Il Ddl Zan restaura l’illuminata tirannide ateniese

Il dubbio è forte. È lecito domandarsi da chi dovrebbe essere giudicato chi dovesse accusare di pisistrasia gli accoliti della legge Zan, da una commissione di classicisti (storici del mondo andato e pagano) o da un attuale procura dell’era volgare?

Quindi si scrive di eterosessualità, omosessualità, transessualità e polisessualità in punta di penna, e più per paura di tribunali e linciaggi mediatici che per ovvio imbarazzo dell’argomento. Quel che appare evidente è come l’ormai famosa legge Zan potrebbe da un lato censurare gli alterchi più coloriti e, dall’altro, forse garantire un velo omertoso alla perversione dei salotti buoni. La legge Zan si pone l’obiettivo d’evitare comportamenti discriminatori verso individui di sessualità diversa dall’eterosessualità. Di fatto il Ddl Zan “contro l’omotransfobia” si pone l’obiettivo d’una maggior tutela di omosessuali e transessuali sui posti di lavoro e nella società, inasprendo le pene contro chi li discrimina e li dileggia pubblicamente: la legge di fatto inasprisce le pene detentive e favorisce la tutela lavorativa (quindi l’inserimento) dei non eterosessuali.

Va detto che questa legge fa capolino proprio nel momento storico in cui l’Onu decide d’intraprendere una politica di sanzioni verso i Paesi non Occidentali che prevedono carcere durissimo per i pedofili (salvarli perché cultori dell’ellenistica pederastia?). Posizione che l’Onu ha abbracciato dopo l’omicidio in carcere del pedofilo seriale Richard Huckle: il pedofilo più famoso d’Inghilterra. È scontato che molti Paesi, come la Tailandia per esempio, considerino le pene dure contro la pedofilia come l’unico modo per scoraggiare questa turpe devianza. Non dimentichiamo che Ghislaine Maxwell, ex amante e socia di Jeffrey Epstein (quello dei riti pedofili morto in carcere), siede nella commissione Onu che sanziona i Paesi che praticano il carcere duro contro i pedofili.

Ma tornando al Ddl Zan, va anche rammentato che l’articolo 3 della Costituzione italiana già prevede che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Quindi che senso potrebbe avere sostenere che un transessuale sia più eguale o più da tutelare di fronte alla legge? Negli ultimi vent’anni il Parlamento italiano ha già metabolizzato le quote rosa, che certamente non si sono dimostrate risolutive delle discriminazioni subite dalle donne: anzi alcune femministe hanno accusato lo strumento “quote rosa” come la scappatoia usata dal potere per allocare in posti importanti amanti e parenti di capi partito. Quindi, nella cernita le “quote rosa” non si sarebbero dimostrate utili a cooptare donne intelligenti e preparate nell’élite dirigente.

Ora il Ddl Zan potrebbe spalancare nuovamente la porta alle “quote arcobaleno” (Lgbt) in politica come nelle Amministrazioni, e questo certamente non garantirebbe maggiore democrazia ed eguaglianza. Correndo con la memoria alla storia di Armodio ed Aristogitone, non si può non sostenere che nella democratica Atene una sorta di “quota arcobaleno” ebbe ad insinuare il germe della plutocrazia che dagli “eromenos” condusse al tirannicidio e poi alle fine della libertà. Armodio ed Aristogitone furono gli ateniesi (tirannicidi) che nel 513 avanti Cristo cercarono di porre termine al potere personale di Ipparco (figlio ed erede di Pisistrato). I fatti si svolsero quattordici anni dopo la morte di Pisistrato. Tucidide racconta che a far scattare la congiura non ci furono motivi politici ed idealità democratiche, bensì motivi personali, sentimentali, pulsioni sessuali. Ipparco s’era invaghito del giovane Armodio che, secondo quanto racconta Tucidide “era allora nel fiore della bellezza giovanile” (aveva circa quindici anni). Armodio era l’eromenos (giovane amante) di Aristogitone: quest’ultimo secondo Tucidide “un cittadino di mezza età” (non aveva più di quarant’anni) ed apparteneva ad una delle antiche famiglie (plutocrazia più che aristocrazia).

Le relazioni sessuali fra uomo anziano (erastès) e giovane non erano contro le leggi di Atene e dell’antica Grecia in genere: venivano considerati come normali rapporti pederastici tra giovinetti ed opulenti adulti, quindi non omosessuali come nel senso moderno della parola. Erano relazioni governate da severe convenzioni, quindi il giovinetto apparteneva all’aristocratico. Ipparco avrebbe soverchiato le leggi di Atene per rubare l’eromenos di Aristogitone: Tucidide spiega chiaramente che “Aristogitone possedeva Armodio per legge ateniese”.

Armodio aveva accettato le regole del rapporto di pederastia: quindi, dopo aver sessualmente rifiutato Ipparco, raccontava le proposte del tiranno ad Aristogitone. Iniziava una lunga serie di vendette tra plutocrati: Ipparco, faceva escludere la giovane sorella di Armodio dalla cerimonia di offerta alle feste Panatenee, accusandola di non essere sufficiente nobile. L’offesa fu insopportabile per la famiglia di Armodio che, insieme all’amante Aristogitone, pianificava l’omicidio sia di Ippia (fratello di Ipparco) che di Ipparco, rovesciando quella che per certi sarebbe stata illuminata tirannia. Di fatto simili isterie uterine l’Italia le ha vissute negli ultimi anni, non possiamo dimenticare quel sottosegretario che, nel 2007, ammetteva d’aver rimorchiato un trans per sfogare bollori che non poteva esternare con certe presenze gender in Parlamento.

Il Ddl Zan, quindi, certamente non protegge donne e trans costretti a prostituirsi ma, di fatto, potrebbe garantire silenzio, discrezione e raffinata ipocrisia da salotto sulle turbolente vite private di politici ed alti dirigenti. Perché lo stesso Pier Paolo Pasolini ebbe a puntare il dito contro i benpensanti e la classe dirigente che approfittava dei cosiddetti “ragazzi di vita”. E poi Antonio Pietrangeli in “Adua e le compagne” stigmatizzava nel 1960 come il tema della prostituzione fosse stato oggetto d’una ipocrita ed accomodante trasposizione in legge. E non vorremmo in questa sede toccare l’argomento delle foto acquistate da certi partiti, per evitare che diventino pubblici i viaggi in Tailandia di alcuni grossi esponenti. Allora questo Ddl Zan a chi serve davvero? Forse ad alzare un polverone e paralizzare e distogliere l’impegno parlamentare dalle vere urgenze.