Pan-penalizzazione: il politicamente corretto sostanziale

Ogni decennio dovrebbe fare i conti con le proprie necessità dialettiche impellenti. Il nuovo decennio, figlio caotico di più decenni bisognosi ma incuranti, necessita di una riforma giudiziaria che rivaluti la giurisdizione, attribuendole dignità operativa, braccia intellettuali e certezze giuridiche sostanziali. Per capire le esigenze dell’oggi in prospettiva ostinata e volenterosa verso un migliore domani, in questo pezzo di mondo, al tempo attuale, non possiamo non ricordare gli sforzi evolutivi dei secoli scorsi, in cui ha preso brillantemente piede il liberalismo penale.

Il secolo XIX ha costituito una traversata della storia istituzionale, e in generale umana, in mezzo al magma dei princìpi figli della primula Rivoluzione francese, quella illuminata. L’Ottocento però è stato anche contenitore, artefice, testimone delle istanze reazionarie e conservatrici del cosiddetto periodo della Restaurazione, segnato nel suo convenzionale inizio dal Congresso di Vienna. Di quel Congresso, comunque, occorre rivalutarne positivamente il motto “conservare progredendo”.

La separazione dei poteri statuali, ma anche la separazione tra la giustizia civile e quella penale, la pubblicità delle procedure, il giudizio di sola legittimità in Cassazione, l’obbligo di motivazione delle sentenze, il doppio grado di giudizio, il divieto di tortura e la cosiddetta umanizzazione delle pene, a rigor del vero delle ricostruzioni storiche, erano – ed erano viste come – il portato della cultura tecnico-giuridica francese. Quest’ultima aveva ispirato, negli anni della Restaurazione, tutti i governi dell’Europa continentale nella loro opera di riforma del sistema giudiziario. L’importanza degli interventi di politica giudiziaria avvenuti in Francia, così, era stata riconosciuta anche in Italia, dove quei princìpi sistemici del diritto, sempre in condendo non appena condito, contribuirono a modernizzare la cultura giurisdizionale.

Un grande studioso penalista, autore di pregevoli opere giuridiche e filosofiche, un uomo che dell’Ottocento ha vissuto varie esperienze di battaglie progressiste in prima persona, e in prima linea, dall’adesione alle idee liberali, al contrasto dei Borboni, alla partecipazione alla primavera civica dei moti del 1848, Enrico Pessina, merita qui tutta la sentita ammirazione, oltre che la breve menzione di alcuni suoi peculiari passi, indici del suo pensiero, su cui sicuramente occorre riflettere. Il Professore Pessina, nel volume primo dei suoi “Elementi di diritto penale”, edizione del 1882, nella parte prima della “Introduzione” sottotitolata con la dizione “Nozioni preliminari sul diritto penale e sulla sua cognizione scientifica”, scriveva quanto segue: “Un fatto che, per la sua riproduzione in tutti i luoghi e in tutti i tempi che forman parte del dominio della storia, può dirsi una costante tradizione dell’umana famiglia si è quello della giustizia penale, per cui l’uomo, considerandosi come investito di un sacro mandato, ha sottoposto il suo simile alla efficacia di una punizione, quando il medesimo si è renduto autore di un qualche atto che egli ha considerato come trasgressione delle norme su cui poggiava la vita sociale”.

Dall’incipit dell’opera si apprende come l’Autore abbia concepito l’operatività del diritto penale, e la sua esistenza stessa sotto forma di “giustizia penale”, come un “fatto”: in consonanza con la qualificazione che la tradizione ha da sempre connesso alla ontologia dell’oggetto principe del diritto penale (il fatto), salutato, appunto, con la dictio di diritto del fatto. Una tale icastica definizione, seppur nel pressappochismo discernitivo in seno al quale è sorta, risulta comunque rappresentativa di una caratterizzazione in simbiosi con il principio di materialità, postulato dell’offensività, di quella parte dell’ordinamento giuridico che, già dallo stesso Pessina, veniva avvertita quale piattaforma “estrema” del sistema giuridico.

Una tendenza che oggi si tinge il volto di farisaico progressismo di maniera, è la tendenza a pan-penalizzare la società civile e – con il consenso facile di questa – la civiltà giuridica, la cultura mediatica. Il pan-penalismo quale misura non di estrema ragione ma di prima spiaggia dove piazzare gli ombrelloni problematici del vivere associato, a rigore, rappresenta la cifra statolatrica anti-personologica e anti-individualista dei sistemi di giustizia umana. La cultura che vuole pan-penalizzare la civiltà socio-giuridica è una cultura strutturalista tendenzialmente egemonizzatrice: essa rappresenta il vero problema del politicamente corretto nel punto in cui questo si sposa con il populismo giustizialista (non giustiziale), il quale a sua volta diviene populisticamente corretto da salotto. Populismo e politicamente corretto si sposano per paura di perdere colpi di fronte ad un aumento delle produzioni letterarie liberal-garantiste, nel mondo accademico e in quello dell’editoria culturale, tecnico-giuridica e sociologica.

D’altronde il politicamente corretto che rappresenta un problema per la civiltà di diritto non è il politicamente corretto verbale o formale, bensì quello sostanziale. Il politicamente corretto sostanziale non è la Lilli Gruber che augura una buona serata a tutte e tutti: quello è un modo un po’ militante d’altri recenti tempi che resta nello stile linguistico, ed emotivo, di una personalità libera di esprimersi nella sua importanza e intensità. Il politicamente corretto vero, in quanto tale pericoloso, è quello sostanziale, ossia quello delle pan-penalizzazioni che si fanno strumento di assorbimento della persona in carne e ossa entro le categorie funzionali a una retorica di massa, di volta in volta egemone. Il politicamente corretto vero è quello che sostituisce lo strumento dell’azione civilistica di risarcimento del danno ingiusto, di natura (per esempio) morale, con una sanzione penale. Il politicamente corretto corrompe la libertà espressiva delle opinioni, alcune delle quali andrebbero contrastate con altre opinioni, o al massimo con strumenti civilistici che non rischiano di sporcare la fedina penale in virtù di una brutta idea espressa in modo genericamente retrogrado. Se un concetto resta un’idea può essere contrastato con strumenti non penalistici, dato che il diritto penale liberal-costituzionale (nazionale e sovranazionale) è fondato sui princìpi di legalità, materialità ed offensività, inscindibilmente.

Ci sono strumenti culturali, anzitutto, per contrastare espressioni che potrebbero deprimere le libertà intellettuali degli io-personali, per eventuali “categorie” o più propriamente per individualità. Il legislatore ha inaugurato una tipologia di sanzione che è la sanzione pecuniaria civile, come è avvenuto per l’ingiuria che appunto è stata depenalizzata. Sarebbe contraddittorio un ordinamento giuridico che nel suo sistemico complesso da un lato depenalizza l’ingiuria, a cui è riservato un istituto sanzionatorio nuovo per la legalità italiana (ossia la sanzione pecuniaria civile), e dall’altro lato strizza l’occhio alla pan-penalizzazione su ogni fronte. Il sistema è per definizione coerente, non contraddittorio, tanto che nella teoria generale del diritto si studiano i criteri di risoluzione delle antinomie.

Dove un tempo fiorivano progressismi plurimi, promuovendo risposte a geometrie variabili di fronte o nel bel mezzo delle problematiche, oggi si elevano monumenti alla retorica cambiamentista di massa, priva di effettivi cambiamenti risolutivi. Il politicamente corretto vero, ed in quanto tale dannoso, non è un mero stile, dato che ognuno è figlio delle proprie battaglie con le proprie sensibilità, tra equilibri e riequilibri civil-sociali da attraversare. Il politicamente corretto sostanziale è quello che nella retorica dell’ufficioso senso comune eleva il diritto penale a soluzione finale del male e delle insensibilità culturali dilaganti. Il politicamente corretto che esce dal vaso di Pandora del razionalismo empirico è quel panteismo penalistico a base giustizialista che si ciba della cultura del nemico da abbattere processualmente, di neo-giacobinismo, di culto per la strumentalizzazione della paura quale deterrenza senza rieducabilità.

Certamente non il neo-linguismo militante degli evoluzionisti sociali, ma la sola pan-penalizzazione della società rappresenta una minaccia per gli individui tutti e per la salute della civiltà liberaldemocratica. Solo la componente pan-penalistica e la Cancel culture rappresentano il politicamente corretto sostanziale, vero: l’unico elemento capace di farsi dittatura invisibile sulla pelle morale e civica dei cittadini. Solo quella pan-penalizzazione del politicamente corretto è l’unico elemento falsamente progressista da fronteggiare con un empiristico raziocinio legalitario, in un rinnovamento evolutivo nella costituzionalità dei diritti, e degli obblighi.

Tra civilizzazioni vuote e riflettori retorici accesi: che sia nero o rosso il colore del politicamente corretto pan-penale, il risultato batte sempre sullo stesso spento grigio, per tutte e tutti, appunto.