La  Lega, la nazione e i liberali

La Lega ha riunito davanti al Duomo di Milano la più grande manifestazione della campagna elettorale e Matteo Salvini ha terminato il comizio con un gesto tipico della tradizione americana : un impegno solenne preso sulla costituzione e su un testo sacro. Sembrano i segni della nascita di un grande partito Libertarian anche in Italia, ma da noi sarà possibile? Credo di sì.

I liberali storici del Partito Liberale Italiano, che non rinunciano affatto a una diretta continuità ideale con il Pli di Malagodi, Croce ed Einaudi, in queste elezioni si sono infatti presentati nel centrodestra insieme alla Lega. Non era un’evoluzione scontata e allora vediamo ciò che l’ha resa possibile, riandando ai ricordi di un’attività politica che ho sempre alternato a quella di astrofisico. Dopo il Referendum di Segni sul collegio uninominale, scrissi che la vittoria referendaria avrebbe determinato, inevitabilmente, la creazione di due blocchi, centrodestra e centrosinistra e che, da lì in poi, compito dei referendari sarebbe stato quello di aiutare l’evoluzione del Paese, occidentalizzando la sinistra e costituzionalizzando la destra e, dunque, ognuno di noi, avrebbe dovuto impegnarsi su un versante o l’altro, secondo la sua personale visione e i suoi valori.

Io, da antico liberale malagodiano, che aveva mosso i passi giovanili in politica contro il primo centrosinistra, potevo stare solo a destra. Una destra patriottica, un’alleanza nazionale, convinta dei valori della democrazia, che si aprisse veramente a idee e uomini nuovi e così il centrodestra, anche prima della nascita di Forza Italia, toccò il 48 per cento alle elezioni comunali di Roma. Uomini che provenivano dal centro si misero personalmente in gioco, alleandosi con le due estreme (perché Prodi fece lo stesso a sinistra) per arrivare ad una democrazia compiuta e finalmente reale, perché capace di decidere tra vere alternative. In non molti se ne accorsero, ma, sul piano politico, fu un’operazione nella più pura tradizione giolittiana: coinvolgere, nel governo democratico della Nazione, tutte le forze che ne erano state fin lì escluse. E la cosa funzionò. I nuovi sistemi elettorali, tanto nazionali che locali, portarono ad una maggiore stabilità e, soprattutto, anche ad una maggiore accettazione reciproca (rispetto al dopoguerra, all’epoca di Tambroni o agli anni di piombo), senza più bisogno di consociativismo.

Poi si commise l’enorme errore di abolire il sistema uninominale per tornare a quello proporzionale, che non solo non garantisce la governabilità, ma, nella nuova versione senza preferenze e con liste bloccate, esclude gli elettori nella scelta dei parlamentari e inoltre, con le soglie, vanifica anche l’unico merito del sistema della Prima Repubblica, di garantire la presenza dei piccoli partiti storici. L’Italia si è trovata così con istituzioni inadeguate proprio nel momento di una grave recessione economica internazionale e il malcontento, dilagando, ha spinto molti cittadini al non voto o al ribellismo più cieco e disinformato, col fenomeno del grillismo, che ricorda l’effimero movimento protestatario del comico francese Coluche. La crisi di fiducia, accentuatasi a seguito del fallito tentativo referendario renziano di stravolgere la costituzione, colpisce oggi soprattutto la sinistra di governo, anche perché si è innestata sul fenomeno di rigetto di un’immigrazione illegale africana, che, per velocità e dimensioni, ha assunto quasi le caratteristiche di invasione, senza che la sinistra sapesse reagire, se non con una inaspettata regressione alle origini, con leggi liberticide come la legge Fiano o quella sulla confisca preventiva dei beni, senza processo, dei sospettati di vari reati.

Il centrodestra, che sembra di nuovo godere di un trend positivo, ha visto comunque anche al suo interno gli effetti di una tendenza alla radicalizzazione, con la relativa minore incidenza delle componenti centriste, rispetto alle altre. Soprattutto la Lega, uscita da una crisi che l’aveva ridotta ai minimi termini, si è affermata come soggetto trainante, grazie ad un cambio radicale di prospettiva politica. Quello che era un partito localista, legato in Europa ad altre piccole realtà locali, è diventato un partito a dimensioni e prospettive nazionali, vicino a partiti europei fortemente nazionalisti come il Front National francese, i liberali austriaci, l’Afd e i liberali tedeschi e tanti altri, dall’Olanda all’Ungheria, sviluppando anche rapporti fuori dall’Europa da Putin a Trump. La Lega sta vivendo un processo di crescita e profonda modificazione simile, per ampiezza, a quello che coinvolse l’Msi, solo che nel suo caso non si tratta di costituzionalizzazione, ma di nazionalizzazione, di inserimento permanente nel tessuto di tutto il Paese, destinato a portarla al Governo in una posizione assai diversa da quella del passato.

Un processo che, al vecchio Giolitti, sarebbe certo piaciuto. Molte considerazioni hanno condotto la Lega verso questo approdo. La prima è l’ovvia constatazione che raccogliendo voti solo al Nord si sarebbe sempre condannata ad un ruolo minore di fronte a partiti con maggiore rappresentanza, la seconda che il figlio di italiani di Pantelleria trasferitisi a Trieste, sarà visto e si sentirà, semplicemente triestino (e viceversa), a differenza di un musulmano che, in troppi casi, non vuole affatto integrarsi (se lo facesse davvero sarebbe un ben minore problema), la terza la presa d’atto che il “localismo” realmente difendibile, di fronte alla globalizzazione, è ormai, solo quello nazionale. La Lega, come altri movimenti simili in Europa e nel mondo, ha sempre avuto qualche buona ragione, alla sua origine, nella difesa di un mondo che mantenesse le sue storie e le sue tradizioni, le sue differenze, i suoi linguaggi, le sue architetture, rifiutando una corsa senza fine verso l’uniformizzazione, l’omologazione, la massificazione.

La Lega è sempre stata anche abbastanza immune da venature stataliste, il liberismo, grazie soprattutto a Pagliarini, fu una delle caratteristiche leghiste fin dalle origini. Dove la Lega mancava era nell’ignorare la dimensione nazionale, tanto nella difesa di uno specifico italiano nei confronti delle invasioni extracomunitarie e del globalismo, che nella nostra affermazione all’interno di una Unione europea che è veramente necessaria e che, è bene ricordarlo, fu il sogno di De Gasperi, Adenauer, Schumann, Martino, contro la strenua opposizione delle sinistre comuniste e paracomuniste.

Matteo Salvini non ha solo salvato la Lega da un declino che sembrava inarrestabile, ma, con una classe dirigente nuova, come i Giorgetti, i Centinaio e tanti altri, ha riconciliato la Lega con la Nazione e questo è un suo merito storico di cui tutto il Paese, ma in particolare il centrodestra, dovrebbe essere grato. In Italia poi, l’intelligenza politica di Silvio Berlusconi, pur con molte incertezze e contraddizioni, non ha mai chiuso la porta alle destre radicali (a differenza della Francia, dove la chiusura totale dei gollisti, ha sì determinato la sconfitta di Marine Le Pen, ma anche la loro, aprendo la strada a Macron), per cui una Lega nazionale è utilissima per fermare una sinistra che, peraltro, non è quella liberale di Macron, ma quella insofferente e sbrigativa di Renzi o quella di un post-comunismo di ritorno intollerante e aggressivo, vecchio (e un po’ caricaturale) come il partito di Grasso e Boldrini. Chi scrive è abbastanza neutrale su di un assetto statale federale come in Germania o uniforme come in Francia, l’importante è che il cittadino sia libero e la proprietà garantita, l’economia sia sociale e di mercato e la Nazione efficiente e forte, come in Francia e in Germania. Quando la Lega nacque in molti la guardammo con interesse.

A Roma, la città dove vivo, sembrò per un attimo che dovesse nascere, in una piccola e disadorna sede vicina al Pantheon, la Lega Italia Federale, proiezione nazionale della Lega Nord. Poi, il secessionismo prese il sopravvento e la Lega perse una grande occasione per sé e per il Paese e milioni di italiani non poterono più considerarla. Oggi Salvini ha completato quel progetto ed è un bene per il centrodestra e per la Nazione, perché l’Italia ha bisogno davvero di una cura radicale, liberale e libertaria.  Ma l’Italia tutta, l’Italia unita.