Samorì: “In Europa chi ha esperienza”

“In Europa sì, ma non così”. È questo lo slogan scelto dal candidato di Forza Italia per il collegio del nord-est, Gianpiero Samorì, imprenditore e fondatore del Mir (Movimento imprenditori in rivoluzione).

Nel rinnovamento di Forza Italia c’è la riscoperta della politica del fare, lei come imprenditore in politica ha fondato il Mir (Movimento imprenditori in rivoluzione), quale sarà la sua rivoluzione in Europa?

Lo slogan che ho scelto per la campagna elettorale (“In Europa sì ma non così”) chiarisce da subito i tre punti sui quali mi impegnerò in caso di elezione. Il primo riguarda il credito. È quasi scomparso dal dibattito politico italiano il tema dell’assenza totale di credito a famiglie e imprese, nonostante sia chiaro a tutti che senza credito l’economia muore e non può ripartire. Occorre quindi che la Bce condizioni gli enormi prestiti concessi agli istituti bancari, pari solo per l’Italia a circa 130 miliardi, al fatto che almeno il 50% di tali somme siano utilizzate per incrementare gli impieghi a famiglie e imprese.

Fra le sue esperienze c’è anche quella di banchiere, come si potrebbe utilizzare la Bce per il rilancio dell’economia continentale?

La Bce deve svolgere un ruolo fondamentale nel rilancio dell’economia continentale. Ad esempio, essendo ormai evidente la crisi strutturale in cui si batte l’importantissimo settore edile, occorre un investimento straordinario di almeno 100 miliardi l’anno per rilanciarlo, seguendo un diverso modello di sviluppo: demolire quello che non serve più, riqualificare ambiente e territorio e con ciò ridurre i centri abitati rendendoli meglio gestibili e meno dispendiosi.

Avere rappresentanze qualificate nel Parlamento Europeo significa poter promuovere leggi che alimentino lo sviluppo, fare squadra come sistema Paese, il passato dimostra che ci siamo distinti per le nostre divisioni. Come superare questa mentalità autolesionista?

Lei coglie perfettamente uno dei principali problemi, la qualità del personale politico che inviamo a Bruxelles. Il sistema elettorale con preferenza di collegio facilita l’elezione di chi dispone di voti di struttura/clientela, a prescindere dalla qualità professionale dei candidati. Il gradimento così espresso si ribalta a Bruxelles, dove non contano le preferenze ma la qualità e capacità delle persone, la loro idoneità a fare squadra e ad anteporre gli interessi nazionali a quelli del proprio partito e al personale interesse.

Il collegio del nord-est nel quale lei è candidato è da sempre sinonimo di piccole e medie imprese, come di banche del territorio che sono cresciute insieme alle aziende, l’Europa con la sua politica germanocentrica sta distruggendo un modello vincente, anche la Banca d’ Italia segue questo indirizzo promuovendo aggregazioni bancarie a volte impossibili, con scarse valutazioni sugli effetti negativi sia in termini occupazionali che strategici, cercando facili risposte ai dettami di Francoforte, cosa pensa in proposito?

La nascita di banche di territorio era andata di pari passo con la nascita di distretti che abbisognano di istituti fortemente specializzati, prossimi all’economia reale e interessati al suo sviluppo. La Banca d’Italia ha favorito un diverso modello simile a quello perseguito dalle economie delle nazioni dell’Europa settentrionale, molto germanocentrico, forse con la speranza/aspettativa che anche le nostre aziende si muovessero in quella direzione dando luogo, con accorpamenti o acquisizioni, a colossi industriali con fatturati di significative dimensioni. L’economia reale è andata in altra direzione e, purtroppo, si è assistito ad una desertificazione bancaria con rarefazione del credito alle aziende anche meritevoli. Occorre ripensare il modello bancario senza alcun complesso verso le scelte di Francoforte, evitando di far sparire ulteriori realtà bancarie e territoriali solo per compiacere la Germania, presentandosi in Europa con un identico numero di grandi banche e basta. Noi siamo diversi dalla Germania e quando la vogliamo scimmiottare, quasi vergognandoci della nostra diversità, non facciamo altro che finire per danneggiare l’economia reale, le famiglie e le imprese. È un prezzo troppo alto da pagare per ricevere in cambio una pacca sulla spalla ed un sorriso compiaciuto dei banchieri di Francoforte, perché dietro a quel sorriso c’è un retropensiero che non ci onora: “Quanto sono fessi questi italiani!”.