25 maggio 2012ECONOMIA
Il vertice informale Ue di mercoledì sera ha preso la piega di
una contesa ideologica piuttosto che di una riunione operativa
sulla crisi. Molto tempo è stato perso nel confronto sugli Eurobond
- pur sapendo che la netta contrarietà della Germania e di altri
membri dell'Eurozona non consente al momento di giungere ad una
decisione in questo senso - a discapito di emergenze molto più
concrete e minacciose per la sopravvivenza stessa dell'euro, come
la crisi greca e del sistema bancario spagnolo.
Come l'euro possa "vincere" le elezioni in Grecia, dovrebbe
essere tra le prime preoccupazioni. A stragrande maggioranza i
greci vogliono restare nella moneta unica, ma allo stesso tempo
rifiutano il piano imposto dalla trojka (Ue-Fmi-Bce).
I leader dell'Eurozona quindi dovrebbero chiarire agli elettori
greci le implicazioni delle loro libere scelte senza ferirne
l'orgoglio nazionale.
Ma la "politicizzazione" del vertice dell'altra sera e una certa
radicalizzazione erano per molti aspetti inevitabili. Per tutti,
infatti, è stato questo il momento di rimarcare le proprie
posizioni negoziali di partenza in vista del Consiglio europeo di
fine giugno.
Alla sua prima uscita a Bruxelles Hollande non poteva apparire
in soggezione rispetto ai nein tedeschi, né dare l'idea di puntare
subito al compromesso con Berlino. Tanto più che in Francia la
campagna elettorale non si è affatto conclusa. Il 17 giugno si
terranno le elezioni legislative e il neo presidente vuole
trasmettere ai francesi l'idea che votare per i socialisti fa la
differenza rispetto al passato.
Ma sa bene che il Consiglio europeo di fine giugno sarà il
momento improcrastinabile delle decisioni. Per partire con il piede
giusto all'Eliseo, dovrà uscire da quel vertice con un corposo
pacchetto crescita fra le mani e non con una clamorosa rottura. Il
quadrilaterale pre-vertice al quale Monti ha invitato la Merkel,
Hollande e Rajoy, che si terrà probabilmente a urne chiuse in
Francia e in Grecia, potrebbe quindi essere l'ora giusta per la
diplomazia.
Non tornerà il direttorio franco-tedesco, anche se appare troppo
semplicistico rappresentare i nuovi equilibri in Europa con una
"triplice intesa" Parigi-Roma-Madrid contrapposta a Berlino.
L'intesa sul pacchetto crescita da affiancare al fiscal compact
si dovrebbe raggiungere intorno a tre punti: project-bond per
finanziare progetti infrastrutturali (energia, trasporti e tlc);
ricapitalizzazione della Banca europea degli investimenti; migliore
impiego dei fondi strutturali Ue. Sul tavolo anche una qualche
forma di golden rule, che sta molto a cuore al premier italiano
Monti: scorporare dal calcolo del deficit le spese destinate agli
investimenti "buoni", quelli produttivi (da individuare in sede
Ue), e magari anche il pagamento dei debiti commerciali della Pa
nei confronti delle imprese, anche se in questo caso si tratterebbe
più che altro di spesa corrente.
Di fatto si tratterebbe di deroghe ai nuovi vincoli di bilancio,
di una revisione del fiscal compact, alla quale fino ad oggi la
Merkel si è opposta. Riguardo gli Eurobond, Hollande e Monti
dovrebbero accontentarsi di aver rotto il tabù, di averli ormai
inseriti nell'agenda europea, e di vendere il lancio dei
project-bond come l'inizio del percorso che porterà a forme di vera
e propria condivisione del debito.
I 27, ha spiegato Van Rompuy, concordano sul fatto che occorre
«una nuova tappa dell'unione economica e monetaria», ma non c'è
accordo su quale debba essere. Prima l'unione fiscale o prima la
condivisione del debito?
Quello sugli Eurobond è un confronto tra due diverse visioni di
Europa e dell'economia. Per Hollande la mutualizzazione di una
parte del debito è un punto di partenza, perché è attraverso
l'indebitamento che si stimola la crescita e se è comune i tassi di
interesse sono più ragionevoli.
Per la Germania invece è un punto di arrivo («ci sono dieci
passi da fare prima di arrivare agli Eurobond», avverte la
cancelliera Merkel). Prima occorre l'unione fiscale, cioè
un'armonizzazione delle politiche di bilancio, altrimenti alcuni
paesi si troverebbero di fatto a pagare per garantire i debiti
altrui.
Gli Eurobond per i tedeschi non risolverebbero il problema degli
eccessivi debiti nazionali e della scarsa competitività, che è
all'origine dell'incapacità di crescere di alcuni paesi. Monti
sembra situarsi a metà strada. Non adesso, né alla fine del
processo di integrazione, ma «quando i tempi saranno maturi, non
fra moltissimo», secondo il premier italiano.
Il punto è che da una parte si vogliono mutualizzare gli elevati
debiti dell'Eurozona, ma dall'altra, sul fronte dell'integrazione
delle politiche di bilancio e dei mercati, e della riduzione dei
gap di produttività, non solo non si è fatto nulla, si è appena
cominciato, ma si oppongono resistenze, rinvii e deroghe.
È più che fondato quindi il sospetto che si pretenda
semplicemente che la Germania paghi il conto per tutti.
Forme di condivisione anche parziale del debito come gli
Eurobond rischiano di far ripartire l'azzardo morale dei paesi
fiscalmente irresponsabili, che d'altronde non hanno saputo
approfittare degli anni in cui il loro debito costava come quello
tedesco (perché dovrebbero sentirsi "responsabilizzati" ora con gli
Eurobond?); di indebolire la loro già fiacca determinazione
nell'attuare costose (a livello politico) riforme strutturali; e
inoltre non scongiurerebbero nemmeno il rischio di rendimenti
ancora più elevati sulla rimanente parte del debito che
continuerebbe ad essere emessa a livello nazionale, quindi
sganciata dalla garanzia tedesca.
La crisi sembra aver riportato il costo dei debiti dell'Eurozona
ai livelli pre-euro.
Ciò vuol dire che i mercati stanno prezzando i debiti nazionali
come se l'euro non ci fosse. A questo punto avrebbe più senso
condividere i debiti nella loro interezza, piuttosto che solo una
parte o quelli contratti da ora in avanti.
Per non parlare del rischio di compromettere definitivamente la
solidità dell'euro: emettere titoli di debito comuni quando le
situazioni dei bilanci sono così diverse, vanno addirittura dalla
piena sostenibilità al vero e proprio fallimento, e quando i gap di
produttività sono così elevati, potrebbe significare da un giorno
all'altro ritrovarsi in tasca, di fatto, lire e non euro.
Il rischio è che Eurobond e investimenti in infrastrutture
servano da specchietti per le allodole per non ridurre il peso
dello stato e per aggirare le riforme strutturali necessarie a
superare un modello sociale ormai insostenibile.