Il Paese dei buoni propositi

Molto bello annunciare provvedimenti a favore di questo o di quello. Molto bello annunciare che saremo accanto alle aziende, agli imprenditori, ai lavoratori. Molto bello davvero, tutto molto bello. Ma chi paga? Vedremo rapidamente che a pagare sono sempre gli stessi, sono sempre quelle imprese anche molto piccole, quei professionisti, lavoratori autonomi, Partite Iva che hanno sempre pagato o che a volte non sono riusciti a pagare per mancanza di disponibilità! Non stiamo parlando degli evasori “totali” o di quelli “seriali”, cioè quelli che non hanno mai pagato e mai pagheranno perché si rifiutano concettualmente di essere parte di uno Stato. Stiamo parlando di quelli che hanno tenuto testa alla globalizzazione, ai grandi gruppi egemoni del mercato, alla grande distribuzione, al fisco cieco e vile con i grandi ma cattivo estremamente cattivo con i piccoli, ai politici incapaci o corrotti, ai poltronari di ogni colore e specie.

Qualcuno avrà da obiettare che non è così, che non è vero, dirà che ci penserà lo Stato! Sì, lo Stato, magari chiedendo di intervenire al Mes o ad altre istituzioni europee o mondiali, senza spiegare però che ciò non può avvenire senza poi dover rendere conto a quelle stesse istituzioni, rinunciando magari ad un altro po’ di sovranità o peggio ai propri risparmi. Ma torniamo all’inizio. Non vogliamo scrivere solo ciò che potrebbe sembrare un’opinione di parte o la folle immaginazione di chi vede le cosa dal punto di osservazione di chi è schierato da una precisa parte politica. Vogliamo riferire di fatti concreti che dovrebbero portarvi alle nostre stesse conclusioni. Secondo voi perché un’impresa chiede la cassa integrazione? Per fare un favore a qualcuno o per difendersi da un momento di grave difficoltà? Se non ho i soldi per andare avanti, se ormai da una vita mando avanti l’azienda con mille equilibrismi, avrò anche i soldi per pagare la cassa integrazione ai dipendenti anticipandola ovvero pagandogliela di tasca?

Noi crediamo di no, ma i sindacati la pensano diversamente e come sempre, se da un lato chiedono di entrare in azienda come avviene in Germania partecipando alle scelte in Cda, speriamo volendosi assumere anche la responsabilità di tali scelte, dall’altro in Italia continuano a stare dalla parte privilegiata fermi nel loro “mondo di frutta candita”. Infatti, già si stanno rifiutando di firmare gli accordi sindacali per porre i dipendenti in cassa integrazione a quelle aziende che non possono, non perché non vogliono, anticipare il trattamento anziché attendere il pagamento diretto dell’Inps perché versano in gravi difficoltà. Certamente aziende di grandi dimensioni e con un bel bilancio potranno permettersi di pagare in regime di cassa integrazione sia le ferie, i permessi e poi infine anticipare il trattamento retributivo sostituendosi in via provvisoria all’Inps.

Ma di queste aziende ci interessa poco perché sono spesso quelle che hanno cavalcato quella globalizzazione infausta che ha tagliato le gambe a parecchi comparti dell’artigianato e del mondo dei subfornitori. Ci interessa che la manifattura artigianale italiana resti in vita, anzi venga di nuovo valorizzata, riportando poi in Italia produzioni e ricchezza. Ci interessa capire se il comportamento dei sindacati non sia quasi configurabile come un “reato” ad esempio un ricatto o una tentata estorsione. Chissà, qualche bravo giurista potrebbe dare una risposta. In fondo, le aziende devono salvare sé stesse e lo Stato deve salvare il lavoro e quindi le aziende. Lo Stato deve salvare quel lavoro che è fondamento della Costituzione. Articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Non vorremmo che venisse tradotto in: “l’Italia è una Repubblica fondata sullo scaricabarile”.