Sanità e pregiudizi, la politica in corsia

Conoscete il “Comma 22”? Si tratta in realtà di una versione romanzata del teorema di Murphy: “Per quanto sia improbabile che accada un certo evento, tuttavia, per la legge dei grandi numeri questo finirà molto probabilmente per verificarsi”. Da qui prende lo spunto il romanzo omonimo, citando un fantomatico regolamento per piloti di guerra, che al Comma 22 recita pressappoco così: “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”. Un capolavoro di logica, insomma. Ebbene, anche il New York Times International (Nyti), che pubblica nella sua edizione del 23 novembre un articolo dal titolo “How pandemic fed on profit (“Come la pandemia avvantaggia il profitto”), sembra ricadere nel teorema di Murphy, dicendoci come in realtà l’eccellenza sanitaria lombarda sia in realtà un disastro. Il che, come dice la citata teoria, potrebbe benissimo avverarsi. Ma qui, purtroppo, l’assunto sa molto poco di scienza e moltissimo di politica sanitaria analizzata (faziosamente) con il monocolo di Polifemo. Questo perché, se ci si concentra esclusivamente sulla sanità lombarda, come fanno gli autori Peter Godman e Gaia Pianigiani, viene a mancare in assoluto la visione dall’alto, per un confronto oggettivo e trasparente con le altre diciannove realtà regionali italiane. Per cui la sensazione sgradevole è che si tratti di una incresciosa e faziosa politica in corsia, che rinuncia alla grande tradizione super partes del giornalismo anglosassone. Ma tant’è.

Nello specifico, la pandemia si è rivelata devastante per la Lombardia, a causa delle scelte fatte a partire dalla seconda metà degli anni Novanta e confermate poi nelle gestioni successive, fino a quella attuale, quando nel 1995 la giunta regionale della Lombardia, presieduta Roberto Formigoni, adottò una legislazione ad hoc per lo sviluppo della sanità privata convenzionata con il pubblico, in cui la Regione si sarebbe impegnata a ripianare praticamente a piè di lista i costi relativi, facendo così salire vertiginosamente negli anni i profitti degli imprenditori sanitari privati. Tale scelta, che in origine aveva la sua ratio, ha sì prodotto una sanità di assoluta eccellenza a livello mondiale per specializzazioni ospedaliere di nicchia (in particolare, Oncologia e Cardiochirurgia), ma ha drammaticamente impoverito e sguarnito contestualmente tutto il circuito della sanità territoriale della medicina generale e di base. Per focalizzare meglio il problema, il quotidiano newyorkese cita le dichiarazioni del neonatologo milanese, dottor Michele Usuelli, consigliere regionale della Lombardia per il gruppo di centrosinistra Più Europa, secondo cui “le specializzazioni come prevenzione e igiene, sanità di base, lungodegenze, malattie infettive ed epidemiologia sono state considerate (dagli imprenditori sanitari privati, ndt) alla stregua di asset non strategici”, per cui la Lombardia ha un sistema sanitario “molto ben preparato per il trattamento di malattie assai complesse, ma assolutamente inadatto a combattere contro un evento pandemico” come quello attuale.

Per evitare l’accusa di parzialità, Nyti si rifugia in corner osservando che sì, anche in altri Paesi occidentali a reddito medio elevato, come Gran Bretagna e Stati Uniti, l’organizzazione sanitaria nazionale non ha di certo fatto meglio dell’Italia, avendo clamorosamente fallito nel tentativo di immunizzare i propri cittadini dalla pandemia. Tuttavia, in Lombardia come nel resto del nostro Paese, la mortalità per milione di abitanti si è rivelata tra le più alte del mondo (con 50mila decessi dall’inizio della pandemia) e ciò, effettivamente, esige una qualche risposta. Per Milano e dintorni, il quotidiano americano individua nella corruzione dilagante il vero problema, sorto con la privatizzazione della sanità pubblica regionale. Più precisamente, sono venuti a mancare in parte o del tutto i controlli sul do-ut-des, ovvero: i responsabili politico-amministrativi della sanità regionale degli ultimi venticinque anni non hanno svolto correttamente il loro mestiere di controllori, pretendendo che gli imprenditori privati delle cliniche sanitarie e ospedaliere fornissero in parallelo i servizi accessori richiesti, facendosi carico, ad esempio, dell’assistenza geriatrica. Invece, al contrario, è stato concesso loro di aprire tutto ciò che avessero voluto in tema di strutture sanitarie, caricandone i relativi costi sul sistema regionale, senza pretendere in cambio il loro pieno coinvolgimento e responsabilizzazione nella conduzione sociosanitaria del territorio.

Uno dei sensori di questo tipo di scelta fallimentare è dato dall’affluenza alle specializzazioni mediche. Nel 2016, ad esempio, in Lombardia soltanto 90 specializzandi (il loro numero è un po’ aumentato negli ultimi anni, ma ancora del tutto insufficiente per far fronte al turn-over) hanno scelto medicina generale, necessaria per svolgere l’attività di medico di famiglia, ricevendo una borsa di studio di 11mila euro/anno, contro più del doppio di un loro collega di Cardiologia e di Oncologia. Per di più, a partire dal 2015, con legge regionale si è deciso di centralizzare nei reparti ospedalieri malattie croniche come l’ipertensione, sottraendo così importanti competenze ai medici di base, con pazienti che, non seguiti regolarmente e sistematicamente sul territorio, sviluppano poi fasi acute della malattia che necessitano di ricovero urgente. In questo caso, nota Nyti, la Regione Veneto ha fatto decisamente meglio con il suo sistema sanitario di prossimità (più oneroso ma ben più efficace), in cui medici di famiglia e infermieri svolgono visite a domicilio privilegiando la prevenzione, piuttosto che il ricovero.

Ecco: se la famigerata riforma del Titolo V fosse stata solo un po’ più razionale, oggi il ministero della Salute avrebbe potuto operare un sano e severo benchmarking, sanzionando finanziariamente gli Enti regionali e le loro Amministrazioni che non avessero rispettato gli standard di qualità e i livelli ottimali di prestazione, fissati e aggiornati con legge nazionale valida erga omnes. Tuttavia, la mossa davvero vincente è di ridurre a poche unità, con atto normativo, gli innumerevoli centri di spesa sanitaria esistenti, centralizzando poi l’intera ristrutturazione della sanità territoriale sulla base dei progetti finanziati con il Recovery fund e, quando sarà, con il Mes. Altrimenti, vincerà il Coronavirus!