La rete nell’ombra: killer e sabotatori reclutati per conto di Mosca
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Quarantamila dollari per uccidere un dissidente russo negli Stati Uniti. Venticinquemila per eliminarne un altro in Lituania. Mille o millecinquecento per fotografare case, controllare indirizzi e preparare il terreno. Dietro queste cifre emerge una rete clandestina che attraversa Russia, Stati Uniti ed Europa e conduce fino agli apparati di intelligence di Mosca. Il 15 settembre la procura federale del Southern District of New York ha reso pubblico un atto d’accusa contro cinque persone tuttora ricercate: i russi Yuri Khrameev e il figlio Kirill, i cubani Oemis Romagoza Durruthy e Yaidel Delgado Suarez e il venezuelano Angel Eduardo Castro. Il documento giudiziario descrive una “Russian Intelligence Services Network”, una struttura utilizzata per organizzare operazioni clandestine all’estero, nella quale ufficiali dell’intelligence, intermediari, reclutatori ed esecutori vengono mantenuti il più possibile separati tra loro. Al centro della rete compare Yuri Khrameev, 63 anni, indicato come colonnello dell’intelligence russa e conosciuto come “Colonel Yuri”. Il figlio Kirill, 27 anni, viene identificato come ufficiale dell’Fsb, il Servizio federale di sicurezza russo. Accanto a loro emerge Oemis Romagoza Durruthy, cittadino cubano residente da anni in Russia, con funzioni di coordinamento e supporto logistico.

Suarez, soprannominato “Viking”, avrebbe operato soprattutto come reclutatore, mentre Castro avrebbe cercato persone disponibili a svolgere materialmente gli incarichi negli Stati Uniti. La vicenda più recente risale all’estate del 2026. Il 29 luglio Castro contatta attraverso un’applicazione di messaggistica cifrata un cittadino venezuelano residente a Brooklyn. La prima richiesta sembra limitata: trovare qualcuno nell’area di Washington disposto a fotografare determinati luoghi collegati a un importante dissidente russo. Per quelle attività vengono promessi tra mille e 1.500 dollari. Dopo la consegna di fotografie e video, l’incarico cambia natura: 40mila dollari per “eliminare” o “far sparire” l’obiettivo. Il reclutato rifiuta. La rete, però, non rinuncia all’operazione e cerca altri possibili esecutori. Lo stesso schema era già comparso nel giugno 2025, quando un altro cittadino statunitense aveva incontrato Kirill Khrameev alla frontiera tra Estonia e Russia. Inizialmente gli erano stati offerti appena 200 dollari per recarsi a Vilnius e fotografare l’indirizzo di un dissidente russo in esilio. Completata la ricognizione, era entrato in scena Yuri Khrameev: l’offerta era salita a 25mila dollari per uccidere l’uomo. Quando anche questo potenziale sicario aveva rifiutato, gli era stato proposto di incendiare depositi e colpire infrastrutture nei Paesi Nato che sostengono l’Ucraina. “Serious money for serious work”, gli aveva scritto Khrameev: denaro serio per un lavoro serio. È qui che l’inchiesta americana diventa particolarmente interessante. Quella che potrebbe apparire come una serie di operazioni per eliminare dissidenti russi all’estero si collega infatti al più ampio fenomeno dei sabotaggi registrati negli ultimi anni in Europa. Il nome di Durruthy compare nell’indagine sul tentativo di sabotaggio contro Tvc Solutions, società di Šiauliai, in Lituania, impegnata nella produzione di apparecchiature destinate anche alle Forze armate ucraine. Nel settembre 2024 furono compiuti due tentativi di incendiare materiale dell’azienda. Le autorità lituane hanno collegato l’operazione al Gru, l’intelligence militare russa.

L’atto d’accusa americano attribuisce a Durruthy l’organizzazione di viaggi, prenotazioni e pagamenti destinati agli esecutori e documenta i suoi contatti con Yuri Khrameev. Lo stesso Durruthy compare anche in relazione a un’operazione condotta a Praga nel giugno 2024, quando avrebbe trasferito criptovaluta a un associato e organizzato i suoi spostamenti. Nello stesso periodo un cittadino colombiano tentò di incendiare autobus in un deposito del trasporto pubblico della capitale ceca. Anche in quel caso le autorità attribuirono l’azione alla Russia. La figura di Durruthy mostra bene quanto sia cambiato il modello operativo. Nato a Cuba e residente da anni a Petrozavodsk, insegnava salsa e bachata e utilizzava sui social pseudonimi come “Dios” e “Adrian”. Attraverso Telegram e Facebook avrebbe cercato soprattutto cittadini latinoamericani disponibili a lavorare o spostarsi in Europa. Non professionisti dell’intelligence, quindi, ma persone comuni, spesso prive di qualunque legame formale con la Russia e utilizzabili per incarichi circoscritti. È probabilmente questo l’aspetto più significativo della vicenda. Non serve più, per ogni operazione, inviare all’estero un agente addestrato per anni e dotato di una copertura costruita con cura. Un sabotaggio può essere affidato a un intermediario reclutato online, un sopralluogo a qualcuno disposto a guadagnare poche centinaia di dollari, un incendio a un esecutore che potrebbe non conoscere neppure il vero mandante. Gli investigatori occidentali parlano sempre più spesso di “disposable agents”, agenti sacrificabili: persone utilizzate per una singola missione e facilmente abbandonabili una volta conclusa o fallita l’operazione.

È una forma di outsourcing clandestino che offre numerosi vantaggi. Riduce i costi, aumenta la distanza tra chi impartisce l’ordine e chi lo esegue e rende più difficile risalire alla catena di comando. Le applicazioni cifrate sostituiscono parte degli incontri clandestini, le criptovalute facilitano i trasferimenti di denaro e i social network diventano strumenti di reclutamento. Se un esecutore viene arrestato, il percorso che conduce al mandante può essere lungo, frammentato e volutamente opaco. Nato e Unione europea denunciano da tempo l’aumento delle attività ibride russe sul territorio europeo: sabotaggi, incendi, cyberattacchi e operazioni contro infrastrutture o soggetti coinvolti nel sostegno all’Ucraina. L’inchiesta americana consente però di osservare dall’interno il funzionamento di almeno una parte di questo sistema. Emergono i nomi, le cifre, i messaggi e soprattutto la capacità di passare con estrema facilità da un livello operativo all’altro: prima una fotografia, poi una sorveglianza, infine la proposta di un omicidio. Se l’uomo reclutato non vuole uccidere, può sempre essere impiegato per incendiare un deposito o colpire un’infrastruttura. C’è infine un elemento che merita attenzione. Nell’inchiesta americana Kirill Khrameev viene indicato come ufficiale dell’Fsb, mentre nelle indagini europee sui sabotaggi compare il Gru.

Più che una rete rigidamente riconducibile a un’unica struttura, emerge quindi un ambiente operativo nel quale reclutatori, facilitatori ed esecutori possono muoversi attorno a differenti componenti dell’apparato di sicurezza russo. È questa flessibilità a rendere il modello particolarmente efficace. Un colonnello può impartire istruzioni dalla Russia, un insegnante di salsa cubano può reclutare uomini attraverso Telegram, un cittadino latino-americano può attraversare l’Europa con un biglietto pagato da qualcun altro e un deposito, una centrale o l’abitazione di un dissidente possono diventare l’obiettivo finale. Quarantamila dollari possono bastare per tentare di comprare un omicidio. Mille per prepararlo. Ma il vero valore di questa rete non sta nelle somme pagate agli esecutori. Sta nella capacità di trasformare persone comuni nell’ultimo anello di una catena clandestina costruita affinché chi impartisce l’ordine rimanga il più lontano possibile dalla scena del crimine.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 16 settembre 2026 alle ore 11:37