Mes, il Governo rischia la crisi

Da una parte Giuseppe Conte, che afferma di non temere il voto sul Mes. Dall’altra Beppe Grillo, che nota: “Il Mes? Uno strumento non solo inadatto ma anche del tutto inutile”. Nel mezzo chi cerca di ricucire i fili per ricucire lo strappo all’interno della compagine di Governo. Ieri sera 150 parlamentari del M5S si sono riuniti per fare il punto della situazione e per parlare della riforma, in attesa delle comunicazioni in Aula di Conte, attese per il 9 dicembre. Ma ci sono le parole di Grillo, che sul proprio blog ha pubblicato tutto un ragionamento – dal titolo La Mes è finita – dove evidenzia: “Incaponirsi sull’assurda discussione sui fondi del Mes, che vengono descritti come la panacea di tutti i mali, è una mera perdita di tempo ed energie. I soldi del meccanismo europeo, è giusto ricordare che (convenienti o meno) sempre debito sono. Un debito che ormai ammonta a oltre 150 miliardi e che, prima o poi, dovrà essere ripagato dalle vere vittime morali di tutta questa storia. I giovani e le nuove generazioni”. Intanto il capo politico dei pentastellati, Vito Crimi, in Assemblea dice: “La riforma del Mes non ci piace, certo, ma ho detto che non faremo ostruzionismo se tutti gli altri Paesi europei stanno andando in quella direzione e sono quegli stessi Stati con cui ci troviamo a giocare una partita molto più complessa per il futuro dell’Unione europea, una partita per arrivare a una visione più ampia”.

Secondo Matteo Renzi il voto parlamentare sul Salva-Stati non riserverà sorprese, ma in caso contrario, “è naturale che Giuseppe Conte si dovrebbe dimettere”. Quello del rimpasto per il leader di Italia Viva è invece un “tema chiuso” dopo l’aver “sentito il premier dire, nel giorno in cui abbiamo avuto mille morti, che lui dispone dei migliori ministri. Io ne prendo atto”. Quanto alla durata del governo fino al 2023, “se questa è la squadra non ci giurerei”.

“Abbiamo fatto un Governo per dire no agli anti-europeisti e in nome di una svolta europeista osserva Renzi Se prevalesse un orientamento opposto, in altre parole se il Governo andasse sotto su una questione come quella, è naturale che il presidente del Consiglio si dovrebbe dimettere” ma “penso e credo che il Movimento Cinque stelle non impallinerà Conte in Parlamento”.

E Giuseppe Conte? In una intervista a la Repubblica assicura “non temo il voto sul Mes” dal momento che il voto non sarà sull’attivazione dei Salva-Stati bensì “su alcune sue modifiche che, grazie anche al contributo dell’Italia, sono servite a migliorare un meccanismo già esistente dal 2012” mentre su ipotesi di rimpasti tira dritto (“dovete uscire allo scoperto e chiedere cosa volete”). Poi in tema di Recovery fund viene annunciato che lunedì, con i ministri, se ne approverà il budget “con tutti gli appostamenti” e “approfondiremo anche la sessantina di progetti che hanno superato il vaglio preliminare e che sono ormai in dirittura finale. Li raggrupperemo in 17 clusters”. Il tutto dovrà esprimere “una chiara visione del Paese” in cui saranno indicate le “carenze strutturali del Paese” che dovranno essere superate. Sempre lunedì “approveremo anche la struttura di governance con coordinamento presso la presidenza del Consiglio”. A tal proposito, ci sarà “un comitato ristretto deputato a vigilare con costanza tutta la fase attuativa. Ne faremo parte io, il ministro dell’Economia e il ministro dello Sviluppo economico”. Circa l’attuazione, la supervisione tecnica “sarà affidata a una struttura composta da sei manager, assistiti da uno staff dotato delle necessarie competenze professionali”. E ancora i progetti, che “saranno centralizzati, altri avranno una dimensione capillare sul territori”. Ovvero una implementazione dell’offerta degli asili nido “offrendo servizi per 750 mila bambini” fino al programma di efficientamento e messa in sicurezza degli edifici pubblici, a partire da scuole e ospedali cui sarà dedicato quasi il 10 per cento delle risorse del Piano”. I progetti, sessanta, “li abbiamo selezionati con l’obiettivo di rendere il Paese, al contempo, più competitivo e più inclusivo”.

Sullo sfondo, però, le tensioni politiche sono palpabili. I circa 209 miliardi, suddivisi tra sussidi e prestiti, del Recovery, teoricamente sono assegnati al nostro Paese. Ma per ottenerli dovrà convincere Bruxelles con un piano di riforme e investimenti ben dettagliato, da collegare allo stesso tempo a un programma di obiettivi che dovranno essere raggiunti.