“Sistema Giustizia”: spunti di riflessione

L’editoriale di redazione dal titolo “Comunità L’Opinione: il Tribunale Dreyfus” pubblicato su questo giornale l’8 febbraio scorso, offre un’immediata chiave di lettura riguardo al cosiddetto “Sistema Giustizia” in Italia, aprendo così: “Una delle principali cause della crisi della democrazia e dell’economia in Italia risiede nella degenerazione del “Sistema Giustizia”. La politicizzazione di una parte dei magistrati, la paralisi dei tribunali, i tempi sproporzionati per le sentenze sia penali che civili, l’enorme quantità di errori giudiziari, le limitazioni all’azione della difesa, l’incertezza della pena, le carceri-tortura, la detenzione preventiva, l’eccesso incontrollato di intercettazioni telefoniche e ambientali, la mancanza di responsabilità dei pubblici ministeri e dei giudici, le violazioni dei diritti fondamentali, le continue sentenze e sanzioni dell’Unione Europea avverse allo Stato italiano, fanno dell’Italia un Paese privo delle garanzie costituzionali che viene sempre più considerato pericoloso e “incivile” dal mondo politico, culturale e finanziario internazionale. Ne derivano così un permanente ristagno e un inaffidabile funzionamento amministrativo e burocratico che impediscono la crescita e lo sviluppo del Paese, la competitività sui mercati e gli investimenti stranieri. La debolezza desolante della classe politica, subordinata alla magistratura e ai “cosiddetti poteri forti”, non consente alcuna forma di rinnovamento e di cambiamento del sistema in crisi”.

Manifesta dimostrazione della libertà di opinione di cui dà prova costante la testata giornalistica diretta da Arturo Diaconale, sta nel fatto che quando si presenta una tesi, anche se diversa dalla linea editoriale/liberale, la si pubblica lasciando a chi vuole legittimo spazio tra le colonne, senza chiose e commenti. Rimandando al lettore ampia facoltà di farsi una sua opinione, libera da qualsiasi influenza di parte. Giornale aperto quindi al confronto tra le idee, così come dev’essere in una società liberale e democratica: ideale “topos” ove i cosiddetti poteri-forti godono degli stessi diritti dei non poteri o dei poteri-deboli. Nello stile di Voltaire: “Non condivido il tuo pensiero ma sono pronto a sacrificare la mia vita perché tu possa esprimere liberamente le tue idee”.

L’Opinione, antica testata liberale fondata nel 1847, è convinto presidio di questo principio. Recentemente tra le colonne del giornale ho letto un articolo del 4 marzo il cui titolo è “Per un “ritorno” della democrazia” in cui sostanzialmente si farebbero risalire integralmente alla politica tutti i mali dell’Italia. Si sostiene l’incapacità dei politici di saper fare buone leggi, di compiere errori ed abusi e, soprattutto, addebitando la colpa allo “stato di diffusa ignoranza dello stato della cosa pubblica in cui continua ad essere tenuta la popolazione”. Che ciò sia in parte vero è inoppugnabile. Viene però il sospetto che all’analisi, così puntualmente compiuta nell’articolo, manchi, per la necessaria completezza informativa, la menzione dell’altro corno del problema. Quello, per capirci, con cui inizia il rammentato articolo della Comunità L’Opinione quando apre ricordando i casi, che sono tanti e gravi, del sistema della malagiustizia e di tutti i danni conseguenti per i cittadini, per l’economia e per il diritto. Per l’immagine del Paese nel mondo.

Nell’articolo, che giustamente auspica il “ritorno della democrazia”, la dimenticanza o la disattenzione a quest’altro aspetto, per l’autore sembra essere di secondaria importanza avendo Egli ricordato in apertura che già esiste in Italia “la responsabilità civile dei magistrati, una legge da taluni (sic) considerata insufficiente e di cui, più volte, si è proposta la riforma, ma che, in ogni caso, ha introdotto un sistema di tutela e di risarcimento del danno a sanzione e correttivo degli eventuali errori commessi dal magistrato”. Leggendo l’articolo sembrerebbe che l’esigenza di rivedere i tanti problemi della giustizia che oggi affliggono l’Italia, ivi compresa la legge concernente la “responsabilità civile dei magistrati di cui si è proposta più volte la riforma” siano sentiti da una improbabile quanto sparuta minoranza. In realtà la responsabilità civile dei magistrati, insieme alle tante altre riforme di cui si sente il bisogno e che non sono più rinviabili (obbligatorietà dell’azione penale, separazione delle carriere, riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, ecc.) è cosa richiesta dalla maggioranza del popolo italiano. Il problema più grave è che di queste controversie una certa parte, sicuramente minoritaria della magistratura, non vuole sentirne parlare. Preferisce chiudersi a riccio, interessarsi piuttosto di politica, candidarsi al posto dei politici e semmai solo marginalmente occuparsi delle storture che penalizzano il Paese, spesso causate dal cattivo funzionamento della macchina giudiziaria.

Nonostante i reiterati appelli provenienti dallo stesso presidente Napolitano, poche sono state le voci che hanno sostenuto l’esigenza di rivedere l’intero impianto dell’Ordine giudiziario. Sarà bene ricordarlo: Ordine, non Potere. Anche se qualche magistrato spesso tende a dimenticarlo, palesemente desiderando di aumentare se possibile quanto di effettivo potere già ampiamente dispone. Meglio, al fine ultimo dell’apparire, è il parlare di politica; suggerendo, affiancandola da vicino col segreto desiderio, non tanto nascosto, prima o poi di sostituirla. Spesso intimorita, presumendo che la sua azione legislativa non sarà gradita, la politica in questo contesto non è in grado di compiere le scelte che il popolo italiano da anni richiede. Molto più difficile è l’ammettere che i citoyens e non “taluni” preferirebbero avere giudici che non si occupino di politica, né da vicino né da lontano. Che svolgessero il lavoro, per il quale sono pagati dal popolo italiano, applicando con diligenza e puntualità la giustizia delle leggi fatte dal Parlamento, così come avviene per la maggioranza di costoro che compie ogni giorno il proprio dovere di umile servitore dello Stato, senza non richieste esternazioni dall’indubbio sapore politico.

Un fatto però è certo: la politica, per quanto male oggi se ne possa parlare, prima o poi è comunque soggetta ad un elettorato il quale, quando può e deve, vota. Essa al popolo risponde. Altri no.

(*) Promotore del Tribunale Dreyfus