Elezioni e sedizioni giudiziarie

Mentre stancamente ci si avvia alla “prova” elettorale (prova di molte cose anche poco confortanti: marchingegni, trappole ecc.) è in corso a Palermo, oramai tra l’indifferenza e la rassegnazione (che davvero non so se non siano più preoccupanti del fatto considerato), quella che, con tutta la buona volontà di non bollare con una definizione che è solo troppo veritiera, deve definirsi la più sfrontata ed indecente sedizione giudiziaria della nostra epoca.

Eh, sì: sedizione giudiziaria è l’unico modo di definire la sostanza di un processo come quello per la cosiddetta “Trattativa”, che, dopo anni di cavolate, di sceneggiate da avanspettacolo, di dispute storiche ed archeologiche, di colpi bassi e grida al vento, di esibizioni di pagliacci in toga ed in borghese, di santificazioni di miserabili e sciocchi depositari di ridicoli segreti, pare volga alla conclusione. Una conclusione che, nella sua inconcludenza, alla quale lo “spirito di corpo” che, pur nel dissenso, circonda le cavolate dei primari golpisti, togati, non mancherà di fornire qualche pezza colorata, qualche cortina fumogena, magari qualche “assoluzione per non aver commesso il fatto” che però non esiste etc. etc.

Nella loro follia, guru, avventurieri, profeti da strapazzo, puntigliosi archeologhi della politica e della giustizia faranno dell’esito di questo processo una delle colonne portanti dei loro dogmi sulla esistenza di perversi poteri occulti che bloccano sempre a metà le battaglie contro il male assoluto, avvolto nelle nebbie di inconfessabili complicità. Certo è che questa tragicomica sedizione giudiziaria un minimo di successo lo ha già avuto e non è da ritenere che qualcuno provi a strapparglielo. E il successo di non essere stata definita subito per quello che è. Già mi è capitato di scrivere molto tempo fa, avendo letto, non senza un certo sollievo di vedere che alla fine la parola di una persona seria e di grande prestigio culturale e scientifico, prendeva di fatto l’argomento, il libretto che Giovanni Fiandaca (in verità con un titolo un po’ strano e in sé fuorviante...) ha dedicato a questo cosiddetto processo. Dopo però averne quasi ultimato la lettura di pagine piene di tagliente ed approfondite critiche all’impianto accusatorio ed alla conduzione del dibattimento, ho cominciato a sentire una certa impressione di vuoto, di inconcludenza.

Come mai, mi sono domandato, un giurista come Fiandaca, mi convince ma non mi soddisfa? Cosa manca in questo libro che pure rappresenta, purtroppo, un gesto di coraggio civile? La conclusione cui sono arrivato, e che oggi ancor più mi sembra inevitabile, è che mancavano... un po’ di parolacce, di doverosi insulti, di espressioni inconsuete nello scritto di un giurista. Perché questo e solo questo merita la grande pagliacciata palermitana. “Sedizione giudiziaria” è in fondo, una sola definizione di compromesso.

Quale che sia l’esito del cosiddetto “Processo della Trattativa” (che pare dovremo aspettare per qualche mese ancora), sarà un esito inconcludente, mancate di quel tanto di chiarezza che dovrebbe distinguere la giustizia ed il modo in cui vanno trattati i gaglioffi. E anche la storiografia, che, nel caso, sembra aver invaso prorompente il campo giudiziario. È, infatti, difficile che i giudici possano assecondare l’intento apertamente eversivo di altri magistrati, di guru, di leccapiedi, di politicastri. Ma la loro pacatezza, se ci sarà, in sé apprezzabile sempre nel fare giustizia, sarà, in questa triste e grottesca storia, anch’essa pericolosamente eversiva.

Intanto il Popolo Italiano avrà votato. E, comunque vadano le cose, il voto sarà castrato dalla sfacciata complicazione preordinata a risultati falsificanti, dalla legge elettorale. Si sarà votato per “moderare”, eludere la volontà popolare (ammesso che sia stato concesso al Popolo di farsene una) così si “farà giustizia”: per fare altro. In tutto la parte dei perdigiorno della giustizia sarà preminente. E pure la bonaria distrazione degli altri.