Luana de Francisco, giornalista del Messaggero Veneto, ha pubblicato nel 2020 Crimini a Nord-Est per Laterza e nel 2015 Mafia a Nord-Est. Luana sta al nord-est come Plinio a Pompei, analizza e raccoglie, senza polemica riporta dati e circostanze. L’intervista scaturisce da Crimini a Nord-Est, che ha scritto a quattro mani col giornalista e saggista Ugo Dinello: lungo sodalizio letterario quello tra Luana ed Ugo, iniziato con Crimini a Nord-Est (scritto insieme a Giampiero Rossi). Ma veniamo ai fatti, per capire se il Veneto sia effettivamente tornato a prima dell’effetto locomotiva. Sarebbe corretto credere che Friuli e Veneto siano ripiombati economicamente nei primi anni ‘50, in quello scenario che li vide migranti come nel 1918? No, il Veneto e Friuli continuano ad avere fondamentali economici buoni e soprattutto “liquidi”, capaci cioè di sfruttare il modello basato su piccola e piccolissima impresa diffusa per adeguarsi ai mutamenti di mercato e soprattutto di accettare come naturale il concetto di “rischio d’impresa”. Non a caso il continuo adeguamento di mercati e l’elasticità produttiva e dell’organizzazione del lavoro sono una caratteristica quasi identitaria dell’imprenditorialità a Nord-Est.

Nel 1918 la società veneta e quella friulana erano principalmente contadine e buona parte dell’areale agricolo era stato o devastato dalla guerra oppure aveva risentito della mancanza di manodopera maschile. La fine della economia di guerra e la conseguente sovrapproduzione agricola aveva provocato un crollo del reddito per ettaro tale da spingere molte famiglie a cercare fortuna altrove. L’attuale grave crisi post-pandemica ha visto invece un crollo degli ordinativi per una serie di settori, come ad esempio quello dell’automotive, in cui il Veneto è leader per la componentistica, settori che però hanno già trasformato il proprio organigramma limitando il numero di outplacement e reindirizzando le risorse verso ricerca e sviluppo. Altra cosa invece per il terziario, in particolare il settore dei servizi e del turismo. Qui il calo ha riguardato un settore a bassa specializzazione, composto in buona parte da manodopera straniera e dove la componente locale, maggiormente specializzata, ha ripreso a lavorare il 3 giugno. Basti pensare che attualmente oltre l’84 per cento degli hotel di una località a forte stagionalità come Jesolo, ha riaperto e ha già sfiorato il tutto esaurito in due occasioni.

Il settore primario e in particolare quello agricolo, sono invece settori che hanno visto aumentare il fatturato già nel periodo di lockdown a causa della maggiore richiesta nel settore food da parte della grande distribuzione organizzata. Chi ha risentito della crisi è il settore della pesca, che però, secondo i parametri europei, è già sovradimensionato. Quella cui stiamo assistendo non è dunque una crisi strutturale del sistema produttivo del Nord-Est, ma una crisi mondiale, che si spera passeggera, e che a Nord-Est, grazie a una struttura “micro”, potrebbe avere meno strascichi che nel resto d’Italia. Locomotiva Nord-Est fermata da mafia o prima da burocrazia e fisco inadeguati al sistema impresa? Non crediamo che la locomotiva Nord-Est venga fermata dalla burocrazia, che anzi ha garantito una serie di aiuti talvolta fuori dal comune. Basti pensare ai 165 milioni di euro messi a disposizione il mese scorso dalla Regione Veneto e dallo Stato per le aziende agricole regionali. Nemmeno il Fisco, cioè l’apparato che assicura il rispetto del principio costituzionale della progressività d’imposta, è stato un grande problema tecnico per l’impresa Nord-Est, quanto più un problema sollevato da alcuni settori della politica. La dimostrazione sta nel mare di nero, cioè autoriciclaggio, che caratterizza il Nord-Est e che è il carburante che ha portato qui le imprese criminali. Quando Mario Crisci, a capo della società finanziaria Aspide, collegata alla camorra casalese, fu interrogato dai giudici di Padova sul perché avesse aperto proprio in Veneto, la risposta fu: “Perché qui il tessuto economico non è così onesto, sono più disonesti di noi”.

Il vero pericolo in questo momento è invece la presenza delle imprese criminali che posso fare “sparire” ampie fette dell’imprenditoria veneta. Questo, ad esempio, prendendone possesso in un momento di crisi che, seppure mondiale e scaturita da fattori eso-economici, abbiamo già definito grave. Ma vale la pena di notare come in questo momento le organizzazioni criminali italiane stanno attuando una campagna acquisti che non si muove più sulle basi della convenienza economica a breve termine, sull’esempio delle aziende “cartiere”, ma si sta muovendo invece su una scelta di filiera, dettata cioè da raffinati studi di settore che possono essere stati compiuti solo da affermati professionisti del luogo. Il fatto che lo studio sull’economia criminale compiuto dall’équipe dell’Università di Padova guidata dal prorettore Antonio Parbonetti abbia dimostrato come nel Nord Italia la confisca di un’impresa legata alla criminalità organizzata faccia aumentare del 20 per cento il Pil del Comune che la ospita dimostra anche come le imprese mafiose portino a due risultati: la concorrenza sleale di tali imprese nei confronti degli imprenditori dello stesso settore e l’impoverimento di intere zone, con un impatto pari a un quinto (!) della ricchezza diffusa. Questo dovrebbe fare tremare i polsi di amministratori e imprenditori motivandoli a una reazione rapida, visto il pericolo di reale stravolgimento del modello economico che ha fatto la fortuna del Nord-Est Ma finora non vi sono stati segnali in questo senso.

Dieci anni fa, dinnanzi alla fiera di Padova, tir tedeschi ed austriaci portavano via a prezzo vile le collezioni di auto e opere d’arte degli imprenditori finiti in miseria. Il resto lo prendevano le banche con i pignoramenti. Cinque anni fa tutti i capannoni scoperchiati per non pagare l’Imu. La mafia ha trovato terreno fertile?

La crisi seguita alla bolla immobiliare e assicurativa americana del 2008 ha portato alla chiusura di alcune imprese, molte delle quali non avevano i fondamentali per reggere a una crisi, che ricordiamo fa parte della quota aleatoria di ogni tipo d’investimento, sia finanziario che produttivo. La dimostrazione che questa crisi non ha inciso in modo, non solo significativo ma nemmeno parziale, sulla struttura sociale ed economica del Nord-Est, sta nel mancato crollo dei valori immobiliari, che anzi in alcune località hanno mantenuto l’identico trend degli anni precedenti, e soprattutto del prezzo dei capannoni, un segmento che aveva visto una produzione immobiliare fuori da ogni logica di mercato: basti pensare secondo il rapporto regionale del 2017 in Veneto esistono oltre 92 mila capannoni industriali, pari all’8 per cento di tutte le volumetrie esistenti nella Regione. Se questa crisi fosse reale il prezzo al metro quadro dei capannoni sarebbe dunque crollato. Eppure dal Rapporto immobiliare annuale dell’Osservatorio del mercato immobiliare edito dall’Agenzia dell’Entrate risulta infatti che il numero di transazioni normalizzate (Ntn) era pari a 2.294 nel 2006 contro 1.363 del 2016 e i 1.718 del 2017 (decremento 2006-2017 pari a -28 per cento). Ma questo trend in calo può essere ricondotto prima di tutto alle caratteristiche di obsolescenza degli immobili industriali sul mercato (dei 10.660 capannoni sfitti quelli in condizioni “da abbattere” risultano essere il 43 per cento) e soprattutto al prezzo d’offerta che viene ritenuto dal mercato probabilmente troppo elevato. Infatti, il valore medio di un capannone in Veneto nell’ultimo decennio, non ha avuto sensibili decrementi, ma una leggera flessione di circa -4,8 punti percentuali, con un valore medio di 500 euro al metro quadro del 2008 contro i 476 euro al metro quadro del 2018. Dimostrazione questa che i capannoni non vengono affittati alle mafie e da queste trasformati in discariche abusive per disperazione, ma per mero vantaggio economico, quasi un co-interesse.

La criminalizzazione degli imprenditori del nordest, spacciati come evasori fiscali, ha dato la botta politica al sistema. Autolesionismo o malafede?

Premesso che è sempre sbagliato fare di tutte le erbe un fascio e premesso anche che rifuggiamo dai luoghi comuni, è un fatto che il Nord-Est si collochi in cima alle classifiche quanto a reati tributari e societari e quanto a numero di segnalazioni di operazioni sospette per numero di abitanti. Tutte cose che la politica, in genere, cerca piuttosto di tenere sotto traccia e non certo di esaltare, complice anche la convenienza di un dialogo con le categorie economiche considerate da sempre preziosi bacini elettorali. A parlare, semmai, sono le aule dei tribunali e quelle delle commissioni tributarie, sempre più affollate di procedimenti a carico di imprenditori inadempienti nei confronti del Fisco. E a testimoniarlo, alla lunga, sono anche le ricadute sul territorio, per quanto meno immediatamente riscontrabili. L’evasione fiscale, e cioè la disponibilità di grandi quantità di “nero”, favorisce l’arrivo della criminalità organizzata, la sola in grado di gestire capitali invisibili attraverso investimenti rapidi e convenienti. Non è un caso se in una delle sue ultime relazione, l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, disse che la ‘ndrangheta, ormai, parla il dialetto veneto “perché si avvale della complicità di persone che vivono lì e che non necessariamente appartengono alla malavita”. La “botta politica”, allora, dovrebbe essere quella del legislatore: più controlli mirati e più severità di pene a chi, professionisti e imprenditori, omette di segnalare casi sospetti.