29 maggio 2012POLITICA
Se il Pd ha i suoi "rottamatori", convocati alla "Leopolda" dal
sindaco di Firenze Matteo Renzi, da qualche tempo anche il Pdl ha
qualcosa di simile. In questo caso preferiscono chiamarsi
"formattatori". Si tratta di un gruppo di giovani amministratori,
dirigenti e militanti del Pdl che si riconoscono nella richiesta di
un profondo rinnovamento del loro partito, a partire naturalmente
dai vertici, e che si sono ritrovati sui social network, su
Twitter, intorno all'hashtag #formattiamoilPdl. Nel week end si è
svolto a Pavia il loro primo incontro nazionale.
Da cui, però, sembra essere uscito meglio Alfano che i
"formattatori" stessi.
Proprio l'arrivo a Pavia, a sorpresa, del segretario nazionale
ha messo a nudo una certa ipocrisia della platea. In sua assenza le
parole di chi, durante il dibattito, aveva invocato le «dimissioni
dell'intera classe dirigente, Alfano compreso», erano state accolte
con un boato di liberazione.
Poi però è bastata la presenza fisica del segretario a mutare il
clima in sala. Il suo arrivo è stato accolto con un'autentica
ovazione e chi ha osato ribadire, anche in sua presenza, la
richiesta di dimissioni, ha raccolto solo freddezza e qualche
fischio. Per disinnescare la contestazione più dura e rubare la
scena ai formattatori, ad Alfano è bastato accettare sportivamente
il confronto, e promettere da giugno «un giro in tutte le regioni
per andare a scoprire i giovani talenti» da chiamare a far parte di
una «nuova squadra». Al di là di un giudizio un po' troppo
cangiante sul segretario, e di poche idee per lo più confuse, i
formattatori avanzano istanze non solo legittime, ma la cui
soddisfazione appare ormai ineluttabile e urgente: democrazia
interna, primarie, ricambio generazionale. Tutto giustissimo.
Tuttavia, il rischio di queste iniziative, pur animate dalle
migliori intenzioni, è di scadere nel giovanilismo e
nell'autoreferenzialità.
È difficile mantenere il focus delle rivendicazioni sulla
necessità di nuove regole ed evitare attacchi alle singole
personalità del partito, dai La Russa ai Cicchitto, fino ad Alfano
e Berlusconi. La richiesta ai "vecchi" di lasciare spazio ai
"giovani" rischia così di apparire generica, come se il dato
anagrafico, non le idee e i consensi, sia di per sé un fattore di
merito. E in che senso, in concreto, la politica dei vecchi sarebbe
"vecchia" e quella dei "giovani" nuova e al passo con i tempi?
Anche su questo ci sembra che i formattatori rimangano piuttosto
sul vago.
Il dibattito sul modello di partito - strutturato o leggero -
appare ancora a livello piuttosto embrionale. Superare la logica
delle tessere, d'accordo, ma verso quali criteri associativi? E
quali forme di finanziamento? Non abbiamo sentito, per esempio,
prese di posizione sul modello americano, che sembra poter
coniugare esigenze di apertura, democraticità, mobilitazione e
autofinanziamento. Anche su come introdurre il merito nella scelta
delle candidature del partito alle cariche istituzionali, non
sembra ancora esserci una posizione univoca: c'è chi chiede il
ritorno alle preferenze, il che sottintende un sistema elettorale
proporzionale, e chi le primarie, che invece hanno senso in un
sistema maggioritario.
Il dibattito e le proposte dei formattatori riguardano quasi
esclusivamente la democrazia interna e l'assetto organizzativo del
partito. Troppo scarsa, invece, l'enfasi sui contenuti politici
veri e propri, limitati per ora a qualche riflesso incondizionato
anti-tasse. Insomma, si parla di "posti", cariche di partito, di
come renderli contendibili, di "codici etici", di "partito degli
onesti", quindi delle regole attraverso cui selezionare una nuova
classe dirigente, possibilmente onesta e competente. Tutti
obiettivi senz'altro nobili e importanti, ma quanto può interessare
agli elettori, in particolare ai delusi del Pdl, come vengono
scelti i coordinatori provinciali del partito o chi abita il V
piano di Via dell'Umiltà? Ai cittadini interessano più le proposte
concrete, il profilo di un partito, o le sue vicende interne? È
evidente che il Pdl ha anche un problema di volti vecchi, ma
soprattutto di offerta politica. Per questo chiunque si candidi a
sostituire la leadership del Pdl, come di qualsiasi altro partito,
non può prescindere dai contenuti. Saper indicare le cause
politiche di una sconfitta elettorale, è importante quanto
individuare i vecchi leader a cui addossarne la
responsabilità.
Non servono epigoni anagraficamente più giovani, magari qualcuno
ex portaborse, che sostanzialmente portano avanti la stessa linea
politica dei loro predecessori, solo con un volto nuovo. Il Pdl
paga soprattutto il proprio fallimento al governo.
I suoi elettori gli hanno messo in conto non solo l'ultima
esperienza di governo, bensì tutti i 17 anni dell'era
berlusconiana, durante i quali è stata a più riprese tradita la
promessa di cambiamento sul piano economico e istituzionale: la
cosiddetta "rivoluzione liberale", su cui tutte le coalizioni
berlusconiane avevano raccolto i loro consensi, è stata invece
rimpiazzata da una politica economica statalista, conservativa,
immobilista.
L'opposto dello spirito del 1994. I giovani che si candidano
come nuova classe dirigente del partito, dovrebbero innanzitutto
preoccuparsi di dimostrare di aver compreso questa fondamentale
lezione. Servono quindi volti nuovi, ma che sappiano rinnegare in
toto la politica economica cripto-socialista che i governi di
centrodestra hanno sempre perseguito. Tanto più che di recente la
segreteria Alfano ha mosso alcuni passi verso il recupero di
credibilità sui temi concreti, incalzando il governo Monti su tasse
e lavoro e riproponendo la riforma presidenzialista. I giovani
formattatori dovrebbero cominciare a dire cosa farebbero
loro.
Su quali riforme dovrebbe fondarsi la Terza repubblica? Solo
sull'uscita di scena di Berlusconi? Quali idee hanno di politica
economica? Qual è la loro lettura della crisi? Quale la loro
visione di Europa e di politica estera? Cosa propongono per la
giustizia? Da questo punto di vista, diciamo programmatico,
sembrano più avanti coloro che propongono di "ripartire da
zero".