Sovranismo e realismo

Il presidente uscente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha recentemente asserito che “un Paese perde la sua sovranità se ha un debito troppo alto. Perché, a quel punto, sono i mercati che decidono”.

Lapalissiano. Noi italiani, che abbiamo un colossale debito pubblico - ereditato e inestinguibile (paragonabile a quello nipponico, solo che quella montagna se la ricomprano i giapponesi) - di tal guisa, non possiamo che essere sottomessi alle logiche della domanda e dell’offerta di titoli di Stato: con un vincolo in più, che - a ben vedere - potrebbe pure essere la nostra fortuna. Quello di detenere, nei nostri portafogli, una valuta fortemente stabile, che è la stessa che hanno nella tasca dei tedeschi e dei francesi, tanto per citare alcune popolazioni europee. Il che vuol dire che pure loro possono “mettere il becco” sulle vicende di casa nostra : ad esempio sul livello della nostra spesa pubblica, laddove non siamo più eticamente in condizione di poter praticare - da incoscienti monelli - il nostro allargamento deficitario come ci pare e piace. Dobbiamo rispettare gli impegni presi dai nostri genitori, non importa se fossero belli o brutti, ma loro rappresentavano l’Italia in quel momento.

“Ah, quando c’era la Lira...”, è il mantra che si sente ripetere a ogni piè sospinto dagli ignoranti (nel senso di non conoscenti) sovranisti, usi a prendere del passato solo quello che fa a loro più comodo; dimenticando - o non avendole affatto studiate - le vicende che ci hanno introdotti in un mondo parsimonioso che non ci gradiva affatto quali comproprietari. In più, con un prelievo forzoso dai nostri conti correnti bancari; un prestito poi restituito ma - per intanto - in molti si erano fatti prestare il denaro da strozzini, pure bancari, che - quasi fossero sparvieri - volteggiavano sopra le teste degli onesti cittadini. Inoltre è stato valutato un “peso” della nostra valuta ben più “light” del suo reale valore, se non altro rapportandolo alla massa aurea che deteniamo nei forzieri sparsi per il globo.

Se a tutto questo aggiungiamo, in primis, la rapidità dei nostri commercianti nel ricalibrare “in alto” i prezzi dei prodotti e la crisi che poi fece scoppiare il bluff finanziario statunitense, abbiamo il quadro completo della scoppola da cui non ci siamo ancora risollevati. Tuttavia l’ignoranza (nel senso di non conoscenza, beninteso) sovranista non è affatto defunta: si è semplicemente adattata al nuovo ambiente in cui prospera. In un sistema parlamentare che, per fortuna, i nostri Padri costituenti, dopo l’esperienza mussoliniana, hanno diluito entro una ripartizione democratica dei poteri che non affida (tranne che al Presidente della Repubblica) ad alcuno la possibilità di dire: “l’Italia sono io”.