La Lega ammazzata da una sentenza

Talvolta le sentenze producono, loro malgrado, situazioni aberranti. E quella odierna della Lega lo è. Francamente non crediamo alle ipotesi di complotto della magistratura per azzoppare l’ascesa di Matteo Salvini. Piuttosto, pensiamo a uno scollamento dalla realtà, a un gap che slega la sostanza dei provvedimenti giudiziari dagli effetti reali che essi inducono. Qualcuno in passato nella Lega si è comportato male facendo un uso illecito di una parte, peraltro modesta, dei rimborsi elettorali erogati dalla Stato e ha truccato un po’ le carte per occultarne le prove. Per i giudici genovesi, corroborati dalla recente pronuncia della Corte di Cassazione, i reati, al momento accertati solo in primo grado a carico del presidente e del tesoriere in carica all’epoca dei fatti contestati, avrebbero provocato un indebito arricchimento al partito. L’ipotesi accusatoria è che, in mancanza dei giochi di prestigio sulla contabilità leghista operati dal tesoriere Francesco Belsito e avallati dal collegio dei revisori dei conti, la Lega, presieduta da Umberto Bossi, non avrebbe ottenuto dallo Stato i contributi pubblici nell’entità in cui li ha ricevuti. Quindi, il partito, e non i singoli imputati, deve restituire tutto. Non solo la quota distratta dagli amministratori infedeli per finalità improprie, ma l’intera somma. Che è gigantesca.

La recente decisione del Tribunale del riesame di Genova autorizza la Procura del capoluogo ligure a porre sotto sequestro preventivo i fondi di cui dispone la Lega. Non solo quelli giacenti nella casse del partito ma anche tutti i futuri proventi che affluiranno sui conti correnti leghisti, a qualsiasi titolo, fino al recupero dell’importo che la Lega deve restituire all’Erario, cioè 49 milioni di euro. Capirete bene che con una mannaia sul capo di tal genere il movimento di Salvini non può andare lontano. Ciò costituirebbe un grave vulnus nel diritto d’espressione della volontà politica del cittadino attraverso l’attività organizzata di un partito. Che, vale ricordarlo, è organismo di rilevanza costituzionale. La legge è legge, ma è declinata nell’interpretazione che ne danno i giudici attraverso le sentenze.

Resta il fatto che un più ampio diritto associativo finalizzato all’espressione del pensiero politico venga colpito da un provvedimento giudiziario. La domanda da porre è: cosa deve considerarsi prevalente, l’esecuzione di una sentenza o il diritto del cittadino a essere rappresentato da un partito politico? Ma non ai giudici e neppure ai politici. Essa va rivolta alla coscienza collettiva perché è da quella dimensione che emerge il sentimento profondo di un popolo. L’intero impianto comunitario nasce e si fonda sul “pactum societatis” il quale non è un dogma immutabile. Deve comunque rinnovarsi la volontà dei cittadini di aderirvi mostrando il convincimento, di natura psicologica, di riconoscersi nelle regole fissate nell’ordinamento giuridico. Il rischio che la sentenza ammazza-Lega può generare sta proprio nell’induzione a negare l’assetto costituzionale d’impronta liberale a favore di forme di governo diverse da quella ammessa dalla Costituzione vigente.

Quando Salvini dice dei giudici: “facciano pure, io vado avanti perché la gente è con noi”, a cosa allude? Che si può fare a meno della logica della separazione dei Poteri, caratteristica di uno Stato d’impianto liberale? E se non questa quale forma di governo e quale assetto statuale si ritengono praticabili? Se fosse per “l’utopia” di Davide Casaleggio la migliore forma di governo di una nazione sarebbe di non avere alcun governo e al suo posto lasciare ai cittadini la facoltà di gestirsi da soli attraverso gli strumenti di condivisione della volontà garantiti dalle reti informatiche. Ma siamo troppo in là con la fantasia. Più pragmaticamente a Matteo Salvini e al gruppo dirigente della Lega 2.0 serve qualcosa di più spiccio e immediato per cavarsi dai guai. Serve di fare un nuovo partito che tagli i ponti, e le pendenze giudiziarie, con il passato. Non sarà elegante, non sarà nobile ma è pratico. E poi permetterebbe al “Capitano” di portare a casa un doppio risultato. Oltre a scrollarsi di dosso giudici e debiti pregressi, Salvini si libererebbe di colpo dell’ingombrante presenza nel suo Movimento dei vetero-leghisti rimasti fermi al mito della Padania indipendente. È da tempo che di suo, il Capitano, avrebbe voluto dare una bella spallata al Carroccio per mandarlo a schiantarsi in un burrone. Non ha potuto perché la sua gente non avrebbe capito.

Oggi, grazie alla discutibile azione dei magistrati il capo leghista potrà rivolgere ai suoi militanti, soprattutto a quelli della prima ora bossiana, il seguente discorsetto: “Fratelli miei, delle valli alpine e delle terre della Bassa padana, lombardi, veneti della Liga. Non avremmo voluto, ma siamo costretti a fare il funerale celtico alla fu Lega Nord. Facciamo una pira e mettiamoci su il carroccio, la statua di Alberto da Giussano, il giuramento di Pontida, le ampolle con la sacra acqua del Dio Po, gli elmi con le corna, le bandiere verdi con il sole delle Alpi e l’effige di Umberto Bossi che già di suo sembra un morto che cammina, insieme a tutto quanto possa ricollegarci al passato. E facciamo un bel falò. Poi torneremo alle nostre case non più padane ricordandoci che domani è un altro giorno”.

Quindi, la caparbietà tetragona mostrata dai giudici potrebbe non dispiacere del tutto al capo leghista. Ma ciò non risolve il problema che la sentenza ammazza-Lega ha generato. E che si condensa in quella domanda che va al cuore dell’essenza di uno Stato costituzionale a base liberale: può una sentenza, benché formalmente legittima, interferire nel processo democratico di aggregazione del consenso politico? La risposta potrebbe anche non riguardare Salvini, ma a noi interessa. Eccome.