Giornalisti in carcere aggrediti e querelati

Sono ormai troppi i giornalisti che hanno perso la vita, sono stati incarcerati o hanno subito aggressioni a causa del loro lavoro. L’informazione che non tace è a rischio. Ovunque. In Italia e nel mondo. Da pochi giorni la giornalista del “Corriere della Calabria”, Alessia Candito, è sotto tutela. Dopo le querele subite sono arrivate le minacce. La giovane cronista non vuole, però, la scorta così la polizia ha così messo una “volante” sotto casa durante l’orario notturno. Il problema delle minacce, delle aggressioni e degli “avvertimenti” mafiosi o camorristici si allarga. I boss “con la penna o con la pistola” tentano di imbavagliare la stampa nei territori di frontiera ma anche nelle grandi città come Milano, Napoli e Roma. Un cartello apparso di recente in Lombardia diceva “chi scrive di tangenti muore” mentre in Campania l’avvertimento era “le disgrazie a Napoli primo o poi succedono all’improvviso”. Aggredito, pestato a sangue dai mafiosi e ricoverato in ospedale, a Paolo Barrometi hanno cercato di bruciare la casa ma non si è dato per vinto e appena ha potuto ha scritto “alla fine una penna vale più di una pistola”.

Molti di questi racconti si trovano nel libro “Io non taccio”, edito da CentoAutori, nel quale un gruppo di giornalisti (Federica Angeli, Arnaldo Capezzuto, Ester Castano, Marilù Mastrogiovanni, David Oddone, Roberta Polese, Paolo Barrometi) racconta gli episodi che hanno subito di minacce e di morte, hanno ricevuto proiettili in busta chiusa e querele con richieste di risarcimenti stratosferici. Il fenomeno è stato analizzato per il giornale online “Huffington Post” dal docente dell’Università di Varese Franz Foti. Nei primi 349 giorni dell’anno l’associazione “Ossigeno per l’informazione” ha documentato minacce a 372 giornalisti e rese note minacce non conosciute prima per altri 116. Gli episodi sono tutti catalogati in ordine cronologico e dal 2006 i casi di minacce, intimidazioni e aggressioni sono stati 2.633. L’associazione avverte inoltre che dietro ogni intimidazione documentata ce ne sono almeno altre 10 che restano ignote perché le vittime non hanno avuto la forza di renderle pubbliche.

In questi giorni di dicembre le organizzazioni mondiali dei giornalisti hanno tracciato un quadro allarmante dei pericoli che incontrano i cronisti nello svolgimento del loro lavoro per informare l’opinione pubblica di zone altamente a rischio. Il bilancio è pesante. Sono quattro i giornalisti siriani uccisi. Ahmed Mohamed al- Mousa è stato assassinato da un gruppo di uomini mascherati a Ibid, faceva parte del collettivo chiamato Raqqa is Being Slaughtered Silently ed aveva ricevuto di recente il premio libertà di stampa 2015. Gli altri uccisi dall’Isis sono: Ibrahim Abd al-Qader e Fares Hamadi nella Turchia sud–orientale (ottobre 2015), e Al-Moutaz Bellah Ibrahim ucciso nel maggio. Tutti giovani cronisti in prima linea a descrivere la guerra del proprio Paese e documentare i raid aerei e le conseguenze degli attacchi. Circa 900 giornalisti di tutto il mondo avevano espresso solidarietà al collettivo di Raqqa, città chiave e quartiere generale del cosiddetto Stato islamico.

Secondo un rapporto di “Reporter senza frontiere” 54 giornalisti si trovano in ostaggio nel mondo, tra cui una donna: 18 sono in mano all’Isis mentre la Cina tiene la maglia nera della classifica con 23 reporter dietro le sbarre, seguita a poca distanza dall’Egitto. Secondo un censimento del Comitato per la protezione dei giornalisti, però, la situazione è più grave ed elenca 199 giornalisti ancora in prigione. Non meraviglia poi che il più alto numero di ostaggi sia in Siria. “Siamo molto allarmati dall’aumento dei reporter rapiti - ha osservato il segretario generale dell’associazione Rsf Christophe Deloire - perché il fenomeno è legato soprattutto all’aumento dei sequestri in Yemen dove agiscono i miliziani di Houthi e al Qaeda”.

Mancano nell’elenco anche 8 giornalisti dichiarati dispersi in particolare nelle zone di guerra in Libia. L’allarme deriva anche dal fatto che è diventato sempre più difficile avere informazioni affidabili. I membri turchi dei giornalisti appartenenti al G9 hanno lanciato una campagna di solidarietà nei confronti dei 32 giornalisti che attualmente si trovano in stato di detenzione nel Paese, tra cui figurano Can Dündar e Erdem Gul (direttore e capo redattore dello storico quotidiano “Cumhuriyet”) incarcerati il 26 novembre con l’accusa di spionaggio, divulgazione d’informazioni sensibili e propaganda a favore di organizzazioni terroristiche. L’accusa si basa sulla pubblicazione di immagini relative al passaggio di camion carichi di armi al confine turco-siriano, passaggio che avrebbe invece avuto il placet dei sevizi segreti turchi.