Oltre il Polo, parola di Pinuccio Tatarella

Il Movimento Cinque Stelle vincerà il ballottaggio a Roma e così la gente sarà accontentata nel suo tentativo sempliciotto di dare un calcio alla casta premiando, senza criterio, un branco di perfetti sconosciuti per pura ripicca.

Ma i grillini, si sa, sono come il morbillo: tocca che il Paese si faccia venire queste benedette bolle per scoprire che sarà anche vero che con la febbre non vai a scuola ma, se stai male, non è poi così piacevole restare a casa. Il centrosinistra invece ha sostanzialmente limitato i danni in tutta Italia, tranne qualche singolo episodio locale (Napoli, Bologna e Torino su tutte) nel quale si avverte in maniera lampante la lacerazione interna ad un partito che non esiste più e che tiene abbastanza solo in qualche quartiere bene di Roma, a dimostrazione del fatto che il termine radical chic non è un’invenzione giornalistica.

Il centrodestra dal canto suo sembra un tipico panorama post bomba atomica e, cosa ancor più grave, mostra di non aver imparato la lezione. I dati parlano molto chiaro: il centrodestra unito va sempre al ballottaggio (Milano, Varese, Trieste) mentre il centrodestra dilaniato dalla lotta per la successione a Silvio Berlusconi perde clamorosamente. Più nello specifico, su 24 comuni capoluogo di provincia, il centrodestra va 16 volte al ballottaggio e vince una volta al primo turno. Il centrosinistra conquista 18 ballottaggi e ha vinto al primo turno in tre comuni.

Il Movimento Cinque Stelle sfonda in Sicilia e va al ballottaggio in tre grandi città. Nei 24 comuni capoluogo di provincia, i grillini lambiscono il 10 per cento in 4 comuni, sfiorano il 20 per cento in 11 comuni e solo in 3 comuni superano il 20 per cento mentre negli altri 6 non si sono presentati. Azzardando una media nazionale, i pentastellati sono al 15,5 per cento perdendo addirittura un buon 8 per cento rispetto alle elezioni europee, risultato che è tuttavia mascherato dalla buona performance di Roma.

Se si considerano anche i capoluoghi di Regione, la sfida tra centrodestra e centrosinistra (quella classica) ci sarà per ben 17 volte. Di questi, nei comuni ove è realmente unito ed i candidati sono di spessore, il centrodestra rischia di vincere mentre i tentativi velleitari sul modello della Lega a Bologna sono puri scherzi statistici di poco conto. Questo vuol dire che, dove c’è uno straccio di ragionamento politico, i partiti tengono ed il M5S arranca (come a Milano dove raggiunge un deludente 10 per cento). Ragion per cui i partiti tradizionali non sono morti anche se versano in grandissime difficoltà. Il voto restituisce un quadro in cui, se è vero che Forza Italia cola a picco, è altrettanto vero che resta il primo partito del centrodestra mentre gli altri componenti della coalizione mostrano di non avere la forza necessaria per candidarsi ad essere maggioritari nel Paese o per compiere Opa di alcun genere. Lega e Fratelli d’Italia costituiscono un ottimo argine all’emorragia di voti nel centrodestra, un fronte in grado di sovrapporsi alla tesi su cui si basa la protesta grillina ma pur sempre una compagine candidata a stare eternamente all’opposizione. Arrivare terzi e gioire dicendo di aver quasi vinto è un po’ pochino, perché un blocco che ha come massima aspirazione quello di arrivare secondo non può pretendere di rappresentare la maggioranza degli italiani che non si riconosce nella sinistra e che ha ben altre ambizioni di governo del Paese e non briga per fare battaglie di minoranza. Questa è l’emulazione del modello Le Pen o dell’austriaco Norbert Hofer, i quali arrivano sempre ad un passo dalla vittoria senza avere mai la forza per raggiungerla. A meno che i protagonisti non si rendano conto che la geografia politica si è profondamente modificata ed il bipolarismo, così come eravamo abituati a conoscerlo, non esiste più avendo ceduto il posto al binomio politica – antipolitica in luogo dello schema destra-sinistra. Il tutto causato dall’abbandono del campo da parte dei partiti tradizionali con annessa occupazione dello spazio ad opera del civismo pecoreccio.

Ragion per cui, spenti i riflettori di questa campagna elettorale ed esaurite le frasi di circostanza secondo le quali ciascuno ha vinto ma la colpa della disfatta è delle scelte altrui, la strada per rompere il nuovo paradigma è quella dell’unità sotto le insegne di un unico soggetto politico conservatore che non escluda nessuno e che odori realmente di nuovo. Il Pdl era stata una grande intuizione sprecata dalle diatribe interne per cui, un upgrade del precedente schema potrebbe tornare utile a patto che si impari dagli errori del passato. I contenitori sono involucri inutili se non regalano un sogno in termini programmatici, se non uniscono diverse sensibilità, se non consentono la partecipazione e se non scelgono le classi dirigenti con meccanismi condivisi e con leadership in grado di sintetizzare tutte le diverse posizioni (capito Salvini e Meloni? Non si fanno colpi di mano e giochini sui candidati alle amministrative per imporre la leadership).

D’altronde questo era il sogno di Tatarella che di meccanismi elettorali ci capiva ed aveva intuito che solo andando “oltre il Polo” si poteva avverare il sogno di un grande partito che portasse stabilmente il centrodestra ad essere forza di governo. Il centrodestra invece è tornato indietro come i gamberi e pretende di trasformare la frammentazione in punto di forza inseguendo nicchie ideologiche in un’epoca che è fortemente post-ideologica. La gente ha chiesto per anni unità, un graduale ricambio (senza strappi) ed una nuova prospettiva politica, ricevendo di per contro lacerazioni, una totale assenza di programmi e le solite facce che pretendono di resuscitare simboli che appartengono ormai alla preistoria. Per quanto tempo bisognerà costringerla a votare parvenu come la Raggi per avere la sensazione che qualcosa stia cambiando? A.A.A. contenitore in grado di rappresentare tutti i conservatori cercasi. Astenersi perditempo, prepotenti, furbi, opportunisti, nani, ballerine, cortigiani, unti dal Signore e presuntuosi. Facendo due conti, ciò significa rottamare quasi tutto l’esistente.