Il trattato del Quirinale, una nuova declinazione degli interessi nazionali

Il Trattato del Quirinale e gli interessi nazionali

Nel corso della visita ufficiale in Francia del presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è tornato a parlare del “Trattato bilaterale di cooperazione rafforzata” Italia-Francia, denominato Trattato del Quirinale, Traité du Quirinal, in analogia al più noto Trattato dell’Eliseo del 1963. Quest’ultimo ha sugellato in vari aggiornamenti le più complesse relazioni tra Francia e Germania, e di fatto ha consentito ai due Paesi, storici nemici fino all’ultima guerra, di conquistare la leadership europea degli ultimi anni, specie dopo la Brexit della Gran Bretagna. In verità, nel corso della visita non vi è stata occasione per illustrare i punti salienti del trattato e si è fatto un richiamo generale ad una volontà di cooperare sulla base dei richiamati valori europei. Si è annunciato, tuttavia, che uno degli obiettivi del trattato sarà l’istituzione del “Servizio civile franco-italiano”, che per il presidente Emmanuel Macron “permetterà di offrire ai popoli e ai giovani vere prospettive e consentirà che i giovani si impegnino insieme” in progetti sociali e culturali, un approccio di una visione strategica sul futuro delle giovani generazioni che indubbiamente appare suggestivo. Ma i temi centrali del trattato sono probabilmente altri. Anche se un testo non è stato reso pubblico, sembra ormai in fase di stesura definitiva. L’attesa è sulle formule che saranno adottate per definire la cooperazione su politica estera, politica di difesa comune, crescita, occupazione, ambiente, ma anche sulle politiche migratorie, industriali e commerciali, i terreni sui quali si era arenato il progetto intrapreso oltre due anni orsono.

Alle origini del Traité du Quirinal

Il Traité du Quirinal era stato proposto da Emmanuel Macron nel gennaio 2018 in occasione della sua visita in Italia, ma poi era stato posto in standby perché diverse componenti avevano prospettato il rischio di assegnare al Bel Paese un ruolo subordinato nella futura intesa, e comunque vi erano interessi nazionali divergenti da tutelare. A parte alcuni momenti critici dei rapporti fra i due Paesi dopo l’avvicinamento di esponenti governativi italiani al movimento dei gilets jaunes, gli interrogativi sul rapporto con la Francia hanno riguardato temi molto delicati. Suscitava in primis una forte perplessità l’idea che potesse avallarsi un’idea di politica di difesa europea, che dai tempi di Charles de Gaulle la Francia tende sempre a differenziare nel concetto di “autonomia strategica” rispetto al patto euro-atlantico con la Nato. Le controversie sono poi sorte sulla posizione di resistenza francese sul piano dei ricollocamenti dei migranti, che non dava alcuno spazio alla esigenza dell’Italia di ripartire il fardello della pressione migratoria. Le criticità hanno anche riguardato la scelta francese sulla Libia in favore del generale di Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica evidentemente garante degli interessi petroliferi francesi nell’area, rispetto al governo di accordo nazionale allora guidato dal primo ministro Fayez al-Sarraj, appoggiato dall’Onu e sostenuto con molta convinzione dall’Italia, che ovviamente doveva invece tutelare gli interessi energetici nazionali. Ma il confronto era stato molto acceso negli anni in generale sulle politiche industriali, commerciali e finanziarie, con la competizione che si era sviluppata in una progressiva escalation ad esempio per i programmi F-35 e STX-Fincantieri, ma anche sulle scalate ostili di Vivendi, Mediaset, Telecom, e sui progetti di penetrazione finanziaria in settori strategici dell’economia, quali Ubi Banca, Mediobanca, Generali.

I nuovi scenari della cooperazione italo-francese

Oggi il Trattato del Quirinale parte invece da posizioni fortemente ravvicinate proprio sulle politiche industriali e commerciali, per le quali l’intesa dovrebbe migliorare i rapporti con un allineamento delle regole e un’intensificazione del dialogo, specie in rapporto alla declinazione del golden power nel controllo degli investimenti stranieri sugli assetti strategici nazionali. Molto attesa è quindi la policy di cooperazione sull’industria della difesa, in quella aerospaziale, ma anche nella microelettronica, nell’automotive e nel cloud computing. Ma sullo sfondo vi è una maturata visione strategica comune che è partita dallo scacchiere libico, in cui ora Francia e Italia condividono l’appoggio al nuovo governo libico e l’interesse di porre fine alle interferenze di Russia e Turchia in quell’area del Mediterraneo. Come è condivisa in generale l’approccio globale alla sicurezza e all’azione counter-terrorism, a partire dalla Siria e dal Sahel. Per lo scacchiere africano, dalla sponda nord del mediterraneo al Sahel e all’area centroafricana, pure dopo l’annuncio francese di “riconfigurazione” della presenza francese in supporto del governo del Mali, Francia e Italia si ritrovano comunque alleate, come nella missione europea Task Force Takuba: anche in questo caso sono comuni gli interessi italiani e francesi a stabilizzare l’Africa con l’ obiettivo di contrastare da un lato le reti criminali, terroristiche e i trafficanti dei migranti, e dall’altro l’espansione dell’influenza turca, russa e cinese nella regione.

Le frizioni Italia-Francia “fanno parte del passato”

In definitiva, la foto dell’abbraccio con cui il presidente francese ha accolto quello italiano è la plastica rappresentazione di un’intesa che potrà far bene tanto alla Francia quanto all’Italia. Lo stesso presidente Macron ha sintetizzato il senso compiuto della nuova cooperazione fra le due nazioni: “Ci sono state frizioni, ma penso che ora facciano parte del passato”. Ed ha quindi ringraziato l’Italia proprio per il contributo italiano nella missione antiterrorismo Takuba nel Sahel, di cui si è fatto cenno.
Ma il presidente Macron aveva già avuto diverse occasioni di dimostrare correttezza e sincerità nella riapertura dei rapporti con l’Italia. I segnali giunti sono stati diversi, non ultimi quelli sulla revisione della “dottrina Mitterand” che ha inaspettatamente risposto alla domanda di giustizia ancora viva sulla tragedia del terrorismo italiano, che sta proseguendo ora con l’esame di nuove estradizioni. E l’intesa franco-italiana, insieme a quella tedesca, è stata forte ed esplicita anche al recente G7, quando ad esempio è stato il momento di marcare la differenza del multilateralismo “inclusivo” europeo rispetto alla proposta di un “fronte comune” Usa-Europa in funzione anticinese, la “sfida sistemica” voluta dal presidente Joe Biden, che può minacciare le prospettive di intese faticosamente ricercate dall’Europa anche con la Cina, specie sui cambiamenti climatici e sulle politiche commerciali. Il presidente Macron ha dato un segnale di apertura anche sul piano dei ricollocamenti, atteso che, dopo l’accordo di Malta, sui soli 995 migranti che l’Italia è riuscita a ricollocare in Europa la Francia ne ha accolti più della metà. È quindi plausibile che proprio con l’avvio del turno di presidenza francese del Consiglio europeo si possa ripensare ad un nuovo piano dell’immigrazione e dell’asilo europeo che alleggerisca il peso della pressione sull’Italia. Il presidente francese ha poi dimostrato ampio sostegno alla leadership italiana nella presidenza del G20, che sta tracciando gli impegni delle venti più grandi economie del mondo nella lotta alla pandemia e sulle altre grandi sfide globali: cambiamenti climatici, salute mondiale, sicurezza alimentare, innovazione tecnologica, sviluppo sostenibile, lotta alle diseguaglianze e all’empowerment, in specie nel continente africano. In particolare, deciso ed esplicito è stato l’intervento del presidente Macron a favore della proposta italiana avanzata dal presidente Mario Draghi sulla “sospensione dei brevetti” per raggiungere l’obiettivo della vaccinazione globale. Al Global Health di Roma del maggio scorso, il presidente francese ha infatti dichiarato: “Non ci dev’essere nessun tabù, ogni volta che la proprietà intellettuale è un ostacolo dobbiamo dare una risposta. Se le conclusioni del G20 implicheranno l’uso di nuove misure in materia di proprietà intellettuale le sosterrò”.

L’attesa per il Trattato

Si può quindi dire che la scelta della Francia come destinazione della prima visita ufficiale all’estero, dopo l’emergenza pandemia, del presidente della Repubblica è stata una testimonianza di riconoscenza all’attenzione francese, che sembra dunque sostenere l’Italia nell’ingresso in quell’asse Francia-Germania che sinora ha guidato l’Unione europea e che sarà ancora più centrale, anche per ciò che i tre Paesi esprimono insieme, in termini economici, ma non solo. Non a caso il presidente Mattarella ha voluto ricambiare il ringraziamento alla Francia richiamando le posizioni comuni espresse sia sulla lotta al virus che sul Recovery fund, sul quale il capo dello Stato ha tenuto a sottolineare la posizione “particolarmente preziosa” della Francia perché “l’Unione acquisisse consapevolezza della drammaticità della condizione economica provocata dalla pandemia”. Sono, dunque, maturi i tempi per definire, come ha concluso il presidente Mattarella, “forme e percorsi a questa collaborazione così intensa”, per dare un senso compiuto e definitivo all’dea di quel Trattato del Quirinale, che perciò non merita essere ricordato ancora per un accostamento ingiusto alla metafora “dell’Araba fenice”: che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa.

(*) Membro dell’International law association, dell’Associazione italiana giuristi europei e della Associazione italiana di sociologia