I meriti di Draghi e tutti i “tentennaMonti”

di Federico Punzi

05 dicembre 2012POLITICA

 

C’è un Mario (Monti) usurpatore dei meriti dell’altro Mario (Draghi). Se, infatti, vediamo calare lo spread, per la prima volta dal marzo scorso al di sotto della soglia 300, e i rendimenti del btp decennale, il merito principale va attribuito al Mario che presiede la Bce e non al Mario presidente del Consiglio. Quest’ultimo si mostra compiaciuto del risultato, se ne attribuisce i meriti, rivela che il suo “inconfessato” desiderio è lasciare con lo spread a 287, la metà esatta dei 574 punti trovati al suo ingresso a Palazzo Chigi. I giornali mainstream hanno accreditato l’idea che sia sostanzialmente merito delle politiche del professore, anche se ancora fino al luglio scorso lo spread aveva ripreso a salire e da allora fino ad oggi non si può certo dire che il governo abbia adottato misure eccezionali.

La realtà è che il “mood”, l’umore di fondo dei mercati, è cominciato a mutare dopo la ferma presa di posizione di Mario Draghi, il quale proprio nel luglio scorso ha assicurato che la Bce farà tutto il necessario («whatever it takes») per evitare la rottura dell’euro, accompagnando le sue parole con la messa a punto dello scudo anti-spread, un meccanismo d’intervento condizionato, non automatico, ma potenzialmente illimitato, a sostegno del debito dei paesi eurodeboli in difficoltà che dovessero richiederlo accettando di sottoporsi alle condizioni della Bce e del fondo Esm. Un firewall ritenuto per il momento sufficiente dai mercati, i quali in particolare in questi giorni sono rassicurati dal “buyback” di Atene e da un certo ammorbidimento delle posizioni tedesche. Insomma, oggi lo spettro di un default della Grecia e di una rottura dell’euro sembra un più lontano.

In questo senso si può dire che lo spread del novembre scorso non era solo colpa di Berlusconi, ma dipendeva per lo più da fattori esogeni. Merito indiscutibile di Monti, però, è la sua credibilità personale: senza di essa, senza un governo affidabile, con la “fedina politica” immacolata, sarebbe stato politicamente impossibile per Draghi intervenire e per la cancelliera Merkel e gli altri euromembri concederci un’apertura di credito. I meriti del professore, tuttavia, finiscono qui, perché con le politiche del governo tecnico tutti i fondamentali dell’economia italiana sono drammaticamente peggiorati. Non si pretendevano miracoli in un solo anno, ma anche le previsioni per l’anno prossimo sono piuttosto fosche. Questo perché Monti ha scelto una via al risanamento contraria a quella, virtuosa (o meno dannosa), suggerita da Draghi, agendo con tempestività ed efficacia sul lato delle entrate – ma è fin troppo facile inventare e imporre nuove tasse, chiunque può riuscirci – e fallendo, invece, nell’avvio delle riforme strutturali che avrebbero dovuto aiutare il paese a crescere: timide o fasulle liberalizzazioni e semplificazioni; una controriforma quella sul lavoro; a rischio fallimento persino quella delle pensioni, a causa del “cavallo di troia” degli esodati; risibili tagli alla spesa e dismissioni. Insomma, Monti ha – per ora – salvato lo Stato, non gli italiani.

L’economista Zingales suggerisce di sfruttare il momento favorevole per aderire al programma Omt della Bce, mettendo così in sicurezza i nostri sacrifici, proprio perché l’attuale premier gode di una credibilità, agli occhi di Berlino, di cui non godrebbe un governo Bersani-Vendola, e perché immune dai costi politici che la richiesta di aiuti comporta. A meno che Monti non coltivasse l’ambizione di tornare a Palazzo Chigi. In quel caso nemmeno lui potrebbe permetterseli.

Ma i principali fatti della settimana – quello economico, il calo dello spread – e quello politico – il successo di Bersani alle primarie del centrosinistra – rendono più o meno probabile un Monti-bis? Da una parte, aiutato dalla grande stampa, Monti può attribuirsi i meriti del primo e avvalersi del secondo come spauracchio agli occhi di un’ampia fetta di elettorato; dall’altra, lo spread in calo affievolisce il senso di emergenza favorendo il ritorno dei partiti e una doppia, forte legittimazione di Bersani – primarie e politiche – alla guida di un’alleanza Pd-Sel intorno al 30-35% renderebbe problematico negare al leader uscito vincitore dalle urne l’ingresso a Palazzo Chigi. Se Monti rifiuterà di “politicizzarsi”, di schierarsi apertamente in alternativa alla sinistra-sinistra, accontentandosi – come sembra – di fungere, al massimo, da argine o da riserva della Repubblica, le forze di centro e centrodestra si presenteranno in ordine sparso e l’Italia sarà governata da Bersani-Vendola, o ben che vada ci sarà il Monti-bis, ma sostenuto da una maggioranza a trazione Pd-Cgil con la stampella centrista Casini-Montezemolo.