Renzi e…“che s’ha<br />da fa’ pe’ campà”

C’è un detto romano d’assai complesso uso e significato: “Che s’ha da fa’ pe’ campa’”. Si dice così per autocommiserarsi e, al contempo, per giustificare qualche propria “porcata”, come invocazione dell’esimente dello stato di necessità. Ma c’è in fondo a tale espressione anche un appello all’altrui indulgenza, un pizzico di ammissione di essere, sì, andati troppo oltre, di non poterne più di sottostare alla malasorte e, magari, al ricatto.

La storia di Matteo Renzi, della sua ascesa, della convinzione che tanta gente ha espresso sul suo conto e su una più o meno plausibile sua inamovibilità, può essere espressa senza tanti giri di parole, ricorrendo alla sintetica espressività del parlare romanesco: “Che s’ha da fa’ pe’ campa’”. Di fronte alla supponenza dell’ex boy scout, alle piccole e grosse sue baggianate, alle vicende etrusco-bancarie, alle scelte per i più delicati posti del suo ministero, delle ragazzette sistemate in ministeri chiave, ai ricorsi ai voti di fiducia prepotenti, alla “fiducia” rimediata con campagne acquisti e via via di fronte a fatti ed alleggiamenti sempre più antipatici, i giudizi su Renzi, la posizione assunta da una gran parte di quanti l’hanno votato e lo voterebbero, è riassumibile in questo antico, saggio, ma anche ambiguo detto romano.

Il “che s’ha da fa’ pe’ campa’” si estende a molti dei suoi, a quelli, almeno, che la gente si accorge che esistono, che, bene o male, “campano”. Se quel detto non esistesse, se ad un certo punto la gente non volesse più ricorrervi, non so dove andrebbe a cercare sul vocabolario espressioni per definire, che so, Alfano, Verdini, oppure Bersani e molti altri. C’è gente la più diversa che si appella a questo detto per dare un giudizio su Renzi ed il renzismo, oppure per evitare di dare quello che abbastanza chiaramente gli verrebbe per primo sulle labbra.

Sbaglierò, ed in tal caso spero che vorrà perdonarmi anche questo giudizio sul suo conto, tutte le pur brillanti evoluzioni del pensiero di Giuliano Ferrara su Renzi hanno nel sottofondo un conclusivo “ma poi che volete?” “che s’ha da fa’ pe’ campa’?”. Ma, ovviamente, anche l’efficacia “polivalente” dell’espressione romanesca, non arresta il corso della storia né quello dello spirito che ne è il motore. Non perché abbia da variare il numero di coloro che vi ricorrono (le statistiche, del resto, in genere evitano gli interrogativi più interessanti, così nessuno ha mai “rilevato” le percentuali di quanti, su Renzi, risponderebbero “che s’ha da fa’... ecc. ecc.).

Il fatto è che la “polivalenza” dell’espressione romanesca ha consentito e consente un mutamento (che pure le statistiche hanno accuratamente evitato di ricordarsi di investigare) del tono, del significato e della causale per i quali la gente continua più o meno nelle stesse condizioni a ricorrervi.

Vediamo dunque come mi pare stiano le cose. Per un paio d’anni Renzi è riuscito ad imporre la “necessità” della sua presenza a Palazzo Chigi e sulla scena politica italiana presentandosi come l’“uomo delle riforme”. Poiché tutti volevano (e, magari, ancora vogliono) le riforme, sia quelli a cui sta bene che le cose restino come sono che quelli a cui non stanno bene affatto, sia quelli che hanno un’idea su quel che s’abbia da riformare, sia quelli (i più) che non l’hanno per niente, dire “se volete le riforme dovete tenervi anche me” è stato per Renzi un formidabile argomento politico. Per imporre la “necessità” della sua persona, della sua leadership politica, Renzi ha fatto un bellissimo pasticcio di “inevitabili”, “urgenti”, “ultimative” riforme. Soprattutto ha lasciato intendere in fatto che ci erano imposte dallo spread, dai mercati, dall’Onu dall’America, dall’Unione europea, dalla Merkel e dai nostri amici euroscettici e, al contempo, dai nostri nemici. “Riforme, se no ci cacciano dall’Europa”. “Riforme se no qui finisce come in Grecia”. Riforme? Quali? Tutte. Come se al di là delle Alpi ci avessero minacciato catastrofi se non avessimo tirato fuori “il Senato delle autonomie”, cioè il Senato da operetta.

Ma nei giorni scorsi è avvenuto, senza che politologhi, opinionisti ed ologhi di vario genere sottolineassero l’accaduto, un imprevedibile capovolgimento di questa formula del renzismo. Dopo aver fatto digerire sé stesso ed il suo governo anche a stomaci raffinati oltre a quelli abituati ad ingozzare di tutto, Renzi sulla storia delle cosiddette “unioni civili” ha (non c’è alcuna intenzione di giuocare sulle parole) invertito il metodo. Evidentemente ha dovuto prendere atto che agli Italiani far credere che sia necessario, urgente, imprescindibile, ineluttabile etc. etc. “riformare” eterosessualità ed omosessualità, matrimonio, paternità, maternità, adozioni etc. in modo da “assicurare parità” tra i tre o quattro sessi è davvero difficile. Anche, e soprattutto, se anche Bergoglio dice che “lui non si impiccia” e che “non è informato di come stiano le cose”.

Così, invece di ricorrere al solito: se volete la riforma… (insomma quella che piace a Vendola che, a modo suo, la promuove andando in California a cercar uteri in affitto) dovete tenervi anche me, è di fatto (fate bene attenzione) passato ad un’altra posizione (anche qui senza allusioni), ad un altro “ricattino” un po’ diverso. “Se volete che io resti, tenetevi pure questo pasticcio di riforma”. In fondo è un uso un po’ più onesto del “che s’ha da fa’ pe’ campa’”.

Ma, certamente, è (per lui) un giuoco più pericoloso. La minaccia di nuovo genere potrà terrorizzare Alfano, Bersani, Verdini e tutti quelli che, se davvero Renzi se ne andasse, non saprebbero a quale porta andare a battere: “a quale santo votarsi”. Ma se questa alternativa si ponesse agli italiani, se la gente, che comincia a sentire il peso della digestione del “Partito della Nazione” e delle chiacchiere non innocue del premier, cominciasse a vagheggiare la possibilità di “prendere con una fava due piccioni” (modo di dire non dialettale ma di pura lingua italiana), che assai bene si attaglia al caso, Renzi pagherebbe caro il suo troppo frequente ed ottimistico ricorso a certi sciocchi ricatti.