Gelli e Cossutta: fine di una storia

Quanto è bizzarro il destino! Da anni si dibatte di morte delle ideologie del Novecento senza però giungere a conclusione certa. Poi, accade qualcosa che la rende improvvisamente concreta, plastica: scompaiono due personaggi che quella linea di faglia, che ha attraversato il mondo del Novecento, l’hanno fisicamente incarnata: Armando Cossutta e Licio Gelli. Comunista ortodosso, il primo; atlantista, anticomunista il secondo.

Due uomini agli antipodi si portano via un’epoca irripetibile della quale nessuno ha voglia d’intestarsi niente. Hanno vissuto, ognuno a proprio modo, l’illusione di opposte utopie e, in egual misura, hanno fallito. Armando Cossutta ha fatto parte della dirigenza del Partito Comunista Italiano togliattiano. Era considerato l’uomo del Cremlino a “Botteghe Oscure”. Cossutta non ha mai derogato alla sua fede nell’ideale comunista. Dopo l’invasione, nel 1981, della Polonia ad opera dell’Armata Rossa, l’Armando si oppose alla rottura con Mosca, al revisionismo berlingueriano e alla costruzione della via occidentale al comunismo. Con il crollo del muro di Berlino e la decisione del suo partito di cambiare pelle, Cossutta se ne andò, sbattendo la porta, a creare “Rifondazione Comunista”. Il suo attaccamento all’idea egemonica di conquista del potere lo spinse, nel 1998, a rompere con un Fausto Bertinotti intenzionato a fare cadere il primo governo di sinistra della storia italiana. L’ultima creatura politica di Cossutta si è chiamata: Partito dei Comunisti Italiani.

Benché l’ideologia alla quale l’Armando abbia votato l’esistenza fosse stata sconfitta, il piglio del combattente, vissuto nel mito resistenziale dell’antifascismo militante, che passa a testa alta tra le schiere di veri nemici e dei finti amici non l’ha mai abbandonato. Tutti sapevano che, seppur perdente, lui era un pezzo della storia del movimento comunista del nostro paese. Licio Gelli, per l’immaginario collettivo, è stato il massone, il repubblichino di Salò, il corruttore, il burattinaio delle oscure trame che avrebbero condizionato la vita della Repubblica tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Ottanta. Avrebbero. Il condizionale è d’obbligo giacché nessuno, politico o magistrato, è mai riuscito a dimostrare che la sua creatura, La Loggia massonica coperta “P2”, abbia realmente attentato alla vita delle istituzioni democratiche del nostro paese. Nessuna cospirazione è mai stata provata.

Gelli non è stato uno stinco di santo. Tuttavia, definire il suo ruolo nella storia d’Italia è complicato. Gli storiografi un giorno faranno piena luce su ciò che è accaduto, magari scoprendo una verità molto diversa da quella raccontata per decenni agli italiani. L’utopia gelliana si chiamava “Piano di rinascita democratica”. Se attuato, avrebbe dovuto rendere l’Italia immune dal rischio della propagazione del veleno comunista. Quel progetto è abortito finendo per auto-declassarsi da “conquista politicamente motivata delle sedi istituzionali dalle quali si esercita il governo della vita nazionale a tentativo di controllo anonimo e surrettizio di tali sedi attraverso l’inserimento in alcuni processi fondamentali dai quali l’azione di governo nasce ed attraverso i quali concretamente si dispiega”.

Con questo complicato giro di parole l’on. Tina Anselmi, presidente della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla P2, provava a spiegare il fenomeno Gelli: fallito come disegno di trasformazione dello Stato, il progetto piduista si era trasformato in una formidabile macchina per favorire carriere personali. Cossutta, morendo si porta dietro i segreti dei suoi chiacchieratissimi rapporti finanziari con Mosca. Altrettanto Gelli, con lui viene sepolta la lunga lista di favori, intrallazzi e pasticci bancari messi a segno. Fatti e misfatti che per entrambi trovavano senso e ragion d’essere nell’irriducibilità del loro essere uomini-contro in un mondo separato. Addio, Novecento!