Niente e così sia

Dall’orlo di una crisi all’altra, da una polemica alla successiva, da una guerra alla prossima, un tormentone di governo estenuante, che è sempre uguale, che non cambia niente e così sia, come il libro della grandissima Oriana Fallaci.

Nel mentre il Paese arranca, rallenta, si ripiega, la produzione stagna, i consumi arretrano e la gente è sfiduciata è stanca di annunci trionfali e di promesse elettorali. Ecco perché viene la rabbia a sentire il premier Giuseppe Conte ed i suoi vice parlare di tasse, di shock, di rivoluzione fiscale, senza fare niente, anzi il contrario. Tanto è vero che i comuni aumenteranno l’Imu, la fattura elettronica imperversa, il carico fiscale è salito, lo spionaggio bancario è partito, la riscossione resta una persecuzione, nulla è cambiato. Eppure governano da un anno se avessero voluto fare anziché parlare qualcosa di serio si sarebbe visto eccome. Che l’Italia sia ossessionata dal fisco è arcinoto, un Paese intimidito e asfissiato dalla qualità e dalla quantità, di imposte, contributi e tasse.

Come se non bastasse, siamo vittime di un sistema di accertamento e riscossione da polizia, dalla presunzione di colpevolezza, alle multe, alle sanzioni degne di una sorta d’usura. Per non dire del confronto fra stato e contribuente, che fa strame del diritto. È incredibile infatti come negli ultimi 20 anni in materia fiscale si sia proceduto per un verso ad un aumento complessivo della pressione, per l’altro all’emanazione di leggi soffocanti i diritti dei contribuenti, Equitalia docet.

Siamo insomma un unicum fiscale da sfiorare la rivolta, eppure i vice premier che parlano adesso, l’anno scorso dove stavano? Perché al posto delle idiozie politiche del reddito e di quota 100, non hanno chiuso per davvero Equitalia? Perché non hanno eliminato il sistema di multe, di sanzioni, il recupero persecutorio, la follia dei calcoli, degli acconti, delle anticipazioni, delle sovrapposizioni locali ingarbugliate? Sia chiaro, la lotta all’evasione è sacrosanta, ma da qui alla tortura burocratica, alla soccombenza dei diritti, all’espropriazione anticipata, ce ne corre eccome, anzi peggiora. Tanto è vero che in Italia c’è una guerra permanente fra cittadini e amministrazione, la rincorsa alla scappatoia, la delocalizzazione, la fuga dai confini, la fiera dell’elusione, si tratta di reazione, della risposta socioeconomica ad un sistema insopportabile e sbagliato.

Qui non si tratta solo della causa e dell’effetto, si tratta di capire che la lotta vera all’evasione inizia con la semplificazione, l’equità, la comprensione, il ribaltamento del sistema di gestione e riscossione.

Il primo shock fiscale che servirebbe è il recupero del rapporto fra tasse e imprese, tasse e cittadini. Fra amministrazione e contribuenti che si è andato imbarbarendo governo dopo governo.

Parliamo di file estenuanti, ricorrenti, di incontri impossibili per giustificare dopo che ci si è visti accusare, di montagne di carte da tenere, di paura di un calcolo sbagliato, oppure di un pagamento non effettuato. Parliamo di una sorte che raddoppia fra multa, sanzione, interessi e costi, parliamo di cartelle pazze che pazzi fanno diventare i destinatari, parliamo di un confronto dove paga e soccombe il cittadino anche quando non dovrebbe affatto Ecco perché Di Maio, Salvini e Conte, oltreché parlare di flat tax, dovrebbero fare mea culpa, sul tempo e le risorse perse in un anno per fare poco e male, anziché risolvere perbene la guerra fiscale. Col fisco giusto, semplice e comprensivo, col ripristino di un rapporto civile equilibrato, si darebbe una grossa spinta all’economia, date retta, altroché niente e così sia.