I francesi privatizzano l’acqua pubblica italiana

La politica italiana, dall’Unità d’Italia sino ai giorni nostri, ha sempre cercato di garantire i servizi idrici ai cittadini. Ovviamente ci sono sempre stati i singoli casi d’impegno politico per interessi privati e non per tutelare la cosa pubblica. Ma dalle bonifiche di cavouriana memoria alle opere pubbliche del Fascismo passando per gli acquedotti realizzati dalla Democrazia Cristiana, in Italia nessuno ha mai creduto giusto chiudere il rubinetto, lucrare sull’acqua. Nell’interesse della popolazione è stato fatto e vinto un referendum che conferma l’acqua come bene pubblico. E del resto negli ultimi sessantacinque anni, e grazie ai fondi pubblici della Cassa del Mezzogiorno, sono state realizzate le grandi opere idrauliche che gestiscono un miliardo di metri cubi di acqua l’anno tra Puglia, Molise, Basilicata, Campania, Lazio e Calabria, e con soli 140 dipendenti. Esiste un ente dello Stato dedicato all’acqua (l’Eipli, Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia, istituito con decreto del capo provvisorio dello Stato nel 1947).

Oggi le multinazionali francesi dell’acqua vorrebbero mettere le mani sul sistema idrico italiano, e per lucrarci, chiudendo i rubinetti. Perché ciò avvenga stanno cercando da un lato di acquisire tutte le quote acquedottistiche in mano ai privati (vedasi caso quote Acea della famiglia Caltagirone, ora in mano alla francese Suez) dall’altro prezzolano operatori dell’informazione e alcuni politici per tentare di bollare come inutile l’ente dello Stato dedicato all’acqua. In Italia, fortunatamente, c’è ancora una gestione pubblica pura che permette a tutti i cittadini (anche gli ultimi, i più poveri) di non percepire la siccità, di poter bere e lavarsi.

Gli italiani si sono chiaramente espressi, col referendum del 2011 hanno ribadito che la gestione dell’acqua deve rimanere pubblica. Ma le multinazionali lavorano con canali preferenziali. Così l’allora Premier Mario Monti provvedeva, e con decreto d’urgenza (promulgato dall’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) a porre l’ente pubblico dell’acqua (l’Eipli) tra le strutture pubbliche inutili da liquidare. Infatti, ben sei anni dopo, la legge di bilancio 2018 (fatta dal Governo Gentiloni) ha chiuso l’ente pubblico e ha trasferito le competenze a una non molto chiara società per azioni. Oggi, grazie ad alchimie di bilancio, è stata costruita la posizione debitoria di tutti gli acquedotti verso il disciolto Eipli: manovra utile a dimostrare che ora gli acquedotti sono tutti in debito con una società privata. Quest’ultima ha in seno uomini (consulenti e manager) delle multinazionali idriche francesi: ecco che, dopo la quota ceduta da Caltagirone, la Suez tenta di defenestrare il Comune di Roma da Acea. Parimenti s’allungano le mani francesi (Suez e Veolia) sull’acquedotto pugliese. Privatizzando quest’ultimo (di cui è comproprietaria Acea), le multinazionali metterebbero le mani nelle tasche degli italiani che risiedono nel distretto appenninico centrale e centro-meridionale.

Tra i “seguaci” della privatizzazione dell’acqua c’è Matteo Renzi e il suo scudiero sindaco di Firenze, Dario Nardella. Infatti nel capoluogo toscano sono state introdotte volutamente le tariffe idriche più alte d’Italia, e perché il passo successivo sarebbe privatizzare Publiacqua (azienda di cui i comuni toscani e umbri sono i maggiori azionisti, Firenze è capofila).

Il trucco s’appella come “gestione in house”, che permette ai sindaci di vendere a soggetti privati le aziende idriche, aggirando il referendum e privatizzando così il bene comune: l’acqua. L’Antitrust potrebbe impedire monopoli e concentrazioni azionarie, ma può davvero poco contro le multinazionali francesi dell’acqua che contano sull’appoggio dell’Unione europea e di una miriade d’organismi sovranazionali. I referendum del 2011 hanno confermato come pubbliche le società che gestiscono l’acqua (cosa a parte chi imbottiglia le oligominerali), e che gli enti locali ne sono contemporaneamente proprietari, gestori e controllori. Il referendum sottolineava “la remunerazione del capitale investito dal gestore, fino a un massimo del 7 per cento” e che “non si fanno profitti sull’acqua”, “che gli oneri finanziari derivanti da eventuali prestiti, nonché altri costi, non sono scaricabili sulla tariffa”.

Ma i sindaci come Nardella sono controllori e controllati allo stesso tempo, e poi in tante società più piccole di Acea (o afferenti ad Acea) si sono infilati una miriade di speculatori che stanno vendendo l’acqua degli italiani ai francesi.