore che si continua a commettere quando si osserva la guerra russa contro l’Ucraina: considerarla esclusivamente come un conflitto militare. Certo, sul terreno si combatte con armi convenzionali, si distruggono città, si ridisegnano linee del fronte. Ma questa è solo una parte della realtà. L’altra, meno visibile ma altrettanto decisiva, si gioca nello spazio dell’informazione, delle percezioni, delle narrazioni. In questo contesto, la propaganda non è un elemento accessorio. È una componente strutturale dell’aggressione. Senza propaganda, questa guerra semplicemente non potrebbe essere sostenuta nel tempo. Ogni guerra ha bisogno di una giustificazione. Nessun potere politico può chiedere sacrifici prolungati senza costruire un racconto che renda la violenza accettabile, se non inevitabile. È esattamente ciò che accade oggi in Russia. L’invasione è stata inizialmente presentata come “un’operazione speciale”, circoscritta e necessaria. Poi, con il passare dei mesi e il mutare delle condizioni sul campo, la narrazione è cambiata: da intervento limitato a guerra difensiva contro l’Occidente, fino a trasformarsi in una presunta lotta per la sopravvivenza dello Stato russo. Non è una contraddizione. È il funzionamento stesso della propaganda. Cambiano le parole, si adattano i messaggi, ma l’obiettivo resta lo stesso: legittimare la guerra, renderla necessaria agli occhi dell’opinione pubblica interna.

Il punto centrale è la mobilitazione. Per sostenere un conflitto lungo e costoso, è indispensabile costruire consenso o, quantomeno, neutralizzare il dissenso. La propaganda lavora esattamente in questa direzione, creando un clima in cui la guerra appare come un dovere collettivo. Non solo per chi combatte, ma anche per chi resta a casa e ne sostiene i costi economici e sociali. In questo quadro, la disumanizzazione del nemico è un passaggio fondamentale. L’Ucraina viene sistematicamente delegittimata, la sua identità messa in discussione, la sua sovranità negata. Kyiv non è rappresentata come il centro di uno Stato indipendente, ma come il simbolo di un potere ostile, manipolato, privo di legittimità. In questo modo, la guerra smette di essere un’aggressione e diventa, nella narrazione, un intervento necessario. Le conseguenze sono evidenti. Quando il nemico perde la sua umanità, anche la violenza diventa più accettabile. Le città ucraine – Kharkiv, Kherson, Mykolaiv, Zaporizhzhia – si trasformano da luoghi abitati a obiettivi militari. Spazi da colpire, non comunità da proteggere. È così che la brutalità del conflitto si normalizza. Ma la propaganda russa non si rivolge soltanto all’interno. All’esterno, l’obiettivo non è tanto convincere quanto disorientare. Non imporre una verità alternativa, ma moltiplicare le versioni possibili, creare ambiguità, insinuare il dubbio. In un sistema informativo già sovraccarico, questa strategia è particolarmente efficace: se tutto può essere messo in discussione, allora nulla appare più certo. Non è solo disinformazione. È un tentativo più profondo di erodere la fiducia nelle fonti, nelle istituzioni, nella stessa idea di verità condivisa. Il risultato è un ambiente in cui distinguere tra fatti e narrazioni diventa sempre più difficile. Va inoltre ricordato che la propaganda non agisce isolatamente. È parte di un sistema più ampio che integra strumenti militari, economici e diplomatici.

Gli attacchi alle infrastrutture energetiche, la pressione sui mercati, le iniziative sul piano internazionale: tutto contribuisce a rafforzare un impianto coerente, in cui azione e narrazione si sostengono a vicenda. Per questo motivo, leggere la guerra in Ucraina solo in termini militari significa non coglierne la natura profonda. In gioco non c’è soltanto il controllo del territorio, ma quello della realtà stessa. Chi riesce a imporre la propria narrazione dispone di un vantaggio strategico che va ben oltre il campo di battaglia. Di fronte a questa sfida, limitarsi a smentire singole falsità non basta. Serve una risposta più ampia: rafforzare la qualità dell’informazione, investire nella capacità critica delle società, rendere meno permeabile lo spazio pubblico alla manipolazione. È una questione politica, prima ancora che comunicativa. La guerra in Ucraina lo dimostra con chiarezza: il conflitto si combatte anche nel modo in cui viene raccontato. E ignorare questa dimensione significa, inevitabilmente, partire svantaggiati.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 10 aprile 2026 alle ore 16:05