Sullo stato di polizia fiscale nessuno risulta senza macchia

di Federico Punzi

17 gennaio 2013POLITICA

 

Sul grado di oppressione e repressione fiscale a cui sono sottoposti gli italiani non esistono vergini o innocenti. Sul redditometro ci sono in evidenza le impronte digitali sia del precedente governo, soprattutto del ministro Tremonti, che dell’attuale. Concepito dal governo Berlusconi, con il decreto legge 78 del luglio 2010, lo strumento è stato elaborato, affinato e infine varato, lungo tutto il 2012, cioè da Monti. È vero, quindi, che già in quel decreto si prevedeva che la «determinazione sintetica» del reddito da parte dell’Agenzia delle entrate potesse essere fondata non solo sulle spese effettivamente sostenute, ma anche induttivamente, «mediante l’analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell’area territoriale di appartenenza». In pratica, uno “studio di settore” per famiglie basato su medie statistiche di spesa tratte dell’Istat o altri enti statistici.

Risulta evidente come possano essere molti i casi in cui il reddito così presunto non corrisponda al vero, lasciando però al contribuente l’onere della prova a discarico. Una rete a strascico, insomma, con i poveri tonni chiamati a giustificarsi per essere stati pescati. È anche vero, però, che quello stesso articolo 22 stabiliva che il «contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva» avrebbe dovuto essere individuato, «con periodicità biennale», con un apposito decreto attuativo. Proprio quello preparato sotto il governo Monti nell’ultimo anno, varato alla vigilia di Natale e pubblicato nella Gazzetta ufficiale il 4 gennaio 2013, dopo la scenografica presentazione di Befera il 20 novembre scorso. Dunque, che adesso Monti venga a dirci «fosse per me non l’avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», è francamente di un’ipocrisia rivoltante. Non è passato un anno, non sono passati sei mesi, ma solo dieci giorni e volendo, essendo ancora presidente del Consiglio, seppure dimissionario, potrebbe ancora sospenderlo.

Ha avuto tredici mesi per rendersi conto del “mostro” che stava prendendo forma e non sono mancate sul tema polemiche pubbliche più o meno garbate. Avrebbe potuto intervenire per modificare il redditometro proprio con lo strumento del decreto attuativo, o addirittura bloccarlo, con una semplice telefonata, o almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera, salvo poi cercare di passare come quello che cade dalle nuvole, che non lo voleva, guarda caso proprio a ridosso delle elezioni. La realtà è che Monti condivide pienamente con Berlusconi e Tremonti la responsabilità politica del redditometro: ci ha messo la faccia quando sembrava popolare mostrare il muso duro contro gli evasori, sta cercando di toglierla ora che i sondaggi mostrano il contrario. E non è, purtroppo, l’unico suo tentativo di fuggire dalle proprie recentissime scelte politiche.

Prima ha raddoppiato il gettito dell’Imu prevista dal governo del Cavaliere, introducendo la tassa anche sulla prima casa, e lo scorso 23 dicembre ha ammonito che sarebbe “da pazzi” pensare di abolirla, minacciando che dopo un anno andrebbe reintrodotta raddoppiata, salvo poi, in questi giorni di campagna elettorale, promettere anche lui di volerla ridurre. Dice di non aver «mai pensato a una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto da luglio, eppure l’aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. E, a proposito, secondo quanto riferisce il Corriere, starebbe lavorando in gran segreto ad un’“agenda 2”. Dev’essersi reso conto del clamoroso vuoto programmatico della prima. Previsto nella serata di ieri un incontro con Befera, chissà se Monti intenderà sfruttarlo per un nuovo goffo tentativo di dissociazione dal redditometro. Intanto, per prima cosa, vorremo sapere quanto è costato il suo sviluppo e quanto costerà, ogni anno, la sua applicazione. Abbiamo sì bisogno di una nuova offerta politica, ma non di un “altrocolpista” in più, di quelli che è sempre colpa degli altri.