Giornalisti in pensione, ingiustizia è fatta

Ingiustizia è fatta. I giornalisti pensionati, circa 6.500, restano discriminati. Prima dal loro Istituto di previdenza (Inpgi) che ha imposto un prelievo forzoso mensile di 3 anni e poi da TAR del Lazio che ha respinto il ricorso di circa 1.220 pensionati. La vicenda inizia quando il 28 settembre 2016 la maggioranza politica che governa l’Istituto decise di varare un provvedimento di riforma con un provvedimento restrittivo e retroattivo nei confronti dei pensionati e non per tutta la categoria, già falcidiata dalla crisi e dai prepensionamenti.

Il ragionamento, sbagliato, portato avanti dalla presidente Marina Macelloni era che l’Inpgi poteva procedere, autonomamente, per via amministrativa e non a seguito di una legge dello Stato, di imporre un prelievo fiscale di solidarietà intergenerazionale. L’importo delle pensioni in atto, compiutamente maturate ed erogate, non potevano essere “incise”, decurtate. Ma niente da fare. Ci si è appellati alla sentenza della Corte Costituzionale che “consente misure urgenti in un quadro di eccezionalità, temporaneità e gradualità”. Era questo il caso dell’Inpgi? I bilanci in rosso ci sono. L’attuale amministrazione ritiene che il deficit registrato per la prima volta nella storia dell’istituto dipenda in gran parte dalla crisi dell’editoria.

Non è solo questa la causa dei bilanci in rosso. Negli ultimi anni ci sono stati errori grossolani negli investimenti, nella gestione del ricchissimo patrimonio immobiliare accumulato negli anni di Cda oculati, è mancato un efficace controllo dei contributi evasi e l’eccessivo ricorso ai prepensionamenti per aziende non in regola. Se le casse dell’Inpgi sono in rosso e dovevano essere varati provvedimenti di risanamento logica vuole che tutti i giornalisti avrebbero dovuto partecipare con prelievo a rimettere a posto i conti. I pensionati avevano già dato nel corso del 2017 circa 30 miliardi alle casse dell’istituto e i giornalisti attivi erano scesi a poco più di 15 mila unità.

Perché allora il provvedimento sul prelievo ha colpito solo i pensionati? N’è l’Inpgi e neppure il Tar del Lazio hanno fornito una risposta esauriente. Le stranezze della sentenza sono molte. C’era stato un precedente sul contributo di solidarietà varato con un atto unilaterale amministrativo, senza forza di legge, da parte della Cassa di previdenza dei dottori commercialisti. I supremi giudici lo bocciarono l’8 gennaio 2015 e a rafforzare le loro tesi c’erano altre 7 sentenze della Corte di Cassazione. Perché il Tar del Lazio non si è attenuto a questo indirizzo? Perché dopo la discussione del 20 febbraio i tre giudici hanno atteso il 20 agosto 2018 per far conoscere la loro decisione di rigetto del ricorso?

Una scelta difficilmente comprensibile. Gli avvocati Alfonso Amoroso e Carlo Guglielmi nel ricorso hanno ricordato il principio fissato dalla Cassazione secondo cui “una volta maturato il diritto alla pensione di anzianità l’ente non può, con atto unilaterale, regolamentare o negoziale, ridurre l’importo adducendo generiche ragioni finanziarie perché lederebbe l’affidamento del pensionato tutelato dall’art. 3 della Costituzione nella consistenza economica del proprio diritto soggettivo”.

Secondo molti giuristi interpellati il Tar del Lazio avrebbe ignorato una costante e unanime giurisprudenza. Per i ricorrenti c’è una palese ingiustizia e una discriminazione che vanno corrette. Non sono certo i pensionati ad aver determinato il rosso dell’istituto mentre il prelievo forzoso condiziona in qualche modo le condizioni di vita di quanti hanno lavorato anni e pagato i contributi. Nessuna meraviglia allora leggere che molti giornalisti pensionati siano fuggiti in Portogallo. La battaglia dei pensionati, iniziata con le prime mille firme raccolte da “Puntoeacapo” va avanti, confidando nel Consiglio di Stato.